chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


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martedì 13 ottobre 2015

RIFIUTI TOSSICI




La discarica abusiva di Pietra de' Giorgi (in provincia di Pavia) è stata finalmente ripulita... E anche il rigurgitante cassonetto della plastica è stato svuotato! 

Tutto per il meglio, dunque? si chiede la redazione del blog tirando un sospiro di sollievo (parlare di monnezza  nuoce alla reputazione di un blog conosciuto soprattutto per le sue campagne di moralizzazione dei costumi). 

"Dipende...". Afferma con sicumera il Santone di Calcababbio. "Ho infatti sentito dire che il romanziere di Pietra de' Giorgi sta penando come un dannato solo perché vorrebbe smaltire una quarantina di vecchie latte di vernice e nessuno se ne vuol fare carico!".

"Quaranta latte di vernice? ma come fa ad avere di 40 latte di vernice?".
"Non sono sue. Sono di una conoscente che sta svuotando la cantina. E' roba accumulata nel tempo. Vecchi smalti sintetici. Roba giudicata tossica. Rifiuti speciali, insomma".


"Ma non mi dire. E la Broni Stradella S.p.a non le accetta?".  

"Manco per sogno. Non solo. Non ti sanno neanche dire a chi rivolgerti. Il romanziere di Pietra de' Giorgi ha dovuto telefonare a negozianti, imbianchini, carrozzieri. Alla fine ha scoperto che la IREN Ambiente di Piacenza ha un servizio di ritiro a domicilio delle vernici. Che però comporta un costo. E richiede tutta una procedura (elencare per iscritto di quali vernici si tratti etc. etc.)".

"Stai dicendo che quando io vernicio una porta con dello smalto mi sto mettendo in casa una sostanza tossica?".

"Parrebbe proprio di sì...!".

"Ma allora scusa, come la smaltisce la lattina il tipo che, dopo averla comperato (invento) da Leroy Merlin e dopo aver verniciato la porta, se ne vuole disfare?"

"Se nel suo comune non esiste un'isola ecologica, (che è diversa dalla discarica, dove ci finisce un po' di tutto, senza selezione preventiva) è prassi gettare la lattina di vernice nel cassonetto normale, anche se non si dovrebbe fare. Qualcuno è arrivato a suggerire a questo proposito dei metodi casalinghi per ridurre il danno".

"Ah, è così! non solo sto usando in casa mia, dove vivo, mangio, dormo, un prodotto giudicato tossico (il che è per lo meno criminale, intendo dire produrlo e venderlo). Ma ad onta del fatto che sia tossico, la prassi è che se si tratta di poche lattine il privato riesce impunemente a smaltirle come se fosse una  rumenta qualsiasi. Mentre se sono tante lattine l'artigiano deve affrontare la trafila dei rifiuti speciali. E se la lattina killer, domani, la buttassero nel cassonetto 40 privati diversi di questa zona...? Non arriveremmo egualmente alle TANTE lattine che fanno scattare l'obbligo di smaltirle in circuiti speciali, perché considerate tossiche, ovverosia dannose per l'ambiente e la salute?".

"Proprio così! Hai colto la contraddizione".

"Ma allora il romanziere di Pietra de' Giorgi perché non si fa furbo, alla maniera italiota, e distribuisce le sue 40 lattine fra una ventina di cassonetti diversi, 2 lattine a cassonetto?".



P.S. i termini impiegati in questo post sono approssimativi. Per la dicitura corretta e per l'individuazione aggiornata delle varie categorie di rifiuti occorre consultare il sito del ministero dell'ambiente.


venerdì 9 ottobre 2015

SPAZZATURA a caro prezzo

La discarica abusiva che si è creata nel parcheggio pubblico di Pietra de' Giorgi, dove una volta al mese (quando va bene) staziona il cassone della Broni Stradella S.p.A. per lo smaltimento dei rifiuti ingombranti,  ha creato un certo malumore in paese. 
Non si sa chi sia stato l'incivile che ha bellamente abbandonato un divano, un lavandino e altre amenità sulla pubblica via.


Si sospetta però che il gesto incivile sia da attribuire alla prematura partenza del cassone della Broni Stradella S.p.A.
"Una volta i cassoni stazionavano anche due o tre giorni. Adesso invece si fermano il tempo di bere un caffè e comunque non bastano mai. Bisognerebbe che i cassoni in certi periodi fossero almeno due. Infatti questa volta il cassone è partito pieno come un uovo...".
Vox populi non mente. Pensa il romanziere di Pietra de' Giorgi, che si è dovuto sobbarcare un'andata alla discarica di Stradella perché il cassone mensile gli è sfilato bellamente sotto il naso poche ore dopo il suo arrivo.


Certo che il servizio lascia molto a desiderare. Argomenta l'uomo fra sé e sé, ma ad alta voce, mentre beve un deca dalla Locandiera, accompagnato da una deliziosa torta al cioccolato.

"Ma lo sai che cosa ho pagato io di TARI lo scorso anno? Duecento tre euro... Hai capito? 203,00 euro. E lo sai cosa pagavo io di tassa rifiuti nel 2005, quando ho preso la residenza a Pietra? Ottantanove euro. Hai capito? 89,00 euro... Epperò non è che il servizio sia migliorato. Anzi. Il ritiro della spazzatura continuano a farlo una volta alla settimana (cfr. Post Scriptum). Il cassone dei rifiuti ingombranti lo stazionano per un giorno scarso anziché 2 o tre giorni come prima. E le strade, adesso come allora, non le pulisce nessuno...".

"Non è vero che non le pulisce nessuno! le puliamo noi" interloquisce il locandiere che proviene dal forno con una cesta di ottimo pane ai 5 cereali. La TARI è solo una macchina mangia soldi, in cambio della quale godiamo di un servizio assolutamente ridicolo...".


"Mi sa che hai ragione tu" interviene un cliente che sta sleggiucchiando la Provincia pavese. "La Broni Stradella S.p.A. nel 2014 si è fatta pagare  135.540,43 euro dal Comune di Pietra per lo smaltimento (cosiddetto) dei rifiuti. Certo io sono un vignaiolo e dunque potrei anche dire delle castronerie o aver letto male il Piano finanziario. Mi smentisca chi ne sa più di me. In tutti i casi mi sembra uno sproposito, in cambio di un ritiro settimanale della rumenta".

(segue alla prossima puntata)

P.S. per correttezza va detto che sul sito della Broni Stradella spa la frequenza di ritiro della spazzatura nel comune di Pietra de' Giorgi è indicata come bisettimanale.

giovedì 8 ottobre 2015

IMMONDIZIA fuori luogo

Pietra de' Giorgi. Qualche giorno fa è venuto il cassonetto mensile, che è peggio di Cenerentola, perché arriva e scappa via subito.
Questa volta si è fermato meno del solito. Il tempo di riempirsi come una mucca gravida.

Il romanziere di Pietra de' Giorgi quel giorno aveva la macchina carica di roba vecchia da buttare.
Il conduttore del camion, che stava già innestando la prima, si è rifiutato di raccoglierla.
"Il cassonetto è troppo pieno, rischio di perdere la roba per strada".

Morale. Il romanziere di Pietra de' Giorgi, con la coda fra le gambe, è sceso alla discarica di Stradella.

Qualcun'altro, però, non si è regolato nella stessa maniera.

"A sì, sono già partiti? con cacchio che riporto indietro la roba che ho raccolto col sudore della mia fronte, stipato in macchina e trasportato fino a qui, mentre me ne potevo stare al bar a giocare a Burraco. In culo alla TARI!"

Deve aver pensato o detto o bofonchiato l'anonimo concittadino. Non senza un cin cin di ragione. Per quanto, se tutti seguissero il suo esempio, sai che discarica diventerebbe questo ameno villaggio dell'Oltrepò, prima fascia collinare.

Ecco infatti il risultato della sua pensata. Uno schifo!


Ma dov'è il Comune, che è il beneficiario, si dice, della TARI?
Cosa aspetta il Comune a far sgomberare divano, lavandino, botte del vino e quant'altro?

Ormai è scontato che nessuno dopo aver visitato l'EXPO verrà dalle nostre parti. Ciononostante anche noi predalini abbiamo il senso del decoro e del bello. O no?



venerdì 11 settembre 2015

CASE PARROCCHIALI INUTILIZZATE

"L'estate sta tramontando" pensa fra sé e sé il romanziere di Pietra de' Giorgi mentre avanza velocemente sulla Costa grossa con i bastoncini del Nordic.



La sua andatura non è perfetta, perché ha la falcata troppo corta e perciò non rulla adeguatamente sui piedi. Invece il movimento di apertura della mano  mentre la porta indietro gli viene bene. Se pensa a tutti quelli che gli capita di incontrare sulla Costa grossa che camminano con i bastoncini del trekking impugnati come arti morti gli viene da sorridere. E' tutta gente che si vede che non cammina abitualmente. Scampagnate scomposte, con cani, bambini,  nonna, zia.  Chiacchiere e risate che mettono allegria. Ma di ciccia ce n'è troppa. Anche se sorprendentemente viaggiano come delle lippe.  Una volta un gruppone inter familiare l'ha persino superato e lui ha visto i bambinetti che si voltavano indietro con la faccetta maliziosa. "Carognette" ha pensato. "La vostra è tutta adrenalina. Vediamo come vi sentirete stasera...".


C'è chi vendemmia e chi viaggia su e giù con i trattori. Il consueto via via settembrino. Mosche e zanzare in questo momento stranamente tacciono.

Chissà perché ci sono così tante zanzare, qui, e chissà se è un fatto recente (in tal caso: che cosa le ha scatenate?).
Lo scrittore di Pietra de' Giorgi sta facendo manutenzione ordinaria nella bella casa di una conoscente che è all'estero per lavoro. Quando non scrive adora dedicarsi al bricolage. Ma deve accendere degli zampironi se lavora all'aperto nelle ore pomeridiane. In questa casa non c'è una sola zanzariera, constata. Nella sua invece non c'è finestra senza schermatura. Possibile che fossero indifferenti ai morsi delle zanzare? Oppure, prima, di zanzare ce n'erano meno?

"Bisogna che glielo chieda..." mugugna fra sé e sé, mentre incrocia una donna, molto piacente, che avanza, anche lei con i bastoncini, in direzione opposta alla sua.
Spinto dalla curiosità lui si volta a guardarla dopo pochi passi e, sorprendentemente, scopre che anche lei si è voltata a guardarlo.
"Ma dai, non ci posso credere... le donne si voltano a guardarmi! non è mai successo... che sia merito del Nordic?".

Più diritto, con una falcata più ampia e orgogliosa, si dirige verso la Locanda, dove la Locandiera in compagnia di due belle ragazze sta manipolando tortelloni di magro.

"Come butta, ragazze?"
"Male grazie" è la risposta della locandiera, che avrebbe voglia di passeggiare anche lei sulla Costa grossa.

"Senti un po', secondo te i parroci della zona obbediranno all'invito di Bergoglio?".
"Ne dubito..." Interloquisce un cliente che sta leggendo la Provincia pavese.

"Eppure di case parrocchiali vuote ce ne sono parecchie nei dintorni, che oltretutto vanno alla malora perché i parroci, a furia di pensare solo all'anima, curano poco la manutenzione dei fabbricati...".

"Il fatto è che non sempre hanno l'agibilità... sai com'è... Il cesso è obsoleto, mancano le zanzariere, la canna fumaria non è a norma, c'è il salvavita ma manca la puntazza... ".

"Già, già... questa storia è assurda. Ti immagini. Trovo un malcapitato con la gamba rotta per strada e non lo raccolgo perché la mia macchina non è adibita al trasporto dei feriti... E' così che vanno le cose qui da noi. Ah, cosa ne direbbe la Merkel!".



"Anche tu innamorato di Angela come il Santone di Calcababbio?"

"Beh, c'è anche di peggio" interloquisce una delle due belle ragazze mentre mena colpi ben assestati sulla pasta stesa sullo stampo. "Ci sono persone che se incontrano per strada un malcapitato con la gamba rotta finiscono di rompergliela con un calcio. E magari si tratta di una donna bionda, giovane e carina...!".







venerdì 10 luglio 2015

SCRITTORI senza EDITORE







Scrittori senza editore. O meglio, scrittori editori di se stessi.
Che sia l'ormai vecchio e glorioso self-publishing?  No, è una cosa leggermente diversa e adesso vi spieghiamo perché.

Intanto diciamo chi sono i due Montagner che praticano entrambi l'auto-pubblicazione. 
Non facciamo nomi, com'è nostra abitudine. Però possiamo dire che il più giovane è un gommista di Broni. Ragazzo colto e sveglio, che a vederlo di primo acchito in tuta diresti che è uscito da un romanzo di Caldwell. Ma che poi, quando parla di letteratura ti sorprende come se avessi di fronte a te il fantasma di Giacomo Debenedetti.

L'altro, il più vecchio (e quando diciamo vecchio diciamo un tipo con i capelli grigi, magro, alto, ma indiscutibilmente del secolo scorso) è il romanziere di Pietra de' Giorgi.




I due si sono letti a vicenda, anche se il più vecchio non ha ancora avuto l'agio di affrontare il nuovo romanzo del più giovane. E si stimano a vicenda.
Per il momento finisce qui. Ma in realtà non finisce affatto qui, come vedremo presto.
Precedenti del più giovane: ha pubblicato il suo primo romanzo con i tipi di un piccolo editore e ora, seguendo l'esempio del più vecchio, ha deciso di auto-pubblicarsi.

Precedenti del più vecchio. Dopo aver interpellato alcune agenzie di editing, che in quella fase gli sono state utili, ha bussato alla porta di qualche editore scelto a caso. Poi si è stufato di aspettare e ha fatto la classica cosa che ormai fanno tutti: ha pubblicato la prima versione del suo primo romanzo (che prima si chiamava Palcoscenico rosa e ora si chiama Vero quasi vero) su AmazonContrariamente a quanto strombazza Amazon, la cosa non ha prodotto nessun risultato. Per cui, dopo un anno, ha rotto con gli e-book e ha deciso di auto pubblicarsi su carta, utilizzando i servizi di un piccolo tipografo di Pavia che pratica costi contenuti.

Fine per il momento di una storia che sembra semplicemente ribadire il vecchio piccolo è bello, ma che in realtà,  a detta dei due dissidenti, è un gesto di rivolta che potrebbe aprire scenari nuovi.

Autolesionisti, puritani, snob... dicono alcuni malintenzionati parlando di loro. Con tutte le Scuole di scrittura che ci sono in giro... Basterebbe un po' più di modestia...
Ecco, per l'appunto. 
Attorno al mondo dei nuovi bisognosi (cioè i bisognosi di pubblicazione) è fiorito tutto un indotto, che va dai concorsi letterari di provincia (se non di paesello), ai finti editori,  alle scuole di scrittura creativa (da Baricco in poi), alle agenzie di editing, alle 10 cose da evitare quando si scrive un romanzo (che ha avuto un notevolissimo successo su Facebook, quasi superiore a quello di Medjugorie).


Indotto che è una pacchia per gli intellettuali di provincia alla ricerca di visibilità e per gli editori in asfissia commerciale. 

Tutte queste cose ai nostri due autori non interessano affatto, anche se, rifiutandole, rischiano di rimanere nell'oscurità dell'anonimato.
Primo, perché sanno già scrivere, e piuttosto bene. Secondo, perché bazzicando il vero mondo della Letteratura (che vuol dire letture, letture, letture, scrittura, scrittura, scrittura e una certa esperienza di vita vissuta, nonché una fervida fantasia) sono arrivati alla conclusione che tutti questi bancarellari della cultura andrebbero presi a calci nel sedere e allontanati istantaneamente dal Tempio.


Morale della favola. Per il momento pubblicano in proprio, dalle 20 alle 50 copie. Senza ISBN, perché tanto non vanno in libreria. E regalano i loro romanzi o li fanno pagare 7 euro. Scegliendo accuratamente i loro lettori.

In futuro contano di coalizzarsi e mettere su una task force che faccia "la guerra" al sistema della letteratura, con i suoi stanchi riti, i suoi valori obsoleti e la paccottiglia di molte delle sue pubblicazioni. 



   


lunedì 8 giugno 2015

FARE RETE

Allo scrittore di Pietra de' Giorgi gli si è accesa una lampadina.
"Qui bisogna fare rete!"



"Bella pensata, molto originale" mormora il grillo parlante, che ogni tanto si reca dallo scrittore perché da lui si mangia infinitamente meglio che dal Santone di Calcababbio. 

Lo so che non è una pensata originale, bofonchia lo scrittore. Ma come la intendo io è originale parecchio.
Me l'ha fatta venir in mente l'aver incontrato casualmente in rete un personaggio interessante come Giulio Sensi. Che fra le altre cose è il direttore della rivista Volontariato oggi. Andate su Facebook e lo troverete.

A proposito di Facebook. Fare rete come l'intendo io significa scavalcare i social. I cosiddetti social sono troppo frivoli, autoreferenziali, narcisistici, futili. La gente li usa per farti vedere il pupo, il cane, la torta o per vomitare contumelie (abbasso gli emigrati, abbasso l'Expo, abbasso i ladri al governo, abbasso i ladri all'opposizione etc. etc.) o per esibirsi in reiterati selfies che però non mostrano quasi mai le parti più interessanti di ciascuno...



Robaccia che non serve a niente, che non crea quasi mai conoscenze (il creare coscienze è roba di una volta; ci vorrebbe anche oggi, ma guai a toccare il tema...).

E allora? allora facciamo rete fra quelli che condividono alcuni postulati etici, esistenziali e politici. Per esempio la necessità di essere "virtuosi" (leggi, aver senso civico), di alimentarsi in modo corretto, di denunciare il cibo spazzatura, di liberarsi dei luoghi comuni, di reinventarsi etc. etc.. Facciamo innanzitutto rete fra blog (chi mette giù un blog in genere ha qualcosa da dire). 
Segnaliamoci l'un l'altro. Facciamo conoscere ai Montagner un ragazzo interessante, anche se tosco, come Giulio Sensi e il suo blog. Usiamo la rete per aprire i nostri confini. Smettiamola di titillarci in diretta. E' ora di lasciare la stanza dei giochi. 

(Jonathan Hobin)

Ma ne riparleremo, statene sicuri...


domenica 31 maggio 2015

QUANDO HA COMINCIATO a cambiare l'Oltrepò?

Ci sono elementi di continuità nella storia dell'Oltrepò. Uno di questi - forse il principale - è la sua vocazione vitivinicola.

Senza scomodare gli Etruschi, che sono lontanucci nel tempo e che hanno avuto il merito semplicemente di introdurre la vite nelle contrade dei Montagner, la viticoltura di queste colline è una costante dall'età moderna fino ai giorni nostri.


"Ma questo elemento di continuità a cosa si è ridotto, oggi? al solo fatto che qui si continua a coltivare la vite. Per il resto 'u passato è passato...".

"Dici poco! (è il vignaiolo claudicante che rintuzza l'affermazione provocatoria del romanziere di Pietra de' Giorgi"). Hai mai fatto caso che su queste colline non c'è una fabbrica. Neanche una? Il vigneto ha tenuto alla larga l'industria. Ha fatto da cordone sanitario. Niente cemento, niente Eternit..".

"Beh, se è per questo l'Eternit c'è anche in collina e parecchio. E non te lo schiodi, perché la gente qui non vuole spendere per la salute, neanche quando i soldi ci sarebbero...". (è il salutista Santone questa volta che interloquisce. Non a caso l'uomo ha testé compiuto 102 anni).   




L'allegra tavolata, riccamente imbandita di bei frutti dell'orto, è stata posizionata all'ombra di un fico gigantesco. Le zanzare ancora non hanno fatto la loro comparsa e le api non costituiscono certo un problema. Di Eternit qui non ce n'è, perché il romanziere di Pietra de' Giorgi l'ha fatto rimuovere da anni.

"Ma quando hanno cominciato le cose a cambiare qui?"

A Interloquire questa volta è una bella ragazza straniera che abita a Pietra e che collabora con la Barda nella gestione della casa.

"Difficile risponderti. Ci sono infatti diversi fattori che hanno inciso. Se guardiamo la demografia (eh? cos'è questa cosa?)... Massì, se guardiamo l'andamento della popolazione, le cose restano pressoché immutate fino agli anni Trenta. Prendi per esempio la Comunità Montana, che è quella che si è spopolata di più nell'ultimo dopoguerra. Bene, la Comunità montana nel 1861 aveva 28.573 abitanti e nel 1936 ne aveva 35.273. Dunque, la gente che faceva il contadino e che faceva l'allevatore, qui ci stava e ci stava volentieri, malgrado l'emigrazione transoceanica abbia picchiato duro anche qui".


"E poi?" (è la Barda questa volta che interloquisce, mentre massaggia il suo Samsung e coglie un fico dall'albero).

"Beh, malgrado nella Comunità montana  dopo il 1936 il flusso cominci ad invertirsi, nell'Oltrepò considerato complessivamente la popolazione cresce fino al 1951, anno in cui si raggiunge il top, con 162.564 abitanti. Poi, ahimè, inizia la "catastrofe", perché il boom industriale convince molti giovani a mollare la vanga e trasferirsi in città. I primi a muoversi naturalmente sono i Montagner veri e propri. Poi si schiodano gli abitanti dell'Alta collina e infine quelli della collina bassa. Nell'area oggi del DOC  nel 1861 ci vivevano 61.507 persone, che diventano 81.386 nel 1931, per tornare a 63.729 nel 2001....".
"Ahi! mi ha punto un ape!"


domenica 22 marzo 2015

L'ECTOPLASMA VINCENZO sale in cattedra






Oggi l'ectoplasma di Vincenzo è apparso a Herulf in forma di gatto (ricordate? Herulf è lo pseudonimo del romanziere di Pietra de' Giorgi) .

"Miao, cioè Ciao Herulf. Come butta?".
"Discretamente. Ma tu cosa ci fai nei panni di un gatto?".

"Problemi di sintonizzazione della materia ectoplasmatica. Stamane stavo accarezzando il mio micio di allora, quello che avevo da ragazzo in campagna, è c'è stato un travaso di SUBSTANTIA fra di noi. Ma non ti preoccupare, sono sostanzialmente sempre IO (miao)".

"Vuoi che ti serva un piattino con il latte?".
"Sarebbe meglio un bicchiere di buona Bonarda, per esempio quella di Rovescala, che mi è sempre piaciuta di più. Non la posso bere, ma la posso odorare...".

"Vada per il Bonarda. Ne ho giusto una bottiglia di un'azienda di Rovescala che fa il bio-bio che più bio non si può. Sono una bella copia, vedessi. Si chiamano P. & P. Certo non hanno nulla del contadino, come te. E infatti vivono in un castello...".

"Dio buono, non son certo mezzadri. Ma lo sai dove si viveva noi, allora?  Non te ne ho ancora parlato?".

"No, per il dio bacco che non me ne hai parlato. Volevi farlo, ma poi ti sei liquefatto...".

"A  sì, adesso ricordo. Comunque. Visto che tu coltivi questo grande interesse, quasi una passione direi, per i vecchi RUDERI  abbandonati (e mi sa che dalle tue parti sei l'unico ad avere questa squisita sensibilità per l'antico) ti dirò allora, a mo' di premessa, che le case contadine dove, ovvia, si viveva noi al principio del secolo, non eran case, ma erano fabbriche...".

"Ma cosa mi stai dicendo? fabbriche in collina? per fortuna nessuno ci ha mai pensato a costruire una fabbrica in collina!".

"Cerca di capirmi allocco, altrimenti non ti faccio passare l'anno. Quando dico che eran fabbriche intendo dire che le nostre case, a differenza delle ville dei ricchi, che esistevano per la villeggiatura, servivano allo scopo principale di favorire il nostro lavoro. E perciò non facevano distinzione fra le stanze per i cristiani e le stanze per le bestie. Non che ci fosse proprio promiscuità, ma con le bestie si viveva gomito a gomito".



"Il termine giusto per definirle è CASE DI LAVORO, anche se in certi casi dovremmo chiamarle CASE DI MISERIA. Naturalmente non eran tutte uguali. C'erano quella che in un unico corpo di fabbrica univano stalla, fienile ed abitazione. Con la stalla a pian terreno, in modo che col calore animale si scaldava la dimora sovrastante. E poi c'erano quelle, un tantino meno misere, in cui i rustici erano separati,  a qualche distanza dalla casa, oppure erano posti ad angolo in modo da formare una sorta di corte".

"Accidenti, Vincenzo, mi stai spiegando le cose come se fossi un professore. Ma pazienza. Da te imparo finalmente a capire il linguaggio dei vecchi ruderi abbandonati".

"Sappi una cosa, mio caro Herulf. Comunque fossero fatte, queste case avevano sempre, tutte, un locale dedicato al vino, ovvero una cantina o una tinaia. Ma fammi odorare ancora un po' la Bonarda di P & P di Rovescala, che glie è bona, assai, per la miseria...".



venerdì 6 marzo 2015

L'ECTOPLASMA di VINCENZO ricorda....

C'erano tanti animali e persone e piante e coltivazioni...

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è seduto sul comodino di Herulf, ovverosia del romanziere di Pietra de' Giorgi.
La Barda è andata a Tai chi ed Herulf si concede una pausa fra una stornellata celtica e l'altra.
Lo stomaco di Herulf brontola per la fame. Ma il desiderio di ascoltare la rievocazione dell'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è troppo forte.

Di che anni stiamo parlando, Vincenzo?

Cosa vuoi che ti dica. Non me lo ricordo. In me a volte convivono diversi ectoplasmi. C'è il "mio", che risale al primo Novecento. Poi c'è quello di mio padre, quello di mio nonno e quello del mio bisnonno. Alla fine si rimonta, pensa un po', al 1699, l'anno in cui il Collegio Borromeo di Pavia acquisisce la possessione di PEGAZZERA, dove è nata, si è riprodotta, è morta, è sepolta tutta la mia ascendenza.

Ah, la conosco! oggi è una prestigiosa location per eventi e per matrimoni. Si trova, se non sbaglio, sulla provinciale che collega Montalto con Casteggio.




Non so di cosa parli, Herulf, ehm, ehm.

Hai ripreso a balbettare, Vincenzo? ti capisco. Se tu la vedessi oggi, la Pegazzera, mica la riconosceresti. Roba per George Clooney, per Brad Pitt,  per Angelina Jolie...





Beh, ehm, allora la Pegazzera era una cosa seria, tremendamente seria. Pensa che l'Amministrazione del Collegio Borromeo l'aveva acquistata (meglio: permutata con la possessione di S. Maria della Strada, nel Siccomario) per evitare di dover comperare il vino. E poi al Collegio erano stufi di inondazioni e di saccheggi da parte delle soldatesche. I 300 metri di altitudine della Pegazzera erano una garanzia!

Vuoi dire che da quelle parti, alla fine del '600, si coltivava già l'uva?
Ma certo, scriteriato d'uno scrittore. La vite nell'Oltrepò l'hanno introdotta  gli Etruschi e i Greci. Poi si è continuato a coltivarla. Non alla maniera in cui la si coltiva oggi, beninteso....

Ecco, qui veniamo al discorso che mi interessa di più. Racconta, racconta. Com'era la campagna ai tuoi tempi?

Ma, dipende. Nel primo Settecento, ai tempi dei mio tris-tris-trisavolo, la porzione maggiore del coltivo era a GRANO (frumento, spelta, melica, orzo). Poi la vite ha cominciato a prendere il sopravvento. Ma attenzione: non si trattava di viticoltura allo stato puro. Alla Pegazzera fino al '900 vite, alberi e grano sono andati a braccetto. Diciamo che si facevano ombra a vicenda. I dotti chiamavano tutto questo aratorio avitato.

Rispetto alla vostra campagna di oggi, che è tutta un monotono susseguirsi di filari allo scoperto, allora il paesaggio era molto più vario. Intanto c'era il bosco. Bosco ceduo forte, da cui si ricavava il legname per la paleria delle viti e per la manutenzione degli edifici rurali. E c'era il zerbo, cioè la brughiera, che serviva a prevenire che il terreno argilloso franasse. Allora,  scusa se te lo dico, ma "noi" si era più più previdenti di quanto lo siate voi adesso. E poi c'erano gli animali, che adesso sono scomparsi del tutto (tranne i cani e i gatti).


(vacca di razza varzese)

Purtroppo alla Pegazzera quello che scarseggiava era il prato. Oltre ai cereali si coltivavano i legumi, che garantivano la salubrità del terreno e ci davano da mangiare a noi contadini.  Ma l'erba, che sarebbe servita a dar da mangiare alle bestie e quindi a garantirci del buon CONCIME, ricopriva una percentuale irrisoria.

Ma dimmi un po', Vincenzo. Passando di palo in frasca. Dove e come vivevate voi contadini alla Pegazzera? 

Aspetta un momento, fammi finire, che se no ti perdi il più bello. Quello che ti ho descritta fino ad ora è la situazione dei miei trisavoli. Quando io ho cominciato a lavorare di braccio si era già all'inizio del Novecento e la situazione stava proprio allora cambiando e di brutto. Il Collegio Borromeo aveva deciso infatti di investire nella VITE, dopo il fallimentare esperimento di investire nei gelsi e nella bachicoltura, un capitolo che si chiude alla fine dell'800.
Quando io ero piccolo il vigneto e il frumento stavano infatti cominciando ognuno ad andare per la sua strada e la vite si stava prendendo la fetta più grossa. Non solo. Anche gli alberi da frutto (meli, peri, ciliegi, pruni, albicocchi, fichi, noci) cominciavano allora ad essere sacrificati per far posto alle viti.

Ok. Vicenzo. Mi stai dicendo che nell'Oltrepò la VITICOLTURA INTENSIVA è roba già dei nostri nonni e che non c'è bisogno di aspettare il momento in cui i trattori, nel secondo dopoguerra, scacceranno i buoi per vedere le piantagioni di viti imporsi su tutto il resto. Ma la CASA, dimmi, com'era la tua casa?

Oddio, mi sono dimenticato di dirti che a mezzanotte io debbo scappare via. Se non mi trasformo in una pozza d'acqua e addio ectoplasma di Vincenzo.




Le notizie riportate in questo post sono tratte da un volume che purtroppo non è più in commercio:
I tempi della terra. Campi acque e case nel pavese rurale dalla fine del '500 ai nostri giorni. E' una miscellanea di articoli, fra cui uno, per l'appunto, sulla Pegazzera, scritto da Francesca Belloni. il volume risale al 1983 ed è nata in occasione di una mostra organizzata dalla Provincia di Pavia e intitolata I tempi della terra.






giovedì 5 marzo 2015

L'ECTOPLASMA del MEZZADRO VINCENZO





L'ectoplasma non è un fantasma. L'ectoplasma è una forma corporea in tutti i sensi. Un po' fluida, a dire il vero. Quindi poco compatta, instabile. Ma è tridimensionale  e occupa uno spazio.

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo, difatti, era seduto sul comodino, nella camera da letto del romanziere di Pietra de' Giorgi, e muoveva nervosamente in su e in giù una gamba. Ogni tanto dal suo corpo gocciolava uno strano liquido.

"Mi sporchi il pavimento, accidenti! poi chi la sente la Barda!".

"Senti, razza - ehm - di ingrato. Sei stato tu -ehm- a chiamarmi. E adesso -ehm- vorresti rimproverarmi perché perdo un po' di liquido ectoplasmatico?".

Il romanziere di Pietra de' Giorgi, che d'ora in avanti chiameremo Herulf in omaggio a uno dei suoi personaggi romanzeschi, si stringe il mento con la mano sinistra (ebbene sì, è mancino) e borbotta:

"Dev'essere stata quella volta che mi sono lanciato in tutti quei porco qui, porco là, porco su, porco giù. Forse, senza saperlo, ho attivato una formula magica".

"Proprio così, caro Herulf. Dalle mie parti - ehm- , che adesso non ti sto a dire per non confonderti le idee, (ma sappi che si tratta di una dimensione parallela) quella mattina  che tu, dalla locandiera, ti sei messo a dire porco qui, porco là, porco su, porco giù, c'è stato- ehm- una specie di rivolta delle ectoplasme femmine, che hanno trovato francamente triviale il tuo modo di esprimerti.



"Conclusione -ehm- io  sono stato spedito qui, sulla superficie, dalla suprema sacerdotessa, per tentare - ehm - di calmare i tuoi bollenti spiriti e cercare insieme una soluzione al tuo problema".

"Ma scusa, da come vesti, per come parli (il tuo italiano è un po' stentato, ehm), si direbbe che tu, in vita, eri un contadino. O sbaglio?"

"Non sbagli, ehm. In vita ero ero per l'esattezza un mezzadro. Ed ero un mezzadro di quelli che stentavano a cavarsela. Perché -ehm - tenevo famiglia, ma non c'era nessun figlio maschio ad aiutarmi".




"Povero Vincenzo. Ma dimmi: dove sei vissuto, quando sei vissuto? perché ti sei preso la briga di scendere (o di salire, dimmelo tu...) sulla terra?".

Risponderò per prima alla tua ultima domanda. Sono salito dall'altra dimensione in cui "viviamo" noi ectoplasmi degli ultimi secoli (gli ectoplasmi dei secoli più antichi vivono in altre dimensioni diverse dalla nostra) per -ehm- aiutare te nella ricostruzione del passato contadino di questa bella campagna in cui tu - ehm - hai la fortuna di abitare".

"Mi stai dicendo che finalmente capirò qualcosa di quello che è successo qui nel passato e che darò finalmente un senso alla storia dei Montagner?"

"Bravo, ehm, proprio così. Ma ne parliamo domani. Perché adesso mi sto liquefacendo tutto...."

mercoledì 4 marzo 2015

OGGI PARLIAMO DI VOI: un cameriere molto seduttivo



Qualche tempo fa il TIPO di cui vogliamo parlarvi  lavorava come cameriere in una pizzeria a Stradella. La padrona, che parlava un italiano fluente, ma leggermente deutsche, era lì per intrattenere i clienti. Lui, che era lì per servire ai tavoli, intratteneva anche lui altrettanto bene i clienti.




Locale piccolo, ma estremamente accogliente.

Il romanziere di Pietra de' Giorgi ci portava spesso la Barda, a mangiare la pizza. Mai il sabato, per carità, che c'era tutta la società bene politicamente corretta di Stradella.

Mangiare la pizza... si fa per dire. Perché il cameriere non tollerava che tu mangiassi la pizza che TU avevi scelto dalla lista. No! Lui te ne consigliava sempre un'altra. Che effettivamente era fantastica.

La Barda mangiava la pizza che aveva scelto lei. Il romanziere di Pietra de' Giorgi, siccome non era insensibile alle lusinghe del cameriere, che lo guardava con certi occhi languidi, sceglieva la pizza scelta da LUI.




Poi il locale aveva chiuso.

Erano passati inverni, autunni, primavere, estati. I capelli del romanziere erano diventati quasi grigi (un bel grigio uniforme, a detta di molte signore). La Barda si era asciugata di coscia, perché faceva molta ginnastica e tai chi una volta alla settimana. Della pizzeria più nessuna notizia.

Finché una sera, parlando con un tipo di Pietra specializzato nell'happy hour, il romanziere era venuto a sapere che la pizzeria in questione non aveva affatto chiuso, ma aveva banalmente traslocato: dalla città in campagna. Da un buchetto contradaiolo alla splendida cornice di una villa.

"Dai che si va!" aveva detto la Barda. Detto fatto, erano andati. Ben contenti di rivedere dopo tanti anni dei vecchi "amici".

Dunque. Lei era sempre un po' deutsche di accento e qualche segnetto dell'età l'aveva recepito. Poca roba, beninteso. Quel tanto che dici: perbacco, non è invecchiata quasi per niente.

Lui, il cameriere, invece, era persino più giovane di prima.

"Dorian Gray!" aveva esclamato il colto romanziere di Pietra de' Giorgi.





"No, è solo questione di pizza! A questo proposito, mi permetta di consigliargliene una veramente strepitosa... prenda la numero 3. E' una bomba!".



sabato 21 febbraio 2015

NEBBIE E MISTERI: la viticultura






"Quando mai ho avuto la brillante idea di mettermi a fare lo storico", esclama il romanziere di Pietra de' Giorgi davanti a uno stinco che gli ha imbandito la locandiera.

Ma come, l'uomo non era vegetariano?
Certo che è vegetariano. Solo che quando è in crisi, e di quelle brutte, sente il bisogno compulsivo di addentare della carne. E se c'è l'osso, meglio ancora. Davanti a lui una bottiglia di Buttafuoco mezza vuota. Le gote dell'ex romanziere sono rosse. Il naso idem. La mano che afferra il bicchiere è incerta.

La locandiera lo sbircia e lo sbircia anche una bella ragazza che ogni tanto serve ai tavoli e che dice "Ciao" in una maniera tutta sua, che sembra che faccia le fusa: entrambe temono che l'uomo possa partire in quarta con uno dei suoi tremendi concioni, che durano delle ore. La ragazza è pronta a scappar via, invocando la scusa che deve occuparsi della nipote. La locandiera anche lei è pronta a invocare una scusa: mi aspettano in piscina...
"Io non ci capisco niente. Maledizione! Mannaggia. Accidenti! Porco qui, porco qua, porco su, porco giù...."
Ma è possibile che nessuno mi sappia spiegare perché i vecchi casolari della collina sono stati abbandonati alle lucertole? (il romanziere non parla a voce alta, bofonchia. Per cui abbiamo messo in corsivo le sue considerazioni, considerandole alla stregua di pensieri).

E dire che mi sono dato un sacco da fare in questi giorni. Ho interpellato uno storico, di quelli veri, di quelli patentati, che abita qui in paese. Lo chiamano il PROFESSORE. Lui però  - curiosa contraddizione - si è  prevalentemente occupato della Bassa e comunque ha studiato i secoli remoti: il Quattrocento, il Cinquecento... il LIBRO che mi ha regalato, ben scritto, molto interessante, getta luce sull'economia del grande allevamento, ma di viticultura non ne parla. E non parla neanche dei Montagner.





Alla fine, ridotto alla disperazione ho interpellato un po' di gente del posto (chissà perché ultimamente, dove passo io si crea un fuggi fuggi generale....).

C'è chi dice che le cose sono cambiate negli anni '70. C'è chi dice che la colpa è dei finanziamenti della Comunità europea. Altri dicono che è stata la meccanizzazione a cambiare le cose. C'è chi dice che, con la morte dei vecchi, i vigneti di famiglia sono stati venduti e adesso tutto è in mano a pochi proprietari, che vivono in città e che fanno lavorare le vigne ai braccianti, come i fittavoli un tempo facevano lavorare le risaie alle mondine. 

Tuttavia  a me tutte queste, che mi sanno di congetture, non mi convincono affatto. Conosco tanti vignaioli di qui che non sono affatto dei latifondisti. Neanche loro, però, vivono nei casolari. Vivono in case normalissime e l'unica cosa di agricolo che gli vedi fare è andare su e giù col trattore (che ricoverano in un orrido capanno di cemento). Sarebbero coloni, questi? Ma per carità! E da quando hanno smesso di essere coloni,  continuando ad occuparsi di vigne e di vino? Mi fanno venire in mente gli operai, che prima erano in tuta blu, sporchi di grasso e che adesso sono signorini in tuta bianca e stan lì a schiscià el butun...
Domande, sempre e solo domande senza risposta. Possibile che la gente del posto abbia la memoria così labile? Possibile che non si ricordi quando i coloni hanno fatto fagotto e hanno abbandonato al loro destino tanti bei casolari? possibile che non mi sappiano dire quanto è cambiato il modo di produrre il vino da queste parti?

Ed è possibile che i libri che si trovano in giro, nelle edicole, sulle bancarelle, come l'ultimo che ho comperato, di Francesco Ogliari,  ti parlino della viticultura senza dire  un accidenti di concreto, limitandosi a rievocare nostalgicamente i bei tempi andati e le allegre brigate che tornavano stanche dalla vendemmia, tutti ammassati su carri agricoli a pianale, con motore ad avantreno

D'altronde, ecco come questo libro (vol. 5°: il lavoro) descrive romanticamente la vita delle mondine della Bassa pavese. 

"Il mondo delle mondariso, non di rado giovani e belle, è ben lontano dall'essere un mondo tetro, privo di allegria. Le ragazze alleggeriscono la tensione e la fatica cantando, raccontandosi, celiando, motteggiandosi l'una con l'altra, mentre il sole indora le loro figure".


(mani di mondina)


Se queste non sono TINTE ROSA! Ovvia, sembra di ascoltare gli altosonanti commenti  dei CINEGIORNALI  dell'Istituto Luce!


venerdì 30 gennaio 2015

ATTI di GENEROSITA': soccorriamo i poveri ciclisti!




"Cosa si fa qui nell'Oltrepò per quella volenterosa moltitudine di tranquilli pedalatori che in ogni stagione percorre strenuamente le nostre colline?" chiede la Barda alla Locandiera.
"Io di ciclisti non ne so niente. Io non cucino per gli sportivi. Io coccolo e sollazzo i buongustai...".
"Vuoi dire quei tranquilli signori con la pancetta che si abbuffano nella tua locanda e che poi fanno due stentati passi in paese per smaltire?".
"Beh, più o meno quelli. I ciclisti sono sportivi e pertanto sono incompatibili con la salamella  e con il brasato".





"Qui non si fa proprio niente per i ciclisti..." 
Il romanziere di Pietra de' Giorgi, che se ne sta seduto a un tavolino scrivendo chissà quale racconto, interloquisce un po' villanamente. Le due signore lo guardano come se fosse lo scarafaggio di K. Ma lui è troppo irruento e perciò non c'è nulla da fare. Tocca sorbirselo.

"Io non dico di fare come a Malmö, in Svezia, dove hanno creato un impianto sotterraneo accanto alla stazione centrale che oltre alle rastrelliere per il parcheggio (1.500 biciclette) offre armadietti, docce, pompe ad aria, un salotto dove rilassarsi, bagni pubblici e un negozio di bici in cui far acquisti o portare a riparare il proprio mezzo.

Né si tratta di fare come nell'Istria nordoccidentale, dove, fra le tante iniziative per  venire incontro ai ciclisti, c'è una segnaletica stradale ad hoc, tabelle informative con itinerari commentati, un itinerario in bici gourmet & wine, piste ciclabili family e persino bike hotel.  Pensate che questi hotel sono dotati di vano bici con chiusura a chiave, servizio di lavanderia per abbigliamento sportivo, lavaggio bici, servizio di cibo da asporto e  altre cose fantasmagoriche, come set di attrezzi per riparazioni, possibilità di massaggi, noleggio etc. etc. Non ci credete? andate a vedere su Internet...

Dicevo.. Non si tratta di arrivare a tanto. In questo modo infatti lo spirito d'avventura dei nostri ciclisti locali, che sono un po' più ruspanti,  rischierebbe di essere un tantino "castrato".





Ma i ciclisti che potrebbero venire da lontano? Ai ciclisti che potrebbero venire veramente da lontano ci abbiamo mai pensato? (e quando diciamo lontano, mica diciamo Binasco).

Dopo queste parole la locandiera sparisce in cucina e la Barda va alla toilette, situata sul retro. Ma il romanziere, che non si è accorto di niente, prosegue la sua conferenza.

Se i ciclisti che indossano la maglietta Broni o Casteggio non sembrano minimamente frenati dall'assenza di una offerta turistico-ciclistica raffinata come quella istriana, forse il milanese o lo svizzero gradirebbero qualche servizio in più.


Mentre il Romanziere, col dito alzato verso il soffitto, pronuncia ad altissima voce queste ultime parole, uno sparuto ciclista entra nel locale. Non vede la locandiera. Vede solo il nostro romanziere che sembra a tutta prima un po' alticcio.

"Porca zoccola, non solo qui di noi se ne fregano e ci sfiorano pericolosamente con la macchina, che un giorno qualcuno ci lascia la pelle. Ma non c'è neanche un fottuto bar o un fottuto ristorante che ci prepari una merenda al sacco adeguata alla nostra attività agonistica. Ci tocca portare da casa le barrette, come tutto il resto d'altronde!".

Il romanziere che sembra un po' alticcio, coerentemente con il suo spirito polemico e demolitorio, non perde l'occasione di fare la grande battuta finale, mentre la locandiera, richiamata dal concionamento, rientra in fretta e furia dalla cucina e la Barda lascia la toilette, dove ha rinfrescato il trucco.

"Macché barrette e barrette...Qui ci vorrebbe una bella bonifica, piuttosto. Voi fate tanto i salutisti, ma non vi rendete conto che pedalando, pedalando respirate un bel po' di quella fetentissima polverina che si sprigiona dalle lastre di Eternit? Credete di passeggiare fra le colline del vino, in mezzo a belle ville. In realtà state camminando su una corda sospesa nel vuoto...".






AMEN







giovedì 29 gennaio 2015

I PERSONAGGI CHE SI SONO DISTINTI: il cane benemerito

Riportiamo qui di seguito il verbale di una seduta pubblica tenutasi  presso il  Comune di XXX.
L'argomento in discussione (puole una cagna essere la destinataria di un attestato di benemerenza?) riveste infatti un grandissimo interesse.




Commissione Benemerenze del Comune di XXX
Verbale dell'udienza n 5 del 29 gennaio 2015.

Presenti: l'Assessore alla Comunità Rodolfo K., un folto pubblico di cittadini e il postulante, il signor Rolando Solidago.
Oggetto: conferimento dell'attestato di benemerenza alla defunta cagnotta del postulante, detta Lilla.

Caro Assessore, se mi permette vorrei precisare che in caritate pauper est dives, sine caritate omnis dives est pauper. Chiarito questo, aggiungo che la mia cagnotta  è notoriamente nativa di qui. Lei lo sa, vero, quanto vivono i cani? Poco, assai poco, ahimé. Dunque la mia cagnotta non è nata il secolo scorso. Né è nata quando da queste parti le Vestali inneggiavano al falerio e a Priapo. È bensì nata nel luglio del 2000 e ci sono moltissime persone fra i nostri concittadini che lo possono testimoniare. Fra l’altro, mi sovviene or ora che la mia cagnotta è nata proprio dietro quella porta laggiù. Dove dà quella porta, quella che si trova alle sue spalle, Assessore? Dà sul pergolato che c’è a tergo dell’edificio comunale, è vero? Orbene, in quel pergolato, nel luglio del 2000, la mia cagnotta è venuta alla vita, insieme ad altri quattro cuccioli, senza intervento umano, sua sponte e probabilmente notte tempo.

È altresì noto che la mia Lilla è stata adottata dalla signora V.C. e dunque, essendo la signora V.C. cittadina di questo comune, la mia Lilla era cagnotta di questo comune. Che poi la signora V.C., chissà per quale motivo, non abbia formalizzato l’adozione o, peggio, a un certo punto sia sparita in circostanze abbastanza strane, abbandonando la cagnotta alla pubblica pietà, in claris non fit interpretatio, come si suol dire, e dunque soprassediamo su questa penosa circostanza.
Dopo l’abbandono, però, la cagnotta ha trovato subito varie persone disposte ad accudirla. E se, alla fine, si è risolta a trasferirsi armi e bagagli presso la mia casa, probabilmente lo si deve imputare al fatto che la mia casa dista sì e no 100 metri dalla casa della sua ex matrigna”.




Tutto questo ci giunge nuovo, signor Rolando. Ma non nutra alcun dubbio in merito. Istituiremo subito una Commissione d’indagine, per accertare la veridicità di quello che lei ha appena raccontato. In attesa dunque di far luce sulla cittadinanza della cagnotta (requisito base per il conferimento della benemerenza), ci dica, ci dica, quali sono le virtù della sua cagnotta che a suo parere giustificherebbero il conferimento di una pubblica patente di merito?”.

"In crastinum differo res severas. Sarei tentato di dire. Ma voglio rispondere lo stesso alla vostra domanda perché ci tengo a che sulla testa del mio cane non gravi alcun pregiudizio.
Sorvolo sul suo temperamento, sulla sua indole, sulle sue costumanze di cane cresciuto non in mezzo agli agi, ma fra certe piccole, stupide, fastidiose difficoltà che sono quelle che minano maggiormente la forza di carattere di un uomo o di un cane (e difatti la mia cagnotta non era quello che si dice un cuor di leone).  Posso dire che la Lilla era una autodidatta, non avendo compiuto studi regolari. Che godeva di buona salute (per quando la sua morte repentina getti una luce non benevola sul suo stato di salute). Che non aveva preferenze in fatto di religione, di politica, di letteratura. Epperò, visto che in die perniciosum, in hebdomada utile, in mense necessarium, aggiungerò che la Lilla, se non era molto popolare fra i cani, era in compenso popolarissima fra gli umani, al punto che se mai in questo paese è esistita una mascotte, questa mascotte non può essere stata che lei.

Se la mia Lilla era così ben voluta fra la gente di qui, ciò debbesi (= si deve) non tanto al calore umano dei miei concittadini, quanto piuttosto alle grandi doti di savoir vivre della mia cagnotta. L’onesta dissimulazione. Questo è sempre stato, infatti, il principio guida della mia Lilla. Ed è a questo principio, interiorizzato probabilmente già nei suoi primi mesi di vita, che si deve principalmente il gradimento di cui ella godeva presso gli abitanti del villaggio.



Cito un esempio - uno fra i tanti - che chiariranno cosa io intenda per honesta dissimulatio nel caso specifico della mia cagnotta.
Lungo la strada per il cimitero c’è un tunnel di quelli che servono per il drenaggio delle acque. Orbene, a lei quel tunnel piaceva moltissimo. Entrava dentro il tunnel con tutto il corpo e ci restava per delle mezzore. Quindi faceva dietro front, rinculando, e riaffiorava tutta sporca di ragnatele e altre schifezze. Io da principio la lasciavo fare. In fondo un cane dovrebbe essere libero di divertirsi in base alla sua indole e non in base alle nostre preferenze o alle nostre idiosincrasie. Poi venni a sapere, un giorno, che un cane era rimasto intrappolato in un altro di questi tunnel e perciò proibì alla Lilla di infilarsi ancora in quel pertugio. La mia cagnotta i primi tempi ci provò a far finta di non capire. Io dicevo: no, no. Lei scuoteva la testa per emulazione (no, no) e poi tirava dritto, ma senza convinzione. Anzi, si vedeva da tutto il suo sguardo che considerava altamente arbitraria quella mia interferenza. Un bel giorno vedo che si ferma a due passi dal tunnel, guardando nel vuoto con aria distratta. Come di chi fa lo gnorri. Io naturalmente la sgamo immediatamente. Vuoi vedere che cerca di farmi fesso? Ma faccio finta di niente e tiro diritto verso casa. Mi volto, dopo un pochino, e non la scorgo più. Sparita. Nel tunnel chiaramente. Torno a casa e dopo mezz’ora me la vedo comparire tutta coperta, come al solito, di ragnatele e di schifezze.
  
La dissimulatione messa in atto quella volta dalla mia cagnotta la si può definire onesta perché (come ha ben spiegato Torquato Accetto), non si è ridotta a una astuta e vile finzione, ovverosia a una dissimulazione moralmente riprovevole, viziata da cattive intenzioni. Bensì è consistita in un atto, potremmo dire, di legittima difesa nei confronti di un sopruso. Che poi il sopruso, a sua volta, fosse dettato dalle migliori intenzioni (evitare che la cagnotta restasse incastrata nel tunnel), conta poco. È tipico infatti dei figli non comprendere le ottime ragioni che suggeriscono al padre e alla madre un determinato divieto."