chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


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lunedì 8 giugno 2015

ALBUM DELL'INCURIA




Affrontare un tornante in questi giorni è diventato un rischio grosso. Parliamo naturalmente della collina (la kulena, come dice la bella Tania della Ca' del fant). Perché, lungo la ex statale 10, di tornanti ovviamente non ce ne sono.





Il pericolo non viene da certi SUV che arrivano sparati e al volante magari c'è una donna (chi l'avrebbe detto? tanta veemenza testosteronica in una donna! eppure...). Il pericolo non viene neanche dagli adolescenti, che si triturano i cabbasisi su quei motorini puzzolenti. E neanche il bravo ciclista bronese, per quanto proceda a volte appaiato, chiacchierando a voce altissima, può mandarti all'ospedale (caso mai all'ospedale ci va lui).


No. Cari lettori del blog più gettonato dell'Oltrepò pavese. No. il pericolo viene... dall'erba!

Perché nessuno la taglia, questa benedetta erba che cresce sui bordi delle strade, comunali e provinciali. E l'erba assale sempre più procace i bordi delle strade e chi scende o chi sale... non vede una minchia.

Il Santone di Calcababbio che malgrado i suoi 102 anni è un uomo ingenuo, oltre che pio, pensa fra sé e sé. "Ma non dovrebbero essere i proprietari dei terreni a provvedere? Come mai l'erba in vigna non c'è e appena inizia invece il ciglio della strada l'erba impazza?".

Il grillo talpa, abituato alla discettatio legale, replica istantaneo:"No, a provvedere dovrebbe essere l'ente gestore della viabilità. Dunque la provincia o il comune".

"Ma ne siamo sicuri? E allora come mai ci sono cigli di strada che invece sono stati rasati, a tavoletta, da zelanti vignaioli o da proprietari di graziose villette in nuda pietra?".



Una risposta ce la fornisce Giulio Sensi, l'autore di un blog che vive in Toscana e che anche lui ha notato l'assurdità di campi o vigne tenute bene e di cigli delle strade che invece versano in uno stato pietoso. Risposta del proprietario dei terreni: che ci pensi la provincia!
Risposta di Sensi: questa è l'Italia.
Aggiunta del santone di Calcababbio: mi vergogno di abitare in un paese così incivile!


domenica 31 maggio 2015

QUANDO HA COMINCIATO a cambiare l'Oltrepò?

Ci sono elementi di continuità nella storia dell'Oltrepò. Uno di questi - forse il principale - è la sua vocazione vitivinicola.

Senza scomodare gli Etruschi, che sono lontanucci nel tempo e che hanno avuto il merito semplicemente di introdurre la vite nelle contrade dei Montagner, la viticoltura di queste colline è una costante dall'età moderna fino ai giorni nostri.


"Ma questo elemento di continuità a cosa si è ridotto, oggi? al solo fatto che qui si continua a coltivare la vite. Per il resto 'u passato è passato...".

"Dici poco! (è il vignaiolo claudicante che rintuzza l'affermazione provocatoria del romanziere di Pietra de' Giorgi"). Hai mai fatto caso che su queste colline non c'è una fabbrica. Neanche una? Il vigneto ha tenuto alla larga l'industria. Ha fatto da cordone sanitario. Niente cemento, niente Eternit..".

"Beh, se è per questo l'Eternit c'è anche in collina e parecchio. E non te lo schiodi, perché la gente qui non vuole spendere per la salute, neanche quando i soldi ci sarebbero...". (è il salutista Santone questa volta che interloquisce. Non a caso l'uomo ha testé compiuto 102 anni).   




L'allegra tavolata, riccamente imbandita di bei frutti dell'orto, è stata posizionata all'ombra di un fico gigantesco. Le zanzare ancora non hanno fatto la loro comparsa e le api non costituiscono certo un problema. Di Eternit qui non ce n'è, perché il romanziere di Pietra de' Giorgi l'ha fatto rimuovere da anni.

"Ma quando hanno cominciato le cose a cambiare qui?"

A Interloquire questa volta è una bella ragazza straniera che abita a Pietra e che collabora con la Barda nella gestione della casa.

"Difficile risponderti. Ci sono infatti diversi fattori che hanno inciso. Se guardiamo la demografia (eh? cos'è questa cosa?)... Massì, se guardiamo l'andamento della popolazione, le cose restano pressoché immutate fino agli anni Trenta. Prendi per esempio la Comunità Montana, che è quella che si è spopolata di più nell'ultimo dopoguerra. Bene, la Comunità montana nel 1861 aveva 28.573 abitanti e nel 1936 ne aveva 35.273. Dunque, la gente che faceva il contadino e che faceva l'allevatore, qui ci stava e ci stava volentieri, malgrado l'emigrazione transoceanica abbia picchiato duro anche qui".


"E poi?" (è la Barda questa volta che interloquisce, mentre massaggia il suo Samsung e coglie un fico dall'albero).

"Beh, malgrado nella Comunità montana  dopo il 1936 il flusso cominci ad invertirsi, nell'Oltrepò considerato complessivamente la popolazione cresce fino al 1951, anno in cui si raggiunge il top, con 162.564 abitanti. Poi, ahimè, inizia la "catastrofe", perché il boom industriale convince molti giovani a mollare la vanga e trasferirsi in città. I primi a muoversi naturalmente sono i Montagner veri e propri. Poi si schiodano gli abitanti dell'Alta collina e infine quelli della collina bassa. Nell'area oggi del DOC  nel 1861 ci vivevano 61.507 persone, che diventano 81.386 nel 1931, per tornare a 63.729 nel 2001....".
"Ahi! mi ha punto un ape!"


giovedì 28 maggio 2015

IL VINO NON CONOSCE TERRITORIO

Il mondo attuale è un mondo di frontiere fluide, ma pur sempre di frontiere.  
Frontiere fluide perché vengono continuamente violate malgrado molti le vorrebbero inviolabili. Anche se di inviolato, in fatto di frontiere, non c'è mai stato niente: né il Vallo di Adriano, né la Muraglia cinese, né la linea Maginot, nè il muro di Berlino.






I vini, al contrario degli uomini, vanno e vengono "liberamente", come vanno e vengono liberamente i nemici "naturali" del vigneto. Ma nessun ha nulla da ridire. Per loro non vale il concetto di frontiera. Caso mai vale il concetto di affidabilità e di resa. 

Si è già detto della gloriosa e obliata Moradella. Bene. La Moradella è il vitigno più autoctono dell'Oltrepo, come il Barbaricino è il vero "uomo sardo". 
Ma la Moradella  ormai "non c'è più" e la cosa non ha impressionato o intristito nessuno. 

A seguire, nell'elenco dei vini indigeni, abbiamo:

-Moretto
-Vermiglio
-Rossera
-Crova
-Croatina
-Ughetta di Canneto...


La Croatina, degli autoctoni, è l'unico vitigno che oggi ha un posto e un ruolo di rilievo nell'Oltrepò. Anche in questo caso determinante si è rivelata la sua resistenza alle malattie. La Croatina significa Bonarda e il Bonarda, come si sa, è il vino che nella fantasia del consumatore identifica le colline dei Montagner nel loro insieme. Anche se per molto tempo è stata Rovescala l'epicentro e la patria di questa produzione.





Tutti gli altri vini della zona di autoctono hanno ben poco. Sono cioè degli "stranieri" che hanno varcato il vallo, ma che nessuno ha mai trattato alla stregua di indesiderabili.
Si è già detto del sabaudo Barbera, infiltratosi alla chetichella con l'annessione dell'Oltrepò al Piemonte (1748-1859) e poi assurto a leader della produzione locale, verso la fine dell'800, perché particolarmente resistente nei confronti dell'oidio.
A seguire, fra i non autoctoni, abbiamo il mediterraneo Moscato. Ma il caso più significativo è quello del Pinot nero, che fa la sua prima apparizione qui da noi solo intorno agli anni '80 dell'Ottocento e che in quegli anni è coltivato in una zona circoscritta: in quattro comuni soltanto dell'Oltrepò, fra cui Rocca de' Giorgi. 

Il Pinot ha dato il via alla spumantistica italiana e col tempo ha stretto un connubio felice con Santa Maria della Versa, imponendo anch'esso per un certo tempo, ai bei tempi, l'equazione Spumante= Oltrepò.
Morale della favola: non vi sembra che questa storia di avvicendamenti (alcuni dei quali abbastanza recenti) offra parecchi elementi per dubitare del legame tanto sbandierato fra vino a Territorio? Un legame che molti vorrebbero (per ragioni di marketing) più stretto di quello che in realtà sia, dando a credere che Terroir e vino in certe zone vocate sia un abbinamento che affonda le sue radici nella notte dei tempi e nell'intima sostanza di una geografia e di una storia. Anziché essere, più banalmente, la conseguenza di scelte fatte volta per volta, spesso nel breve periodo, spesso di recente. Scelte che sono state dettate per lo più da ragioni economiche o, addirittura, politiche e che quindi con la cultura di una zona c'entrano come i cavoli a merenda.

martedì 26 maggio 2015

MAFFI, padre e figlio

Il romanziere di Pietra de' Giorgi nei mesi scorsi si è documentato sull'Oltrepò pavese, per non rischiare di dire cazzate. Con la sua Ford Ka ha frequentato la biblioteca civica di Rivanazzano, gestita da due simpatiche bibliotecarie. E si è immerso nei libri di MAFFI. Il Maffi figlio, cioè Luciano. 

Trentanovenne appena, ricercatore a Brescia, ha già al suo attivo diverse pubblicazioni, fra cui Storia di un territorio rurale, del 2010 e Natura docens, del 2012. Entrambi dedicati all'Oltrepò e all'economia della vite, della vigna, del vino. 

Dal primo libro in particolare il romanziere di Pietra de' Giorgi ha attinto le notizie base su questo territorio, la sua storia, la sua economia. Scoprendo cose di cui non si parla abitualmente fra la gente del posto. Come il fatto, per esempio, che i vitigni che vengono coltivati in zona sono vitigni relativamente "giovani" per l'Oltrepò. Il Barbera addirittura è il risultato di una sorta di "conquista regia", perché si è cominciato a coltivarlo, soprattutto nell'Oltrepò occidentale (Casteggio e dintorni), a seguito dell'annessione al Piemonte di questa zona (1748-1859).

Insomma, i vitigni autoctoni, come la MORADELLA si sono un po' persi per strada (a tal punto si sono persi per strada che il nome non compare neanche su Google e se lo digiti ti rispondono "forse volevi cercare mortadella!"). Colpa anche delle epidemie di peronospera e filossera che hanno imperversato qui e altrove fra '800 e '900 e che hanno suggerito, come contromisura, di puntare sui vitigni più robusti e sull'innesto.

Il discorso sulla Moradella consente di passare di figlio in padre e cioè di accennare a MAFFI Mario, probabilmente l'enologo più importante che abbia in questo momento l'Oltrepò.



Un'intervista che questi ha rilasciato all'Associazione Italiana Sommellier nel luglio del 2012 è estremamente istruttiva,  per tanti motivi.
Intanto perché ricorda, ma senza piaggeria, i bei tempi andati, quando c'erano in Oltrepò personaggi di levatura fuori del comune, come il duca Antonio Denari, il patron di Santa Maria della Versa.
Appresso, perché Maffi cerca di impostare un discorso critico, ma costruttivo, sul presente, che lui definisce il momento in cui il bicchiere da mezzo pieno si è rivelato in realtà mezzo vuoto.

L'unica cosa su cui il romanziere di Pietra de' Giorgi non concorda è l'insistenza sul Territorio. A parte che ormai lo si può definire un vezzo e un luogo comune. Ma soprattutto: cosa mai può voler dire Territorio, inteso come sembra intenderlo Maffi, ovverosia un unicum irripetibile di geologia, paesaggio, tradizioni, cultura, stili di vita, economia, cucina, tecniche agronomiche etc. Quando un Territorio come l'Oltrepò, lungi dall'essere oggi un passato che si perpetua è solo una sbiadita fotografia di quel passato, che ormai è morto e sepolto e del quale il presente non condivide più nulla se non la cornice naturale e l'archeologia? 

Fare il vino senza pensare alla terra che si sta calpestando, come fanno le multinazionali, è certo una brutta cosa, anche se può rendere di più in termini monetari. 

Ma fare il vino pensando di calpestare ancora la terra dell'Oltrepò storico rischia di essere o una ingenuità o una mossa di banale marketing. 
In questo Oltrepò terziarizzato, a vocazione vitivinicola, ma nella forma che è comune a molte altre zone vitivinicole del mondo, per ragioni di tornaconto sono scomparsi i contadini e i buoi che ci hanno sudato sopra per secoli; sono scomparsi gli alberi da frutto che si maritavano con le viti; sono scomparse le coltivazioni di leguminose, grani, prato che alimentavano una economia locale quasi autosufficiente. Gli edifici in cui l'uomo contadino viveva gomito a gomito con la terra e produceva un vino autoctono, più ruspante certo di quello attuale, ma anche probabilmente più naturale, sono ormai dei ruderi melanconici, sostituiti dai capannoni in cemento. 



Nell'era del marketing, riempirsi la bocca, come fanno certi fighetti, di WINE e di altre preziosità anglofone è francamente detestabile. Ma far finta di credere che qui da noi, dove i centri commerciali impazzano come nel resto del nord Italia, la Vacca Varzese bruchi ancora l'erba o San Colombano dorma ancora in una celletta del monastero di Bobbio, è forse ancora più detestabile.
E' questa una confusione che Maffi di certo non fa. Ma che purtroppo si legge in controluce in molte iniziative di promozione del Territorio.



mercoledì 1 aprile 2015

FACCIAMO UN GIOCO...



Gli aggettivi di oggi
(per le regole del gioco vai al link)

MITICO/BRUTTARELLO/SONTUOSO/RIDENTE


Immagine 1

(villa patrizia)


Immagine 2

(emporio commerciale)

Immagine 3

(laghetto)


Immagine 4

(vendemmia)

lunedì 30 marzo 2015

FACCIAMO UN GIOCO....

La quantità di materiale che offre l'Oltrepò, in quanto a GRANDE BELLEZZA & GRANDE BRUTTEZZA, ci ha suggerito l'idea di un gioco.


REGOLAMENTO del GIOCO
Pubblicheremo, ogni tanto, delle immagini brutte pescate per strada e, insieme, immagini carine, simpatiche o decisamente belle, anch'esse pescate per strada.
Non diremo naturalmente il luogo, anche se il più delle volte sarà l'immagine stessa a denunciarlo.
Non diremo neanche: questa è l'immagine carina e questa è l'immagine orrida. Metteremo solo dei numeri e dovrete essere voi a stabilire  quale AGGETTIVO - fra quelli di volta in volta indicati da noi - si attagli di più alle varie immagini. 
 

Aggettivi di oggi: ridente/deturpante/triste/penoso



IMMAGINE 1

(deposito ci auguriamo provvisorio a bordo strada)



IMMAGINE 2


(cosa si festeggia?)




IMMAGINE 3


(scambiato per un cassonetto?)




IMMAGINE 4


(iniziato e mai finito)


mercoledì 25 marzo 2015

QUANDO LA FINANZA... prende il sopravvento sul VINO







Alcuni articoli che ha letto in questi giorni sui giornali hanno indisposto il VIGNAIOLO claudicante. No, lui a Vinitaly non ci è andato, perché ha i suoi canali privilegiati di vendita e non gli piace la confusione. Sua moglie avrebbe voluto andarci, per fare un po' di shopping. Ma lui è stato irremovibile.

Ebbene, cosa dicevano questi articoli tanto irritanti ? Niente di tanto insolito, per questi tempi all'apparenza compassati e corretti, in realtà sinistri e inquietanti come i secoli del tramonto dell'impero romano.
Parlavano  del vino in termini di business.
Esaltavano le grandi corporation, come l'americana Constellation Brand, la sud africana Distell, l'australiana Treasury Wine e la cinese Yantai, nonché la nostrana Italian Wine Brand (IWB), che pur essendo italica porta un altisonante nome anglofono.
Deprecavano, fra le righe, il fatto che in Italia si preferisca il business di famiglia anziché la quotazione in borsa. Ma business di famiglia non significa artigianato di nicchia, giacché stiamo parlando, per citare solo i maggiori, di Campari, dei marchesi de' Frescobaldi, di Sandro Boscaini (il re dell'Amarone). Imprese che posseggono "gioielli di famiglia" sparsi in varie parti dell'Italia e del mondo.




Riassumendo, questa stampa in grisaglia  si rammaricava che il vino non si fosse del tutto piegato ancora agli imperativi della finanza. E che i grandi del vino made in Italy, pur disponendo di impianti di vinificazione, stoccaggio e imbottigliamento d'avanguardia, sparsi un po' dovunque,  pur ragionando in termini eminentemente manageriali e pur producendo  un giro di bottiglie di tutto rispetto, non fossero abbastanza giganti come lo sono le consorelle dei paesi capitalisticamente più forti. 

L'uva, la terra, il paesaggio, il vino... tutti accessori. Conclude amaramente il vignaiolo. Che ha un bel portafoglio gonfio anche lui (niente a che vedere, naturalmente, con i veri portafogli gonfi). Ma che tuttavia non riesce a digerire l'idea che le sue belle colline, la sua terra intrisa del sudore di generazioni di braccianti e di mezzadri, le sue case abbandonate, i buoi che non ci sono più... siano solo una remora alle magnifiche sorti e progressive dell'alta finanza.

Dalle nostre parti abita dunque un vignaiolo romantico? o abita piuttosto un vignaiolo socialista? 





venerdì 20 marzo 2015

NEBBIE e MISTERI: l'ingorgo di Internet





L'ubriaco del paese ha una personalità decisamente paranoica. Ecco a mo' di esempio, l'ultimo sogno che ha fatto.

Le strade assomigliano a quelle della mia città, ma non sono le stesse. La gente è odiosa. O non mi risponde o mi sfotte. Incontro due ragazze che mi prendono sotto braccio e mi portano a casa loro. Mangio insieme alle ragazze una pastasciutta. Poi mi metto a conversare con loro stravaccato su un divano. Allungo maldestramente una mano fra le cosce della brunetta e per questo mi sento definire dalla biondina un maniaco sessuale, un pappone, un morto di fame. Lascio a gambe levate questo consesso di isteriche e finisco diritto sotto un TIR....

Ma cosa c'entra l'ingorgo con il sogno dell'ubriaco del paese? C'entra, perché l'ubriaco del paese è convinto che ci sia in corso, nell'Oltrepò, una guerra commerciale fra provider che provoca un permanente INGORGO informatico.

Com'è che il mio provider un giorno sì e un giorno no non risponde all'appello? Com'è che prima andava tutto liscio e adesso va tutto storto? Vuoi vedere che qualcuno gli sta mettendo i bastoni fra le ruote?
Ci vuol niente a gettare un sassolino fra gli ingranaggi. Un dipendente licenziato. Un concorrente di pochi scrupoli. Se poi tu non sei particolarmente accuorto e non  proteggi a dovere la tua STRUTTURA, allora sono C..... amari, mio caro.

Cosa suggerisce all'ubriaco del paese questa idea bislacca di una guerra commerciale a base di BIT?
La paranoia, sicuramente. Ma anche il fatto che in collina le fibre ottiche non arrivano e, quindi, tutto si gioca via etere (WI-FI). Che ci sia in corso uno scontro... aereo?





domenica 15 marzo 2015

LA GRANDE BRUTTEZZA: trascurare il paesaggio







"Il vino (come qualsiasi altro prodotto) dev'essere espressione e immagine del TERRITORIO. Ma a sua volta il territorio dev'essere all'altezza del prodotto che esprime".

Leggendo questa frase lapidaria il santone di Calcababbio si guarda intorno e si domanda: ci siamo o non ci siamo?
Il suo viso esprime scetticismo.
Ha appena finito di scorrere un articolo di Alessandro Disperati su Il Periodico, in cui il pubblicista lamenta la decadenza dell'Oltrepò pavese, che non è riuscito neanche a metter piede in Expo.
In Expo non ci sarà il salame di Varzi, ma probabilmente neanche il vino dell'Oltrepò, che pure è una realtà economica di rilievo, se non altro in termini quantitativi.

Il presidente della Confraternita Salame di Varzi Giorgio Perdoni punta il dito contro i produttori, che si accontentano di vendere nel supermercato sotto casa e che non hanno la capacità  di pensare  a un profilo alto per un prodotto eccellente. Che le maggiori salumerie italiane (es. Peck di Milano) ma anche la catena di qualità Eataly, allo stato attuale delle cose, o ignorano o snobbano.

SMENTITA: dobbiamo dare torto a Giorgio Perdoni, che  su Il Periodico di marzo dice di non "aver visto" il salame di Varzi nella catena di alta qualità EATALY. A smentirlo, sulla Repubblica del 20.03.2015 campeggia una grande pagina pubblicitaria di EATALY SMERALDO e fra i cibi proposti, oltre al salame Milano Peveri, c'è anche il salame di Varzi Stazione dei Sapori.

Il santone di Calcababbio non ne sa niente di salame e anche il vino lo bazzica poco. Però se ne intende di PAESAGGIO e quello che vede intorno non lo lascia certo tranquillo.





Qui non si tratta di indovinare o di cannare il marketing. Qui è in gioco l'AMORE. L'amore per la propria terra, per la propria casa, per la propria strada. Il disordine che si vede in giro, il degrado, l'incuria, lo sporco dicono una cosa soltanto: gli abitanti dell'Oltrepò se ne strafottono della BELLEZZA che hanno intorno e anziché valorizzarla, le voltano le spalle e gettano (metaforicamente) la bottiglietta di plastica fuori dal finestrino, nei campi.



"Ma come sei moralista" lo rimbrotta immediatamente il grillo parlante. "Tu ne fai una questione di affezione/disaffezione, di indole, di insensibilità. E invece il discorso da fare sarebbe un altro:

Quanti soldi sono stati elargiti per l'Oltrepò dalla Regione, dalla Comunità Europea, dallo Stato? come sono stati spesi questi soldi? Che progetti sono stati messi in pista in questi anni. E quando dico questi anni dico almeno dal 1978, quando si è costituito l'Ufficio Speciale dell'Oltrepò, e dal 1982, quando si è dato vita al piano Acquater per il riassetto del territorio. Inoltre: che iniziative sono state prese a livello provinciale per promuovere l'Oltrepò in Expo?

"No, non ci siamo". Il Santone tentenna la sua testa tutta calva. "Tu hai ragione a porre queste domande. Ma quale risposta vuoi che dia a queste domande l'uomo della strada? Hai visto che fatica sta facendo il sergente La Nivola per capirci qualcosa nel ginepraio delle istituzioni? Ci vorrebbe una apposita commissione di studio di cittadini volonterosi. Una Associazione disinteressata, fuori dal coro, che si tiri su le maniche e cominci a scartabellare un po' di carta... E comunque la difficoltà di districarsi non può essere una assoluzione. Prima di tutto occupiamoci del decoro della nostra casa, della pulizia della nostra strada, del buon governo del nostro paesetto... Il resto verrà dopo".

"Bravo Santone. Ben detto. E via, fondiamola subito questa Associazione. Propongo di chiamarla il GRILLO PARLANTE. Ci stai? Tu fai il presidente e io faccio il segretario".





martedì 3 marzo 2015

NEBBIE e MISTERI: i MONTAGNER da dove provengono?

Una nuova ipotesi si sta facendo strada all'Università di Pavia: i Montagner sarebbero di origine sarda!

A sostenerlo è un giovane ricercatore di Cagliari, che si trova a Pavia per un Master. Studioso di archeologia, ovviamente il ragazzo è specializzato in bronzetti nuragici.

Ma come è arrivato alle sue conclusioni lo studioso di bronzetti?

Prendendo le cose un po' alla lontana, lo spiega lui stesso al nostro redattore, che è andato ad intervistarlo apposta al collegio Ghislieri.

"Vedete, dopo il ritrovamento delle statue giganti di monte Prama, nella penisola del Sinis, tutta la storia dell'VIII secolo avanti Cristo va riscritta. I Greci non detengono più il primato nella statuaria a tutto tondo. Questo primato ora è diventato appannaggio dei Sardi antichi...".

"Ok, la conosciamo questa storia. Il ritrovamento della necropoli di monte Prama però risale al 1974 e anche se in Italia viaggiamo di solito lenti, non si tratta più di una novità. Molti suoi colleghi hanno ormai digerito il rospo e si sono rassegnati a rivalutare la civiltà nuragica. Ma tutto questo cosa c'entra con i MONTAGNER dell'Oltrepò pavese?"

Il tono di voce del nostro redattore è quasi isterico per l'impazienza. Il giovane archeologo, che assomiglia a un Mamuthones perché è un po' trascurato d'aspetto, si accinge a fare una dotta conferenza.



"Le faccio vedere una fotografia che ho scattato personalmente io sulla dorsale fra Pietra de' Giorgi e Montaldo pavese. Non mi dica poi che questo reperto non le suggerisce nuove sconvolgenti ipotesi circa l'origine dei Montagner, che secondo una tradizione ormai obsoleta discenderebbero dagli antichi Liguri, fusisi poi con i Celti e con i coloni romani".




"E allora? Non mi dirà per caso che ci vede un NURAGHE in questa massa di tralicci per le viti?"

"Ma ha preso per fesso? Certo che questo non è un nuraghe. La datazione col carbonio fa risalire questi tralicci al 1973. Ma guardi la forma. Guardi come sono impignati i tralicci. Non ci vede la sagoma di un pre-nuraghe?"

"E allora? foss'anche così, cosa minchia mi significa questa storia della forma?"

"Si vede che lei è un giovane ignorante e mi stupisco che l'abbiano chiamata a fare il redattore di quello splendido blog che voi avete nell'Oltrepò. Ma come? Non le risuona un campanellino? E' evidente che il vignaiolo che ha impignato questi tralicci,  nella sua memoria ancestrale aveva ben presente lo schema di uno pre-nuraghe. E perchè l'aveva ben presente? perché il vignaiolo in questione discende -nientemeno- dagli antichi abitatori del Sulcis...".

"Glielo concedo. Ma un solo vignaiolo di antica origine sarda non avvalora la sua tesi!".

"E allora, per cortesia, guardi questo reperto che stamattina ho disseppellito sulle Barosine. E' evidente che si tratta di una pintadera  nuragica, come quella che figura più sotto. Cos'altro potrebbe essere? Basta, ormai non ci sono più dubbi. I Montagner sono sardi d'Oltrepò!".









giovedì 26 febbraio 2015

SPERIAMO che non diventi un'altra OCCASIONE PERDUTA!



L'albergo diffuso non è un'invenzione del locandiere. Ricordate il suo concione su come rilanciare l'Oltrepò pavese? quello che fece esclamare ai redattori del blog: accidenti, ciabbiamo di fronte un Renzo Piano? Ebbene, il locandiere non solo non aveva inventato nulla di sana pianta, ma aveva fatto riferimento a una realtà viva e vitale, che  trova applicazione in altre regioni d'Italia: Friuli, Marche, Abruzzo...



Lo stupore dei redattori del blog nasceva probabilmente da due fatti:

1) l'idea che certe idee quasi avveniristiche potessero essere espresse da un semplice, per quanto intelligente, locandiere di provincia.
2) l'idea di introdurre una tale "virtuosa" forma di accoglienza in una landa bella, non c'è che dire, anzi, più che bella, superba. Ma ciononostante decisamente retrò come l'Oltrepò pavese.

E infatti...  l'idea  a un certo punto ha fatto capolino anche qui,  come racconta una ricerca commissionata dalla Coldiretti di Pavia (purtroppo senza intestazione e senza data).  Ma successivamente è abortita ed è sparita nel nulla.

Peccato, perché il  progetto (denominato Rete di Offerta Turistica Integrata) prevedeva di recuperare i cascinali e i rustici in stato di abbandono dell'Oltrepò e di riqualificarli in vista di una accoglienza "rurale" (Bed & Breakfast), cogliendo in questo modo due piccioni con una fava:

1) potenziare le strutture d'accoglienza,  un tantino carenti nel territorio
2) evitare interventi invasivi e sfregi al paesaggio.



Il progetto originario prevedeva una sorta di regia unica. E dunque era ambizioso, molto ambizioso. Forse è per questo che non se n'è fatto niente.

Ma come spesso succede, dal seme, finito nel letame, qualcosa è vegetato lo stesso.
I cascinali e i rustici, nella loro globalità sono rimasti a marcire sotto la pioggia. Ma qualcuno, a titolo individuale e privato, s'è mosso e seppur su scala minore ha trasformato vecchi edifici rurali in B&B.
A Pietra de' Giorgi ce n'è uno. A Redavalle un altro. Sicuramente ce ne sono di più, basterebbe andare a vedere  su che base nascono i B&B e gli Agroturismi censiti nel territorio.

La cosa importante è però che queste iniziative non vengano mollate a se stesse.
Se non si migliora lo stato delle strade, se non si inventa una segnaletica turistica adeguata, se non si rimette ordine nel paesaggio agrario, che è curato finché si tratta di vigna, ma  fai un passo oltre la vigna e comincia il disordine: erbacce, detriti, discariche etc etc. non c'è speranza. L'Oltrepò resterà una sorta di piccolo paradiso terrestre, molto amato dagli uccelli, ma snobbato dal turismo.









lunedì 23 febbraio 2015

IL PAESAGGIO dei Montagner: che EMOZIONE!




Cara sorella, rispondo alla domanda che tu,  da vera zabetta, mi hai rivolto l'altro giorno al telefono.

"Ma cosa ci trovi tu in  quel posto lì in cui ti sei cacciato a fare il Santone?"

E ti rispondo facendo un giro un po' lungo e contraccando con una domanda: cosa ne diresti di questo posto, che tu snobbi così tanto, se Cesare Pavese e Fenoglio ci avessero ambientato i loro libri?
Peccato, vero, che Pavese e Fenoglio abbiano scritto pagine langarole e non oltrepadane. Se no, ti immagini che luogo CULT sarebbe diventato questo posto?

Prevengo subito la tua acida obiezione: ormai nessuno legge più né Cesare Pavese né Fenoglio. Li leggono solo i ragazzini delle superiori a scuola, sbuffando come dei mantici. E a loro non gliene frega nulla delle colline che assomigliano a dei mammelloni (Pavese) e della dura vita di un giovane contadino che fa il servo di un mezzadro, perché in famiglia ci sono già troppo bocche da sfamare (Fenoglio).

Sarà vero, ma non esistono soltanto i giovani studenti sfaticati. Ci sono anche le persone che gradiscono una lettura "emozionale" del paesaggio e che perciò, davanti a una collina, ci vedono sì la bella vigna che produce, magari, del buon vino. Ma ci vedono anche il contadino che illo tempore l'ha concimata con il suo sudore e lo scrittore che l'ha immortalata.

Io, quando salgo da Calcababbio verso Preda (Pietra de' Giorgi), lemme lemme data l'età avanzata, e costeggio quel bel casolare che va in rovina giù nella valle alla mia destra, ecco, io in quel momento, come in un film di Olmi, vedo i contadini che menano i buoi verso le vigne e le contadine che radunano gli animali da cortile.




La sorella, che è in chat, risponde con ironia.
"Che bel quadretto idilliaco, fratello mio. Ma sei fuori di melone se veramente sbobini di queste scene campestri davanti a un rudere con le orbite vuote...".

Beh, tutto sta ad intendersi. Non è che io "vedo" proprio dei  fantasmi campagnoli. Me li immagino. Tutto qui. Cioè vedo il paesaggio non cogli occhi, ma con le EMOZIONI. E quindi quella valle lì, che adesso è tutta una geometria di filari, ben potati, ma senza una presenza umana neanche a cercarla con il lanternino, la rivivo nel suo momento di massimo fulgore, quando era una valle, ma era anche un paesaggio vibrante di vita animale e umana. Mi basta aver letto Pavese e Fenoglio. Mi basta aver impresso dentro di me una certa mappa emozionale del paesaggio aperto delle colline. Et voilà  "leggo" in chiave romanzesca anche questo paesaggio collinare.

"Ma lo stai che mi stai contagiando? Guarda, anziché andare a Berlino a fare baldoria, come avevo in programma (lo sai che mi sono separata e perciò debbo darmi un po' da fare), mi sa proprio che vengo a trovarti lì, la settimana prossima. Lì, nelle tue Langhe dell'Oltrepò. Naturalmente non mi sogno di soggiornare nella tua casupola fatiscente. Andrò in quell'agriturismo che hanno aperto da poco dove abiti tu e in cui fanno ogni tanto una conferenza".

Brava. Ma se vieni qui, restaci almeno quindici giorni. Non è che si possa assaporare il paesaggio di qui mettendo giù il bel piedino dalla macchina, scattando una foto e poi, via a cercare il salame di Varzi. Il paesaggio, per vederlo in modo emozionale, va vissuto. Ci devi dormire. Devi sentire i rapaci notturni che vanno a caccia. E la mattina dopo devi sentire la tortora che ti sveglia con il suo fraseggio (oddio, parlare di fraseggio nel caso della tortora è un po' uno sproposito; il fraseggio è quello delle rondini; ma le rondini non sono ancora arrivate).


Poi devi passeggiare sulla costa grossa, se è una bella giornata e osservare i vecchi casolari, le torri d'avvistamento, le gazze bianche e nere che passeggiano fra i filari. 



Alla sera, se sei fortunata, prima di cena ti puoi godere uno di quei tramonti invernali da urlo che si vedono qui nelle belle giornate fredde d'inverno....




Se poi vuoi riassaporare i sapori di una volta, ti invito dalla Locandiera, che a me fa un prezzo di favore perché, a differenza del romanziere di Pietra de' Giorgi, divoro le sue squisite pietanze tradizionali senza fiatare.



sabato 21 febbraio 2015

NEBBIE E MISTERI: la viticultura






"Quando mai ho avuto la brillante idea di mettermi a fare lo storico", esclama il romanziere di Pietra de' Giorgi davanti a uno stinco che gli ha imbandito la locandiera.

Ma come, l'uomo non era vegetariano?
Certo che è vegetariano. Solo che quando è in crisi, e di quelle brutte, sente il bisogno compulsivo di addentare della carne. E se c'è l'osso, meglio ancora. Davanti a lui una bottiglia di Buttafuoco mezza vuota. Le gote dell'ex romanziere sono rosse. Il naso idem. La mano che afferra il bicchiere è incerta.

La locandiera lo sbircia e lo sbircia anche una bella ragazza che ogni tanto serve ai tavoli e che dice "Ciao" in una maniera tutta sua, che sembra che faccia le fusa: entrambe temono che l'uomo possa partire in quarta con uno dei suoi tremendi concioni, che durano delle ore. La ragazza è pronta a scappar via, invocando la scusa che deve occuparsi della nipote. La locandiera anche lei è pronta a invocare una scusa: mi aspettano in piscina...
"Io non ci capisco niente. Maledizione! Mannaggia. Accidenti! Porco qui, porco qua, porco su, porco giù...."
Ma è possibile che nessuno mi sappia spiegare perché i vecchi casolari della collina sono stati abbandonati alle lucertole? (il romanziere non parla a voce alta, bofonchia. Per cui abbiamo messo in corsivo le sue considerazioni, considerandole alla stregua di pensieri).

E dire che mi sono dato un sacco da fare in questi giorni. Ho interpellato uno storico, di quelli veri, di quelli patentati, che abita qui in paese. Lo chiamano il PROFESSORE. Lui però  - curiosa contraddizione - si è  prevalentemente occupato della Bassa e comunque ha studiato i secoli remoti: il Quattrocento, il Cinquecento... il LIBRO che mi ha regalato, ben scritto, molto interessante, getta luce sull'economia del grande allevamento, ma di viticultura non ne parla. E non parla neanche dei Montagner.





Alla fine, ridotto alla disperazione ho interpellato un po' di gente del posto (chissà perché ultimamente, dove passo io si crea un fuggi fuggi generale....).

C'è chi dice che le cose sono cambiate negli anni '70. C'è chi dice che la colpa è dei finanziamenti della Comunità europea. Altri dicono che è stata la meccanizzazione a cambiare le cose. C'è chi dice che, con la morte dei vecchi, i vigneti di famiglia sono stati venduti e adesso tutto è in mano a pochi proprietari, che vivono in città e che fanno lavorare le vigne ai braccianti, come i fittavoli un tempo facevano lavorare le risaie alle mondine. 

Tuttavia  a me tutte queste, che mi sanno di congetture, non mi convincono affatto. Conosco tanti vignaioli di qui che non sono affatto dei latifondisti. Neanche loro, però, vivono nei casolari. Vivono in case normalissime e l'unica cosa di agricolo che gli vedi fare è andare su e giù col trattore (che ricoverano in un orrido capanno di cemento). Sarebbero coloni, questi? Ma per carità! E da quando hanno smesso di essere coloni,  continuando ad occuparsi di vigne e di vino? Mi fanno venire in mente gli operai, che prima erano in tuta blu, sporchi di grasso e che adesso sono signorini in tuta bianca e stan lì a schiscià el butun...
Domande, sempre e solo domande senza risposta. Possibile che la gente del posto abbia la memoria così labile? Possibile che non si ricordi quando i coloni hanno fatto fagotto e hanno abbandonato al loro destino tanti bei casolari? possibile che non mi sappiano dire quanto è cambiato il modo di produrre il vino da queste parti?

Ed è possibile che i libri che si trovano in giro, nelle edicole, sulle bancarelle, come l'ultimo che ho comperato, di Francesco Ogliari,  ti parlino della viticultura senza dire  un accidenti di concreto, limitandosi a rievocare nostalgicamente i bei tempi andati e le allegre brigate che tornavano stanche dalla vendemmia, tutti ammassati su carri agricoli a pianale, con motore ad avantreno

D'altronde, ecco come questo libro (vol. 5°: il lavoro) descrive romanticamente la vita delle mondine della Bassa pavese. 

"Il mondo delle mondariso, non di rado giovani e belle, è ben lontano dall'essere un mondo tetro, privo di allegria. Le ragazze alleggeriscono la tensione e la fatica cantando, raccontandosi, celiando, motteggiandosi l'una con l'altra, mentre il sole indora le loro figure".


(mani di mondina)


Se queste non sono TINTE ROSA! Ovvia, sembra di ascoltare gli altosonanti commenti  dei CINEGIORNALI  dell'Istituto Luce!


venerdì 20 febbraio 2015

QUANDO nella BASSA si STAVA PEGGIO che in COLLINA

Il romanziere di Pietra de' Giorgi è in crisi nera. Sembrerebbe proprio che gli si sia esaurita la vena narrativa. "Mi manca l'ispirazione, accidenti!" bofonchia fra sé e sé mentre si lava i capelli in cucina (porta i capelli molto lunghi sul coppino e dunque ha bisogno di un lavello capiente).

Probabilmente l'uomo ci ha visto giusto. D'altronde, dopo aver scritto un romanzo d'amore, un romanzo di viaggi, un dramma sulla gelosia, un romanzo di fantascienza, un noir ambientato nell'Oltrepò pavese, a chiunque, persino a Umberto Eco, verrebbe meno l'ispirazione.

"Mi metterò a fare lo storico" è la lampadina che gli si accende improvvisamente nella testa, mentre sta cercando di far funzionare il phon, che butta fuori solo aria gelida. 


Ed è così contento per l'idea brillante che gli è venuta, che si mette a canticchiare: "quasi quasi mi faccio un altro shampoo...".


ABBOZZO DI UN QUADRO di STORIA CONTADINA


"In che situazione versa la provincia di Pavia negli anni della grande depressione del 1873-1895, con annessa CRISI AGRARIA? Beh, i contadini della Bassa muoiono di fame o di malattia. I proprietari ingrassano e i Montagner vivacchiano alla bell'e meglio."

Ma questa non è storia, via! Ti pare che uno storico userebbe espressioni così triviali?!

Interviene, sapido come sempre, il grillo parlante. Che ha lasciato la casupola del Santone di Calcababbio per incompatibilità con il topino 2.0.

"Ho voluto sintetizzare, ad usum delphini. Diciamo, meglio, che mentre nella pianura irrigata e coltivata a riso (pavese, lomellina) prevale la grande proprietà, gestita da imprenditori agricoli (i fittavoli) e quindi il contadiname è costituito per lo più di mercenari, in collina c'è ancora diffusa, invece, la piccola proprietà coltivatrice. E se in pianura il fittavolo, colpito anch'egli nel suo portafoglio dalla crisi agraria, minimizza i danni rivalendosi sui braccianti, nell'Oltrepò collinare il piccolo proprietario non dico che sguazzi nel benessere, perché anche lui ha i suoi problemi, ma sicuramente non è ridotto sul lastrico".

"Pensa un po' tu che il bracciante, quando gli andava bene, mangiava polenta o un orribile pane giallo duro di fuori e molle di dentro, accompagnandoli con una testa d'aglio o con un po' di cipolla; un pugno di fagioli; del lardo rancido e, all'occorrenza, qualche rana catturata negli stagni. Da bere acqua, naturalmente, perché il vino non lo vedeva neanche dipinto. Per forza che, con questa alimentazione da campo di concentramento, si ammalava di pellagra! E notare che la pellagra c'era anche nell'Oltrepò collinare, ma in misura ridicola: 39 casi nel vogherese e 10 nel bobbiese, contro i 254 di Pavia e i 115 della Lomellina".





"Sei sempre un po' troppo colorito per essere uno storico... Ma dimmi. Facendo questa vita grama, quanto "duravano" i campesinos della Bassa ?"

"Tocchi un tasto, ahimè, molto dolente. Se per vita intendi la vita attiva... beh.., gli uomini erano già finiti a 50 anni. E le donne, che si maceravano a mollo nelle risaie, già  a 30  si potevano considerare non solo sfiorite, ma addirittura da rottamare...Tanto era dura la vita che queste meschine conducevano. Altro che Silvana Mangano...".




"E dopo i 50 anni?".

"Qui sono costretto ad abbassare il tono di voce, perché non vorrei che mi sentisse qualche anima impressionabile. Comunque... pensa un po' tu che i fittavoli arrivavano a non assumere i braccianti nella cui famiglia ci fossero dei vecchi inabili al lavoro. E questo per paura di doversene fare carico loro. E dunque i vecchi (leggi: i sessantenni) erano costretti a fare i vagabondi, mollati da tutti, allo sbando. E questo dopo essersi rotti la schiena per tutta la vita...".











martedì 17 febbraio 2015

CATASTROFI da non DIMENTICARE: 1951,1987, 1993, 1994,2000







Tutto è cominciato nel 1951 con il Polesine. In mezzo c'è stata la Valtellina, nel 1987. Poi sono venute le grandi alluvioni del settembre 1993, del novembre 1994 e dell'ottobre 2000.  

La cosa più significativa è il fatto che queste alluvioni, che molti ricordano come localizzate in una zona, in realtà hanno riguardato tutta l'Italia del nord, dal Piemonte al Veneto (tranne il caso della Valtellina). E' come se una gigantesca ondata di piena avesse preso l'avvio a ovest per seminare disastri su tutto il percorso, attraversando la Lombardia per scaricarsi nell'Adriatico. In certi casi l'alluvione ha picchiato più duro in Veneto (1951), in altri casi in Piemonte (2000). Pavia e l'Oltrepò pavese sono rimasti  coinvolti tutte le volte,  anche se Pavia ha sofferto soprattutto nel 1994.
Il che, a pensarci bene, è ovvio. Perché il sistema fluviale, con il Po e i suoi vari affluenti, transita esattamente da ovest ad est. Con l'aggravante che nel pavese si situa la confluenza del Ticino col Po.

Ma a noi MONTAGNER interessa forse di più un aspetto collaterale di questo "diluvio universale" che ha accomunato gli italiani del nord una generazione via l'altra. E cioè le frane.

Nell'Otrepò collinare e montano, il terreno limoso argilloso, ogni volta che non riesce più a drenare l'acqua, perché troppa o troppo violenta, riversa giù di tutto: detriti, fango, rocce, alberi. Gli smottamenti interrompono le strade di montagna, accerchiano i paesi e a volte scivolano giù giù fino a valle, come è successo negli anni 1976-77. Anni ormai dimenticati. Ma cruciali dal punto di vista della storia dei dissesti nell'Oltrepò pavese.
Val di Nizza, Valle Staffora, valle Aronchio, Menconico, Fortunago (uno dei borghi più belli d'Italia)... eccoli i grandi malati.




Trecentocinquanta le frane endemiche che interessavano l'area della sola Comunità montana alla vigilia dell'alluvione del 2000. Centoventotto le frane attivate da questa alluvione. E se vogliamo un dato più attuale, ben 1.300 le frane, per fortuna superficiali, che sono state censite nel 2010 nell'area fra Broni e Casteggio. 
Una spada sospesa sulla testa di tutti i Montagner. Senza contare i torrenti, lo Staffora in primis e i suoi vari affluenti. Che, gonfi dopo le incessanti piogge autunnali, escono ogni volta dagli argini, mettono a rischio i ponti e persino le linee del gas, interrompendo i collegamenti fra Voghera, Varzi, il Penice.

Quanti soldi sono stati spesi fino ad oggi per tamponare le falle? Alla fine dell'ultima grande alluvione che ha interessato la zona, quella del 2000, si è parlato di 30 miliardi di lire. Due miliardi e mezzo solo per Montesegale, il cui territorio è stato ridotto a un colabrodo. Più di un miliardo per Valverde. Un miliardo per Brallo di Pregola. Tre o quattro miliardi per Menconico.Ci sono frazioni, da queste parti, che hanno rischiato di essere cancellate dalle carte geografiche.




E' come se la preistoria volesse prendersi la sua rivincita.   


Ma quanto incide in tutto questo la presenza dell'uomo ?
Secondo una ricognizione  compiuta negli anni '90 da ricercatori del CNR e che analizzava il periodo cruciale della fine anni '70, nell'Oltrepò pavese molti fattori hanno contribuito a rendere pesante il bilancio delle alluvioni e delle frane in quegli anni.
L'economia del vigneto ha avuto senz'altro  la sua parte, perché ha  attivato scassi che hanno degradato il suolo. Si aggiunga la quasi scomparsa dei fossi colatori. La mancanza di una idonea rete superficiale di raccolta e smaltimento delle acque. La scarsa manutenzione dei fossi stradali. Lo sviluppo incontrollato della vegetazione negli alvi. La diffusa inutilizzazzione dei pozzi.


vecchio pozzo abbandonato a Cigognola

Così negli anni '70. Possiamo dire francamente che nel ventennio che separa gli eventi calamitosi del 76-77 da quelli del 1994-2000  è stato fatto quanto ragionevolmente possibile per migliorare la situazione?
Noi non siamo in grado di dirlo.
Sappiamo però che in quegli anni settanta, per sistemare le strade, per compensare i danni subiti dalle attività agricole e in subordine per le opere idrauliche si sono spesi parecchi, ma proprio parecchi, miliardi di lire.








mercoledì 11 febbraio 2015

NEBBIE E MISTERI: salviamo le vecchie carrette del mare



Eccolo qui l'Oltrepò dei Montagner


Bellissimi scorci paesaggistici, che sono belli anche d'inverno, anche con un po' di nebbiolina.
A 300 metri l'aria è relativamente pulita. Laggiù in fondo, Pavia e Milano soffocano in un'aria bruna che arriva a lambire in certi casi persino le pendici dell'arco alpino.
Ma non c'è solo lo scorcio naturale, nell'Oltrepò dei Montagner. Ci sono anche  tante casupole, testimonianze mute  dei tempi andati. Archeologia contadina snobbata da tutti. Piccole come quella della foto o grandi quasi come cascine. In vecchi mattoni pieni, di quelli buoni, solidi, indistruttibili. Mai intonacate. Esposte alle intemperie. Tenaci nel tempo. Per lo più abbandonate.

Questi begli edifici in mattoni pieni, malgrado siano robusti, dai e dai stanno andando alla malora.  I primi a crollare naturalmente sono gli infissi e i tetti. Poi tutto il resto. Quante nevicate, quante gradinate, quanti scrosci di pioggia hanno ricevuto sul loro groppone!




Eccole lì a non far ormai più niente, queste vecchie gloriose cattedrali contadine Sono state pensionate e sostituite da quegli orridi capannoni agricoli in cemento, che fanno il paio con gli orridi capannoni commerciali in cemento che costeggiano la statale 10. 



Non si capisce perché nessuno si sia preso la briga di rimetterli in pista, questi vecchi casolari d'epoca. 
Dev'essere successa una catastrofe antropologica, pensa il Santone di Calcababbio, che sovente passeggia lungo queste strade e vede topini, lucertole, api e vespe andare e venire da tutte queste case abbandonate. Uomini mai nessuno. Tranne durante la vendemmia, quando in questi campi sbarcano dalle macchine robusti ragazzi di colore che, chiacchierando a squarciagola, raccolgono i grappoli, sorvegliati da un caporale.

Bugia! Qualcuno ci ha pensato a bonificarle queste vecchie carrette del mare. Ma per trasformarle in case d'abitazione. Magari con la supervisione di un architetto. Battiamo le mani! Complimenti!



Per una casa gradevole e sicuramente confortevole come questa, quante brutte palazzine ci sono in giro, che sono state tirate su come viene viene probabilmente negli anni '50 e '60. Anche queste, come i vecchi ruderi dei bisnonni, pullulano dappertutto, ma a differenza dei gloriosi ruderi dei bisnonni, che svettano in aperta campagna, queste si ammassano nei fondovalle, a bordo strada. Non puoi fare a meno di vederle. Sono tutte uguali. Sono squadrate, tozze, senza grazia. 




Evidentemente è qui che, a un certo punto, si sono trasferiti i figli degli abitanti delle cascine, attirati dalla comodità di essere su una strada di grande scorrimento, a un tiro di schioppo dalla ferrovia e dai centri commerciali. Respinti dalla dura vita dei campi, i baby boomers  a un certo punto hanno lasciato i pascoli e le vigne per scendere a valle e andare a fare gli operai e gli impiegati: a Broni, a Casteggio, a Voghera, a Pavia. Brutta storia la comodità. Si rinuncia all'aria buona e al bel paesaggio per il comfort. Morale della favola: adesso le vigne le lavorano gli immigrati, mentre le fabbriche, nel frattempo, hanno chiuso i battenti.


INVESTIMENTI: POCHI O TANTI?

Si direbbe che nell'Oltrepò ultimamente si sia investito poco. Come si spiega, altrimenti, che tutto quello che c'è ancora di BELLO e di solido, qui, è quasi tutta roba antica: i vecchi casolari, alcuni rimasti integri, altri in rovina. E poi, i castelli, le rocche. Le strade stesse sembrano appartenere a due secoli fa. Magari qualche strada, prima della guerra, era in terra battuta. Adesso è asfaltata, spesso malamente.  Ma il tracciato c'era già prima. E che dire degli acquedotti e dei gasdotti? Risalgono all'anteguerra o al primo dopoguerra (anno o più anno meno), come certi tratti di fognatura.

Negli ultimi tempi si è probabilmente solo  rappezzata qualche strada, scavato qualche fosso, arginato qualche pendio, abbellita qualche piazza, creato qualche parcheggio. Niente di più. Se si escludono gli interventi, numerosi e onerosi, per tamponare le alluvioni (in pianura) e le frane, in collina. Ma questo è tutto un altro discorso.

Resta da capire  se gli dei dell'Olimpo sono stati generosi o se sono stati avari con questa bella contrada.  E se in questa contrada abita gente che ama migliorare, abbellire, investire o se abitano solo persone rassegnate al come viene viene.




Notizia dell'ultima ora

La nostra redazione, che non brilla per tempestività, ha scoperto or ora che  Roma ha stanziato quasi 4 milioni di euro per opere infrastrutturali nella provincia di Pavia, al fine di tutelare il patrimonio architettonico, storico e culturale della zona. Questa elargizione, se la nostra redazione non ha preso lucciole per lanterne,  rientra nella legge Sblocca Italia, la stessa che ha stanziato altri 100 milioni di euro al programma 6000 campanili (massicci stanziamenti  per opere infrastrutturali nei comuni sotto i 5.000 abitanti).  

Di questo stanziamento ne beneficeranno in particolare i comuni di
  • Montalto Pavese (634.000 euro)
  • Unione dei comuni lombardi prima collina (1.000.000 di euro)
  • Val di Nizza (501.000 euro)
  • Miradolo Terme (503.000 euro)
  • Valverde (515.000 euro)
  • San Damiano al Colle (622.000 euro).

Giù a Calcababbio si chiedono: ma dove andranno a finire tutti questi soldi?  Il Santone di Calcababbio azzarda una ipotesi: "Verranno impiegati nel restauro di qualche chiesa, vedrete".

"Che mancanza di fantasia" è stato il parere del grillo parlante. "Avrei detto che sarebbero finiti invece nella costruzione di una moschea per mussulmani moderati...".
"Purché non finiscano nella costruzione di qualche parcheggio..." è stato il parere del topino 2.0, che vive a sbafo nella casupola del Santone.


OCCHIO ALLA PENNA!