chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


domenica 31 maggio 2015

SCOPRI IL TERRITORIO dietro il vigneto

Vi proponiamo un gioco che serve a demistificare la tanto sbandierata associazione di VINO  e TERROIR (Territorio). Ecco di seguito 4 fotografie, che ritraggono, ma NON in quest'ordine:

1-un vigneto dell'Oltrepò
2-un vigneto della Franciacorta
3-un vigneto della Borgogna
4-un vigneto del Trentino

Vi sfidiamo a indovinare quale sia la sequenza esatta. Se ci riuscite vuol dire che la foto di una vigna basta per identificare un territorio.
Se ciò non è possibile vuol dire che forse occorre essere Sommelier per capire da dove provenga un determinato vino. Quindi l'abbinamento VINO-TERRITORIO non è poi così scontato, immediato, alla portata di tutti (per i comuni mortali l'attribuzione avviene attraverso l'etichetta). 
Il che, a voler bene vedere, significa che l'appartenenza di un Vino a un Territorio trapela solo attraverso a) il sapore/odore del vino b) il palato e il naso sopraffini del degustatore.
E significa che un Territorio influisce su un vino principalmente attraverso le sue caratteristiche nascoste, ovverosia quelle geologiche. Già quelle geografiche sono meno determinanti, visto che gli ambienti del vino, nelle diverse regioni e nazioni, hanno tratti distintivi simili (il fatto per esempio che le vigne sono preferibilmente impiantate su declivi).

Tutto il resto è l'uomo a determinarlo. Ma l'homo economicus, oggi, appartiene in misura veramente minima a un Territorio.

prima foto


seconda foto



terza foto



quarta foto


QUANDO HA COMINCIATO a cambiare l'Oltrepò?

Ci sono elementi di continuità nella storia dell'Oltrepò. Uno di questi - forse il principale - è la sua vocazione vitivinicola.

Senza scomodare gli Etruschi, che sono lontanucci nel tempo e che hanno avuto il merito semplicemente di introdurre la vite nelle contrade dei Montagner, la viticoltura di queste colline è una costante dall'età moderna fino ai giorni nostri.


"Ma questo elemento di continuità a cosa si è ridotto, oggi? al solo fatto che qui si continua a coltivare la vite. Per il resto 'u passato è passato...".

"Dici poco! (è il vignaiolo claudicante che rintuzza l'affermazione provocatoria del romanziere di Pietra de' Giorgi"). Hai mai fatto caso che su queste colline non c'è una fabbrica. Neanche una? Il vigneto ha tenuto alla larga l'industria. Ha fatto da cordone sanitario. Niente cemento, niente Eternit..".

"Beh, se è per questo l'Eternit c'è anche in collina e parecchio. E non te lo schiodi, perché la gente qui non vuole spendere per la salute, neanche quando i soldi ci sarebbero...". (è il salutista Santone questa volta che interloquisce. Non a caso l'uomo ha testé compiuto 102 anni).   




L'allegra tavolata, riccamente imbandita di bei frutti dell'orto, è stata posizionata all'ombra di un fico gigantesco. Le zanzare ancora non hanno fatto la loro comparsa e le api non costituiscono certo un problema. Di Eternit qui non ce n'è, perché il romanziere di Pietra de' Giorgi l'ha fatto rimuovere da anni.

"Ma quando hanno cominciato le cose a cambiare qui?"

A Interloquire questa volta è una bella ragazza straniera che abita a Pietra e che collabora con la Barda nella gestione della casa.

"Difficile risponderti. Ci sono infatti diversi fattori che hanno inciso. Se guardiamo la demografia (eh? cos'è questa cosa?)... Massì, se guardiamo l'andamento della popolazione, le cose restano pressoché immutate fino agli anni Trenta. Prendi per esempio la Comunità Montana, che è quella che si è spopolata di più nell'ultimo dopoguerra. Bene, la Comunità montana nel 1861 aveva 28.573 abitanti e nel 1936 ne aveva 35.273. Dunque, la gente che faceva il contadino e che faceva l'allevatore, qui ci stava e ci stava volentieri, malgrado l'emigrazione transoceanica abbia picchiato duro anche qui".


"E poi?" (è la Barda questa volta che interloquisce, mentre massaggia il suo Samsung e coglie un fico dall'albero).

"Beh, malgrado nella Comunità montana  dopo il 1936 il flusso cominci ad invertirsi, nell'Oltrepò considerato complessivamente la popolazione cresce fino al 1951, anno in cui si raggiunge il top, con 162.564 abitanti. Poi, ahimè, inizia la "catastrofe", perché il boom industriale convince molti giovani a mollare la vanga e trasferirsi in città. I primi a muoversi naturalmente sono i Montagner veri e propri. Poi si schiodano gli abitanti dell'Alta collina e infine quelli della collina bassa. Nell'area oggi del DOC  nel 1861 ci vivevano 61.507 persone, che diventano 81.386 nel 1931, per tornare a 63.729 nel 2001....".
"Ahi! mi ha punto un ape!"


giovedì 28 maggio 2015

IL VINO NON CONOSCE TERRITORIO

Il mondo attuale è un mondo di frontiere fluide, ma pur sempre di frontiere.  
Frontiere fluide perché vengono continuamente violate malgrado molti le vorrebbero inviolabili. Anche se di inviolato, in fatto di frontiere, non c'è mai stato niente: né il Vallo di Adriano, né la Muraglia cinese, né la linea Maginot, nè il muro di Berlino.






I vini, al contrario degli uomini, vanno e vengono "liberamente", come vanno e vengono liberamente i nemici "naturali" del vigneto. Ma nessun ha nulla da ridire. Per loro non vale il concetto di frontiera. Caso mai vale il concetto di affidabilità e di resa. 

Si è già detto della gloriosa e obliata Moradella. Bene. La Moradella è il vitigno più autoctono dell'Oltrepo, come il Barbaricino è il vero "uomo sardo". 
Ma la Moradella  ormai "non c'è più" e la cosa non ha impressionato o intristito nessuno. 

A seguire, nell'elenco dei vini indigeni, abbiamo:

-Moretto
-Vermiglio
-Rossera
-Crova
-Croatina
-Ughetta di Canneto...


La Croatina, degli autoctoni, è l'unico vitigno che oggi ha un posto e un ruolo di rilievo nell'Oltrepò. Anche in questo caso determinante si è rivelata la sua resistenza alle malattie. La Croatina significa Bonarda e il Bonarda, come si sa, è il vino che nella fantasia del consumatore identifica le colline dei Montagner nel loro insieme. Anche se per molto tempo è stata Rovescala l'epicentro e la patria di questa produzione.





Tutti gli altri vini della zona di autoctono hanno ben poco. Sono cioè degli "stranieri" che hanno varcato il vallo, ma che nessuno ha mai trattato alla stregua di indesiderabili.
Si è già detto del sabaudo Barbera, infiltratosi alla chetichella con l'annessione dell'Oltrepò al Piemonte (1748-1859) e poi assurto a leader della produzione locale, verso la fine dell'800, perché particolarmente resistente nei confronti dell'oidio.
A seguire, fra i non autoctoni, abbiamo il mediterraneo Moscato. Ma il caso più significativo è quello del Pinot nero, che fa la sua prima apparizione qui da noi solo intorno agli anni '80 dell'Ottocento e che in quegli anni è coltivato in una zona circoscritta: in quattro comuni soltanto dell'Oltrepò, fra cui Rocca de' Giorgi. 

Il Pinot ha dato il via alla spumantistica italiana e col tempo ha stretto un connubio felice con Santa Maria della Versa, imponendo anch'esso per un certo tempo, ai bei tempi, l'equazione Spumante= Oltrepò.
Morale della favola: non vi sembra che questa storia di avvicendamenti (alcuni dei quali abbastanza recenti) offra parecchi elementi per dubitare del legame tanto sbandierato fra vino a Territorio? Un legame che molti vorrebbero (per ragioni di marketing) più stretto di quello che in realtà sia, dando a credere che Terroir e vino in certe zone vocate sia un abbinamento che affonda le sue radici nella notte dei tempi e nell'intima sostanza di una geografia e di una storia. Anziché essere, più banalmente, la conseguenza di scelte fatte volta per volta, spesso nel breve periodo, spesso di recente. Scelte che sono state dettate per lo più da ragioni economiche o, addirittura, politiche e che quindi con la cultura di una zona c'entrano come i cavoli a merenda.

martedì 26 maggio 2015

MAFFI, padre e figlio

Il romanziere di Pietra de' Giorgi nei mesi scorsi si è documentato sull'Oltrepò pavese, per non rischiare di dire cazzate. Con la sua Ford Ka ha frequentato la biblioteca civica di Rivanazzano, gestita da due simpatiche bibliotecarie. E si è immerso nei libri di MAFFI. Il Maffi figlio, cioè Luciano. 

Trentanovenne appena, ricercatore a Brescia, ha già al suo attivo diverse pubblicazioni, fra cui Storia di un territorio rurale, del 2010 e Natura docens, del 2012. Entrambi dedicati all'Oltrepò e all'economia della vite, della vigna, del vino. 

Dal primo libro in particolare il romanziere di Pietra de' Giorgi ha attinto le notizie base su questo territorio, la sua storia, la sua economia. Scoprendo cose di cui non si parla abitualmente fra la gente del posto. Come il fatto, per esempio, che i vitigni che vengono coltivati in zona sono vitigni relativamente "giovani" per l'Oltrepò. Il Barbera addirittura è il risultato di una sorta di "conquista regia", perché si è cominciato a coltivarlo, soprattutto nell'Oltrepò occidentale (Casteggio e dintorni), a seguito dell'annessione al Piemonte di questa zona (1748-1859).

Insomma, i vitigni autoctoni, come la MORADELLA si sono un po' persi per strada (a tal punto si sono persi per strada che il nome non compare neanche su Google e se lo digiti ti rispondono "forse volevi cercare mortadella!"). Colpa anche delle epidemie di peronospera e filossera che hanno imperversato qui e altrove fra '800 e '900 e che hanno suggerito, come contromisura, di puntare sui vitigni più robusti e sull'innesto.

Il discorso sulla Moradella consente di passare di figlio in padre e cioè di accennare a MAFFI Mario, probabilmente l'enologo più importante che abbia in questo momento l'Oltrepò.



Un'intervista che questi ha rilasciato all'Associazione Italiana Sommellier nel luglio del 2012 è estremamente istruttiva,  per tanti motivi.
Intanto perché ricorda, ma senza piaggeria, i bei tempi andati, quando c'erano in Oltrepò personaggi di levatura fuori del comune, come il duca Antonio Denari, il patron di Santa Maria della Versa.
Appresso, perché Maffi cerca di impostare un discorso critico, ma costruttivo, sul presente, che lui definisce il momento in cui il bicchiere da mezzo pieno si è rivelato in realtà mezzo vuoto.

L'unica cosa su cui il romanziere di Pietra de' Giorgi non concorda è l'insistenza sul Territorio. A parte che ormai lo si può definire un vezzo e un luogo comune. Ma soprattutto: cosa mai può voler dire Territorio, inteso come sembra intenderlo Maffi, ovverosia un unicum irripetibile di geologia, paesaggio, tradizioni, cultura, stili di vita, economia, cucina, tecniche agronomiche etc. Quando un Territorio come l'Oltrepò, lungi dall'essere oggi un passato che si perpetua è solo una sbiadita fotografia di quel passato, che ormai è morto e sepolto e del quale il presente non condivide più nulla se non la cornice naturale e l'archeologia? 

Fare il vino senza pensare alla terra che si sta calpestando, come fanno le multinazionali, è certo una brutta cosa, anche se può rendere di più in termini monetari. 

Ma fare il vino pensando di calpestare ancora la terra dell'Oltrepò storico rischia di essere o una ingenuità o una mossa di banale marketing. 
In questo Oltrepò terziarizzato, a vocazione vitivinicola, ma nella forma che è comune a molte altre zone vitivinicole del mondo, per ragioni di tornaconto sono scomparsi i contadini e i buoi che ci hanno sudato sopra per secoli; sono scomparsi gli alberi da frutto che si maritavano con le viti; sono scomparse le coltivazioni di leguminose, grani, prato che alimentavano una economia locale quasi autosufficiente. Gli edifici in cui l'uomo contadino viveva gomito a gomito con la terra e produceva un vino autoctono, più ruspante certo di quello attuale, ma anche probabilmente più naturale, sono ormai dei ruderi melanconici, sostituiti dai capannoni in cemento. 



Nell'era del marketing, riempirsi la bocca, come fanno certi fighetti, di WINE e di altre preziosità anglofone è francamente detestabile. Ma far finta di credere che qui da noi, dove i centri commerciali impazzano come nel resto del nord Italia, la Vacca Varzese bruchi ancora l'erba o San Colombano dorma ancora in una celletta del monastero di Bobbio, è forse ancora più detestabile.
E' questa una confusione che Maffi di certo non fa. Ma che purtroppo si legge in controluce in molte iniziative di promozione del Territorio.



domenica 24 maggio 2015

UN LODEVOLE COMPROMESSO

In un vecchio post lamentavamo il fatto che l'Oltrepò collinare fosse disseminato di capannoni agricoli in cemento.  Niente a che vedere con i casolari contadini del secolo scorso (e dell'altro secolo ancora), in mattoni pieni. Che hanno anche adesso una loro naturale eleganza. Anche quando sono fatiscenti, diroccati, pericolanti.

Ebbene, il santone di Calcababbio, che da qualche tempo soffre di dolorini all'anca (e che perciò si è fatto fare tempestivamente una radiografia al bacino su consiglio dell'aggiusta ossi di Broni), il santone di Calcababbio, dicevamo, prendendo oggi la via della Costa grossa, ha avuto la piacevole sorpresa di scoprire che un orribile capannone che si trova lungo il percorso e che deturpava uno dei più bei punti paesaggistici della zona è stato ingentilito da una vezzosa mano di vernice. 

PRIMA



ORA



Giallo canarino o giallo sole? Il Santone non si sbilancia, anche perché fra le tante cose è un po' daltonico. Però una cosa è certa. In questo modo l'orribile capannone è un po' meno orribile e si integra ora con una certa grazia nel paesaggio vitivinicolo.

"Oggi mi sa che mi faccio due fili di pasta con il tonno", pensa il Santone di Calcababbio mentre inverte la marcia e torna sui suoi passi (il dolorino all'anca, malgrado la passeggiata, si è accentuato). 
Roba da sbarbatelli, da studenti anni '60 questa della pasta con il tonno (tonno in scatola, beninteso). 
Ma il santone, pur di non mangiare carne rossa (o peggio ancora salumi) e far contenti in questo modo Umberto Veronesi e Carlo Petrini, è anche disposto ad aprire una scatoletta.
Tuttavia la pasta è integrale (Ruvo del Molise), l'insalata  è dell'orto. E anche le zucchine. Niente chimica. Centimetro zero e bio che di più non si può.

"L'individualismo che ci ha catturati tutti a partire dagli anni '80 non lo puoi contrastare con una nuova maxi ideologia o una nuova fede. La maxi ideologie e la maxi fede spopolano nei deserti nordafricani, dove producono gli stessi risultati che il cristianesimo ha prodotto a volte nel Medioevo (cfr. la sanguinosa crociata contro gli Albigesi). Ma qui da noi, dopo che la falce e il martello sono state messe in soffitta ad arrugginire, non ci sono più né santi né santini che possano contrastare l'autoritratto fotografico (selfie)".


"Solo l'adozione di un comportamento virtuoso a tavola può riscattarci dall'abbruttimento. Perché il mangiar sano, il mangiare bio, il mangiare vegetariano giova al singolo, giova alla famiglia, giova all'ambiente, giova al pianeta".
Il solito grillo talpa che stazione lungo la strada per Calcababbio e che da un po' di tempo (per opportunismo politico) bamboleggia in vernacolo toscano, a sentire queste considerazioni ha un conato di ridarola: accidenti, vien via, ma lo sapete che questo santone mi garba sempre di più...





giovedì 7 maggio 2015

VERNISSAGE IN VISTA...

Il romanziere di Pietra de' Giorgi, per festeggiare la sua venerabile età e il compimento del suo secondo romanzo (rigorosamente auto-prodotto) sta organizzando una personale a STRESA. Esporrà 40 pezzi, in parte quadri, in parte installazioni.

Noi della redazione, pensando di fargli cosa gradita, pubblichiamo la locandina che lui e SOLIDAGO hanno predisposto per l'evento.





Ma chi è SOLIDAGO?


Non dovremmo dirlo, perché si tratta di un blog concorrente. Ma se volete più notizie su Cabrini e su Solidago, andate al blog pennelloscherzoso.



domenica 3 maggio 2015

IL TORMENTONE DI EXPO




"Expo rischia di diventare un tormentone!" pensa a voce alta il Santone di Calcababbio, mentre passeggia accompagnato dal grillo parlante e da suo cugino il grillo talpa.
"Io non l'ho vista e non la vedrò mai" pensa sempre a voce alta il Santone di Calcababbio.
"Ma comincio ad essere infastidito dai commenti al vetriolo che si sentono in giro e che fioccano sui social".

"Cosa ti da fastidio?" (grillo talpa).
"Ma, direi il partito preso... OK, questa Expo è partita male. Ha dato scandalo. Ma perché se ne parla come se fosse un abominio? da quel che ho visto, architettonicamente non è da buttar via...".

"Forse la colpa è della Coca Cola e di Mcdonald's, nonché della Nutella..." (grillo parlante).

"Probabilmente hai ragione tu. Ma te la vedi una Expo fatta solo di campesinos? Che ci sia una contraddizione fra gli intenti dichiarati (peraltro formulati durante il regno della Moratti, non faccio per dire) e la realtà dell'Expo, non c'è dubbio. Ma a conti fatti si tratta sempre di una fiera mondiale del capitalismo agro-industriale e dunque: cosa ci aspettavamo? Che promuovesse una rivoluzione?".



"Ok. Ma se è così, perché andarci allora?" (grillo talpa).

"Ecco, qui tocchi un nodo dolente. Se tanto mi da tanto, non bisognerebbe allora neanche andare in vacanza in Messico, dato che lì spadroneggiano i narcos. E non bisognerebbe neanche andare in Birmania, dato che lì spadroneggiano i generali... Alla larga! e invece ci si va eccome in questi paesi. Si va in luna di miele, si va in vacanza, si va per acchiappare, si va per vedere mari, atolli, tramonti, foreste pluviali... alla faccia dello sfruttamento minorile, dei desparecidos, delle baby prostitute...".

"Sai cos'è che non mi piace a dirla tutta di Expo? (grillo talpa) Non mi piace il filmino promozionale. Sembra una pubblicità dei biscotti della nonna!".

"No, sembra la pubblicità di un resort (santone di Calcababbio):

"Vieni a conoscere architetture straordinarie, vieni a conoscere  popoli vicini e lontani, vieni a scoprire cerimonie, cultura e tradizioni, vieni ad assistere a spettacoli unici, vieni a gustare i sapori del mondo, vieni ad emozionare tutti i tuoi sensi...".

"Beh, la voce è quella suadente e morbosetta dei dicitori pubblicitari (grillo parlante)".

"E' tutta robaccia  pubblicitaria. D'altronde questa Expo è solo una Disneyland!".

"Ah, ma così non se ne esce! Insomma, perché questa Expo dovrebbe essere socialmente impegnata? non è mica il festival di Cannes. E' più banalmente un festival di San Remo spacciato per evento virtuoso! Se ci rendiamo conto di questo possiamo anche divertirci, all'Expo".

"Fallo capire a Slow food, che si prende tanto sul serio...".




DOODLE per non ricordare

Lo sappiamo tutti che Google dedica ogni tanto un DOODLE a qualche evento. Ma ci avete fatto caso? sono sempre eventi fausti. Anniversari, per lo più. Non ricordo per esempio che abbia dedicato un DOODLE all'Olocausto, né tanto meno al controverso genocidio degli Armeni...


(doodle dedicato agli asparagi)

"Vien via, Google è una multinazionale. Mica può sbilanciarsi così, inimicarsi la Turchia, inimicarsi i neo nazi...".

"Ma che stai dicendo, grillo, straparli! i neo nazi?"

"Era per dire, Santone. Più invecchi, più perdi di spirito, di finezza, di arguzia...Ma cosa te ne importa se Google commemora solo le cose belle?".

"Me ne importa assai, perché in questa maniera esercitiamo la MEMORIA a senso unico. Anzi, non la esercitiamo per nulla. E infatti i giovani di oggi sono ignoranti come capre. Prova a chiedere a un giovane (inteso come individuo fra i 18 e i 35 anni) chi era Carmelo Bene (morto nel 2002, mica nel 1943)?".



"Ma dai, non è del tutto vero. Ci sono giovani che si ricordano benissimo di chi era Vittorio Gassman (forse per via del figlio....) e ci sono  in ogni paese  cippi dedicati ai partigiani morti ammazzati per mano nazifascista...".

"Sì, e ci sono anche le piazze e le vie dedicate a Umberto I, il re che conferì la Gran Croce dell'Ordine militare di Savoia al generale BAVA BECCARIS, meritevole di aver ammazzato a cannonate, a Milano nel 1898, quasi un centinaio di persone, scese in piazza per protestare contro il caro-pane, non per fare la rivoluzione!".


(i cannoni di Bava Beccaris prima di sparare sulla folla)


"Già, è vero. Se non sbaglio le cannonate risalgono all'8 maggio. L'onorificenza fu decretata il 5 giugno, il seggio senatorio a Bava Beccaris fu conferito il 16 giugno e il regicidio risale al 29 luglio... Chissà se Google dirà qualcosa in proposito?".

P.S. Commoventi pagine sui fatti di Milano le trovate nel romanzo di Sebastiano Vassalli, Cuore di pietra. Un romanzo del 1996 dedicato alla memoria. Interessanti spunti sul regicidio, in John Locke, Two Treatises, 1690 (Saggio sul governo civile).