chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


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martedì 26 maggio 2015

MAFFI, padre e figlio

Il romanziere di Pietra de' Giorgi nei mesi scorsi si è documentato sull'Oltrepò pavese, per non rischiare di dire cazzate. Con la sua Ford Ka ha frequentato la biblioteca civica di Rivanazzano, gestita da due simpatiche bibliotecarie. E si è immerso nei libri di MAFFI. Il Maffi figlio, cioè Luciano. 

Trentanovenne appena, ricercatore a Brescia, ha già al suo attivo diverse pubblicazioni, fra cui Storia di un territorio rurale, del 2010 e Natura docens, del 2012. Entrambi dedicati all'Oltrepò e all'economia della vite, della vigna, del vino. 

Dal primo libro in particolare il romanziere di Pietra de' Giorgi ha attinto le notizie base su questo territorio, la sua storia, la sua economia. Scoprendo cose di cui non si parla abitualmente fra la gente del posto. Come il fatto, per esempio, che i vitigni che vengono coltivati in zona sono vitigni relativamente "giovani" per l'Oltrepò. Il Barbera addirittura è il risultato di una sorta di "conquista regia", perché si è cominciato a coltivarlo, soprattutto nell'Oltrepò occidentale (Casteggio e dintorni), a seguito dell'annessione al Piemonte di questa zona (1748-1859).

Insomma, i vitigni autoctoni, come la MORADELLA si sono un po' persi per strada (a tal punto si sono persi per strada che il nome non compare neanche su Google e se lo digiti ti rispondono "forse volevi cercare mortadella!"). Colpa anche delle epidemie di peronospera e filossera che hanno imperversato qui e altrove fra '800 e '900 e che hanno suggerito, come contromisura, di puntare sui vitigni più robusti e sull'innesto.

Il discorso sulla Moradella consente di passare di figlio in padre e cioè di accennare a MAFFI Mario, probabilmente l'enologo più importante che abbia in questo momento l'Oltrepò.



Un'intervista che questi ha rilasciato all'Associazione Italiana Sommellier nel luglio del 2012 è estremamente istruttiva,  per tanti motivi.
Intanto perché ricorda, ma senza piaggeria, i bei tempi andati, quando c'erano in Oltrepò personaggi di levatura fuori del comune, come il duca Antonio Denari, il patron di Santa Maria della Versa.
Appresso, perché Maffi cerca di impostare un discorso critico, ma costruttivo, sul presente, che lui definisce il momento in cui il bicchiere da mezzo pieno si è rivelato in realtà mezzo vuoto.

L'unica cosa su cui il romanziere di Pietra de' Giorgi non concorda è l'insistenza sul Territorio. A parte che ormai lo si può definire un vezzo e un luogo comune. Ma soprattutto: cosa mai può voler dire Territorio, inteso come sembra intenderlo Maffi, ovverosia un unicum irripetibile di geologia, paesaggio, tradizioni, cultura, stili di vita, economia, cucina, tecniche agronomiche etc. Quando un Territorio come l'Oltrepò, lungi dall'essere oggi un passato che si perpetua è solo una sbiadita fotografia di quel passato, che ormai è morto e sepolto e del quale il presente non condivide più nulla se non la cornice naturale e l'archeologia? 

Fare il vino senza pensare alla terra che si sta calpestando, come fanno le multinazionali, è certo una brutta cosa, anche se può rendere di più in termini monetari. 

Ma fare il vino pensando di calpestare ancora la terra dell'Oltrepò storico rischia di essere o una ingenuità o una mossa di banale marketing. 
In questo Oltrepò terziarizzato, a vocazione vitivinicola, ma nella forma che è comune a molte altre zone vitivinicole del mondo, per ragioni di tornaconto sono scomparsi i contadini e i buoi che ci hanno sudato sopra per secoli; sono scomparsi gli alberi da frutto che si maritavano con le viti; sono scomparse le coltivazioni di leguminose, grani, prato che alimentavano una economia locale quasi autosufficiente. Gli edifici in cui l'uomo contadino viveva gomito a gomito con la terra e produceva un vino autoctono, più ruspante certo di quello attuale, ma anche probabilmente più naturale, sono ormai dei ruderi melanconici, sostituiti dai capannoni in cemento. 



Nell'era del marketing, riempirsi la bocca, come fanno certi fighetti, di WINE e di altre preziosità anglofone è francamente detestabile. Ma far finta di credere che qui da noi, dove i centri commerciali impazzano come nel resto del nord Italia, la Vacca Varzese bruchi ancora l'erba o San Colombano dorma ancora in una celletta del monastero di Bobbio, è forse ancora più detestabile.
E' questa una confusione che Maffi di certo non fa. Ma che purtroppo si legge in controluce in molte iniziative di promozione del Territorio.



domenica 24 maggio 2015

UN LODEVOLE COMPROMESSO

In un vecchio post lamentavamo il fatto che l'Oltrepò collinare fosse disseminato di capannoni agricoli in cemento.  Niente a che vedere con i casolari contadini del secolo scorso (e dell'altro secolo ancora), in mattoni pieni. Che hanno anche adesso una loro naturale eleganza. Anche quando sono fatiscenti, diroccati, pericolanti.

Ebbene, il santone di Calcababbio, che da qualche tempo soffre di dolorini all'anca (e che perciò si è fatto fare tempestivamente una radiografia al bacino su consiglio dell'aggiusta ossi di Broni), il santone di Calcababbio, dicevamo, prendendo oggi la via della Costa grossa, ha avuto la piacevole sorpresa di scoprire che un orribile capannone che si trova lungo il percorso e che deturpava uno dei più bei punti paesaggistici della zona è stato ingentilito da una vezzosa mano di vernice. 

PRIMA



ORA



Giallo canarino o giallo sole? Il Santone non si sbilancia, anche perché fra le tante cose è un po' daltonico. Però una cosa è certa. In questo modo l'orribile capannone è un po' meno orribile e si integra ora con una certa grazia nel paesaggio vitivinicolo.

"Oggi mi sa che mi faccio due fili di pasta con il tonno", pensa il Santone di Calcababbio mentre inverte la marcia e torna sui suoi passi (il dolorino all'anca, malgrado la passeggiata, si è accentuato). 
Roba da sbarbatelli, da studenti anni '60 questa della pasta con il tonno (tonno in scatola, beninteso). 
Ma il santone, pur di non mangiare carne rossa (o peggio ancora salumi) e far contenti in questo modo Umberto Veronesi e Carlo Petrini, è anche disposto ad aprire una scatoletta.
Tuttavia la pasta è integrale (Ruvo del Molise), l'insalata  è dell'orto. E anche le zucchine. Niente chimica. Centimetro zero e bio che di più non si può.

"L'individualismo che ci ha catturati tutti a partire dagli anni '80 non lo puoi contrastare con una nuova maxi ideologia o una nuova fede. La maxi ideologie e la maxi fede spopolano nei deserti nordafricani, dove producono gli stessi risultati che il cristianesimo ha prodotto a volte nel Medioevo (cfr. la sanguinosa crociata contro gli Albigesi). Ma qui da noi, dopo che la falce e il martello sono state messe in soffitta ad arrugginire, non ci sono più né santi né santini che possano contrastare l'autoritratto fotografico (selfie)".


"Solo l'adozione di un comportamento virtuoso a tavola può riscattarci dall'abbruttimento. Perché il mangiar sano, il mangiare bio, il mangiare vegetariano giova al singolo, giova alla famiglia, giova all'ambiente, giova al pianeta".
Il solito grillo talpa che stazione lungo la strada per Calcababbio e che da un po' di tempo (per opportunismo politico) bamboleggia in vernacolo toscano, a sentire queste considerazioni ha un conato di ridarola: accidenti, vien via, ma lo sapete che questo santone mi garba sempre di più...





domenica 22 marzo 2015

L'ECTOPLASMA VINCENZO sale in cattedra






Oggi l'ectoplasma di Vincenzo è apparso a Herulf in forma di gatto (ricordate? Herulf è lo pseudonimo del romanziere di Pietra de' Giorgi) .

"Miao, cioè Ciao Herulf. Come butta?".
"Discretamente. Ma tu cosa ci fai nei panni di un gatto?".

"Problemi di sintonizzazione della materia ectoplasmatica. Stamane stavo accarezzando il mio micio di allora, quello che avevo da ragazzo in campagna, è c'è stato un travaso di SUBSTANTIA fra di noi. Ma non ti preoccupare, sono sostanzialmente sempre IO (miao)".

"Vuoi che ti serva un piattino con il latte?".
"Sarebbe meglio un bicchiere di buona Bonarda, per esempio quella di Rovescala, che mi è sempre piaciuta di più. Non la posso bere, ma la posso odorare...".

"Vada per il Bonarda. Ne ho giusto una bottiglia di un'azienda di Rovescala che fa il bio-bio che più bio non si può. Sono una bella copia, vedessi. Si chiamano P. & P. Certo non hanno nulla del contadino, come te. E infatti vivono in un castello...".

"Dio buono, non son certo mezzadri. Ma lo sai dove si viveva noi, allora?  Non te ne ho ancora parlato?".

"No, per il dio bacco che non me ne hai parlato. Volevi farlo, ma poi ti sei liquefatto...".

"A  sì, adesso ricordo. Comunque. Visto che tu coltivi questo grande interesse, quasi una passione direi, per i vecchi RUDERI  abbandonati (e mi sa che dalle tue parti sei l'unico ad avere questa squisita sensibilità per l'antico) ti dirò allora, a mo' di premessa, che le case contadine dove, ovvia, si viveva noi al principio del secolo, non eran case, ma erano fabbriche...".

"Ma cosa mi stai dicendo? fabbriche in collina? per fortuna nessuno ci ha mai pensato a costruire una fabbrica in collina!".

"Cerca di capirmi allocco, altrimenti non ti faccio passare l'anno. Quando dico che eran fabbriche intendo dire che le nostre case, a differenza delle ville dei ricchi, che esistevano per la villeggiatura, servivano allo scopo principale di favorire il nostro lavoro. E perciò non facevano distinzione fra le stanze per i cristiani e le stanze per le bestie. Non che ci fosse proprio promiscuità, ma con le bestie si viveva gomito a gomito".



"Il termine giusto per definirle è CASE DI LAVORO, anche se in certi casi dovremmo chiamarle CASE DI MISERIA. Naturalmente non eran tutte uguali. C'erano quella che in un unico corpo di fabbrica univano stalla, fienile ed abitazione. Con la stalla a pian terreno, in modo che col calore animale si scaldava la dimora sovrastante. E poi c'erano quelle, un tantino meno misere, in cui i rustici erano separati,  a qualche distanza dalla casa, oppure erano posti ad angolo in modo da formare una sorta di corte".

"Accidenti, Vincenzo, mi stai spiegando le cose come se fossi un professore. Ma pazienza. Da te imparo finalmente a capire il linguaggio dei vecchi ruderi abbandonati".

"Sappi una cosa, mio caro Herulf. Comunque fossero fatte, queste case avevano sempre, tutte, un locale dedicato al vino, ovvero una cantina o una tinaia. Ma fammi odorare ancora un po' la Bonarda di P & P di Rovescala, che glie è bona, assai, per la miseria...".



mercoledì 11 febbraio 2015

NEBBIE E MISTERI: salviamo le vecchie carrette del mare



Eccolo qui l'Oltrepò dei Montagner


Bellissimi scorci paesaggistici, che sono belli anche d'inverno, anche con un po' di nebbiolina.
A 300 metri l'aria è relativamente pulita. Laggiù in fondo, Pavia e Milano soffocano in un'aria bruna che arriva a lambire in certi casi persino le pendici dell'arco alpino.
Ma non c'è solo lo scorcio naturale, nell'Oltrepò dei Montagner. Ci sono anche  tante casupole, testimonianze mute  dei tempi andati. Archeologia contadina snobbata da tutti. Piccole come quella della foto o grandi quasi come cascine. In vecchi mattoni pieni, di quelli buoni, solidi, indistruttibili. Mai intonacate. Esposte alle intemperie. Tenaci nel tempo. Per lo più abbandonate.

Questi begli edifici in mattoni pieni, malgrado siano robusti, dai e dai stanno andando alla malora.  I primi a crollare naturalmente sono gli infissi e i tetti. Poi tutto il resto. Quante nevicate, quante gradinate, quanti scrosci di pioggia hanno ricevuto sul loro groppone!




Eccole lì a non far ormai più niente, queste vecchie gloriose cattedrali contadine Sono state pensionate e sostituite da quegli orridi capannoni agricoli in cemento, che fanno il paio con gli orridi capannoni commerciali in cemento che costeggiano la statale 10. 



Non si capisce perché nessuno si sia preso la briga di rimetterli in pista, questi vecchi casolari d'epoca. 
Dev'essere successa una catastrofe antropologica, pensa il Santone di Calcababbio, che sovente passeggia lungo queste strade e vede topini, lucertole, api e vespe andare e venire da tutte queste case abbandonate. Uomini mai nessuno. Tranne durante la vendemmia, quando in questi campi sbarcano dalle macchine robusti ragazzi di colore che, chiacchierando a squarciagola, raccolgono i grappoli, sorvegliati da un caporale.

Bugia! Qualcuno ci ha pensato a bonificarle queste vecchie carrette del mare. Ma per trasformarle in case d'abitazione. Magari con la supervisione di un architetto. Battiamo le mani! Complimenti!



Per una casa gradevole e sicuramente confortevole come questa, quante brutte palazzine ci sono in giro, che sono state tirate su come viene viene probabilmente negli anni '50 e '60. Anche queste, come i vecchi ruderi dei bisnonni, pullulano dappertutto, ma a differenza dei gloriosi ruderi dei bisnonni, che svettano in aperta campagna, queste si ammassano nei fondovalle, a bordo strada. Non puoi fare a meno di vederle. Sono tutte uguali. Sono squadrate, tozze, senza grazia. 




Evidentemente è qui che, a un certo punto, si sono trasferiti i figli degli abitanti delle cascine, attirati dalla comodità di essere su una strada di grande scorrimento, a un tiro di schioppo dalla ferrovia e dai centri commerciali. Respinti dalla dura vita dei campi, i baby boomers  a un certo punto hanno lasciato i pascoli e le vigne per scendere a valle e andare a fare gli operai e gli impiegati: a Broni, a Casteggio, a Voghera, a Pavia. Brutta storia la comodità. Si rinuncia all'aria buona e al bel paesaggio per il comfort. Morale della favola: adesso le vigne le lavorano gli immigrati, mentre le fabbriche, nel frattempo, hanno chiuso i battenti.


INVESTIMENTI: POCHI O TANTI?

Si direbbe che nell'Oltrepò ultimamente si sia investito poco. Come si spiega, altrimenti, che tutto quello che c'è ancora di BELLO e di solido, qui, è quasi tutta roba antica: i vecchi casolari, alcuni rimasti integri, altri in rovina. E poi, i castelli, le rocche. Le strade stesse sembrano appartenere a due secoli fa. Magari qualche strada, prima della guerra, era in terra battuta. Adesso è asfaltata, spesso malamente.  Ma il tracciato c'era già prima. E che dire degli acquedotti e dei gasdotti? Risalgono all'anteguerra o al primo dopoguerra (anno o più anno meno), come certi tratti di fognatura.

Negli ultimi tempi si è probabilmente solo  rappezzata qualche strada, scavato qualche fosso, arginato qualche pendio, abbellita qualche piazza, creato qualche parcheggio. Niente di più. Se si escludono gli interventi, numerosi e onerosi, per tamponare le alluvioni (in pianura) e le frane, in collina. Ma questo è tutto un altro discorso.

Resta da capire  se gli dei dell'Olimpo sono stati generosi o se sono stati avari con questa bella contrada.  E se in questa contrada abita gente che ama migliorare, abbellire, investire o se abitano solo persone rassegnate al come viene viene.




Notizia dell'ultima ora

La nostra redazione, che non brilla per tempestività, ha scoperto or ora che  Roma ha stanziato quasi 4 milioni di euro per opere infrastrutturali nella provincia di Pavia, al fine di tutelare il patrimonio architettonico, storico e culturale della zona. Questa elargizione, se la nostra redazione non ha preso lucciole per lanterne,  rientra nella legge Sblocca Italia, la stessa che ha stanziato altri 100 milioni di euro al programma 6000 campanili (massicci stanziamenti  per opere infrastrutturali nei comuni sotto i 5.000 abitanti).  

Di questo stanziamento ne beneficeranno in particolare i comuni di
  • Montalto Pavese (634.000 euro)
  • Unione dei comuni lombardi prima collina (1.000.000 di euro)
  • Val di Nizza (501.000 euro)
  • Miradolo Terme (503.000 euro)
  • Valverde (515.000 euro)
  • San Damiano al Colle (622.000 euro).

Giù a Calcababbio si chiedono: ma dove andranno a finire tutti questi soldi?  Il Santone di Calcababbio azzarda una ipotesi: "Verranno impiegati nel restauro di qualche chiesa, vedrete".

"Che mancanza di fantasia" è stato il parere del grillo parlante. "Avrei detto che sarebbero finiti invece nella costruzione di una moschea per mussulmani moderati...".
"Purché non finiscano nella costruzione di qualche parcheggio..." è stato il parere del topino 2.0, che vive a sbafo nella casupola del Santone.


OCCHIO ALLA PENNA!




martedì 27 gennaio 2015

LA GRANDE BELLEZZA: un'occasione sprecata






Non c'è niente di più bello, qui in campagna, del vedere un bell'edificio contadino del secolo scorso mantenuto in buone condizioni. 




Questi edifici a volte svolgono ancora la loro funzione originaria. Oppure sono stati trasformati in casa d'abitazione. Il più delle volte, purtroppo, languono nell'inedia, corrosi dal passare del tempo.





In un caso specifico l'opera di restauro e abbellimento di un vecchio edificio contadino, pur essendo costata una cifra da capogiro come nel caso della cascina qui sotto (si parla di 7 milioni di euro), non è servita a niente.
Per questo abbiamo titolato: un'occasione sprecata.

Sì, avete capito, bene. Stiamo parlando di quella che avrebbe dovuto diventare l'enoteca regionale di CASSINO PO e che invece è lì, lungo la statale 10, solitaria e tutta chiusa a poltrire.

La delibera è del 14.05.2011. Formigoni l'ha inaugurata due anni fa. I giornali dei mesi scorsi davano per imminente il suo varo. Ma la fatidica bottiglia ancora non si è rotta sulla sua chiglia. E non c'è ancora un comandante che la diriga a tutta forza in mare aperto.

Per contrasto sembra che ci sia, invece, più solerzia nel varare nuovi enti, nuove associazioni, altre fondazioni, altri ecomusei...
Tutti, beninteso, finalizzati alla valorizzazione turistica del territorio e alla promozione e allo sviluppo dell'agroalimentare...

 Ma l'Expo non è alle porte? Cosa si aspetta?