chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


domenica 30 agosto 2015

FAME nel MONDO

Il Santone di Calcababbio è amareggiato. Una persona di Reda, che lui stimava, l'ha fortemente deluso per una frase che probabilmente le è scappata di bocca senza pensarci: "Ma non è una questione un po' vecchia?". Come dire: Archeologia, roba da nonnetti, vecchiume....

Il Santone è vecchio, lo sappiamo tutti. E' ultracentenario. Ha visto la Marcia su Roma. E la questione a cui lui ha alluso, conversando con la bella signora, è vecchia quanto lui. Ciononostante, per quanto vecchia, la questione è di stringente attualità tuttora. E il dire "Via, si tratta una questione vecchia!" gli ha trasmesso, al Santone, un brivido gelido nella schiena.

Ormai conta solo che la questione sia NUOVA. Non conta che sia attuale, ma conta che sia d'attualità.  

Ma insomma, qual è questa benedetta questione che ha fatto sbottare la signora: Ma si tratta di una questione vecchia, parbleu!


Occorre dire a questo proposito che il Santone ha usato un giro di frase effettivamente  un po' datato. Sue testuali parole: Io a Expo non ci vado, perché Expo non affronta la questione della FAME nel mondo!

Fame nel mondo. Eccola qui l'archeologia lessicale. Eccolo qui il reato di vergognoso passatismo linguistico. Come se uno se ne uscisse, oggi, con la frase obsoleta: "Tu cosa ne pensi dell'Eurocomunismo?".

Fame nel mondo. Si diceva così negli anni Sessanta. E' una frase che usavano prevalentemente i cattolici di sinistra. I compagni usavano un altro termine, ma il Santone non si ricorda più quale fosse. In quegli anni si scrivevano fior di studi sul problema. In quegli anni era esplosa all'attenzione dell'opinione pubblica la questione del Biafra (1967-70), con i bambinetti neri che campeggiavano sui rotocalchi -tutti pelle e ossa- a rovinarci le nostre caloriche digestioni occidentali. Erano gli anni delle chiappe chiare (Tutti al mare,1973) e noi avremmo voluto poterci permettere la tintarella senza d'intorno tutti quei gufi che ci ricordavano che esisteva la FAME NEL MONDO.



Poi sono venuti altri tempi. La Fame nel mondo non è scomparsa per niente. Anzi si è accentuata. Epperò del problema non se n'è più parlato, almeno a livello di gente comune, di televisione, di rotocalchi (scommetto che si è smesso di parlarne anche nelle parrocchie, dai pulpiti).

Nel frattempo infatti s'erano messe di traverso altre questioni (fra cui l'AIDS,1983) e le crisi ricorrenti del capitalismo avevano cominciato a riversarsi ad ondate anche sull'Occidente, interrompendo malauguratamente l'idillio delle chiappa chiare.

Oggi l'Occidente è diventato un coacervo di individui rancorosi e spaventati, che assistono impotenti all'assalto dei fuggitivi dell'Africa e del Medio Oriente.
Della Fame nel mondo non se ne parla più. Anzi, per scordare l'incubo dei migranti ci si sollazza con le Expo universali che blaterano di nutrire il pianeta e ti propongono intanto i pizzi e i merletti delle archistar internazionali.

Non diciamo buon appetito, perché la frase è ormai diventata demodè. Diciamo piuttosto: Buon spettacolo!


venerdì 28 agosto 2015

CREATIVI? non più!

Sulla Repubblica di oggi si legge: Il segreto della creatività che abbiamo dimenticato. L'articolo è di Salvatore Settis e sostanzialmente riporta il grido d'allarme lanciato dal Nobel per l'economia Edmund Phelps: gli europei hanno smesso di essere creativi e per questo in Europa le cose vanno male.


Noi del blog non sappiamo se questa affermazione sia del tutto vera. Pensando agli Italiani occorre dire che la creatività spesso non gli manca. Soprattutto nel lavoro. Insomma, siamo rimasti, per fortuna, quelli di sempre: magari degli improvvisatori, ma degli improvvisatori di genio.




Detto questo, c'è lo stesso del vero nell'affermazione di Phelps e lo possiamo verificare ogni giorno semplicemente restando nel piccolo orticello del km. ZERO. Cioè senza varcare le porte del nostro paese. 
Come mai gli Italiani, individualmente, sono così bravi a inventarsi una attività per sbarcare il lunario e invece, quando si tratta di gestione della cosa pubblica scivolano così miseramente sulla prima buccia di banana, rivelando una piattezza convenzionale da brivido?


Guardiamoci intorno. C'è per caso una qualche iniziativa pubblica nella nostra porzione di provincia che faccia esclamare: "Per bacco, che idea geniale! Accidenti, che bella iniziativa!".
Non vi viene in mente nulla, vero?
Solo ordinaria amministrazione e anche questa, stiamoci attenti, senza mai strafare. Il minimo indispensabile. Quando, addirittura, meno del minimo indispensabile.
Non parliamo naturalmente della Provincia, che ormai è una mummia del Museo Egizio. Parliamo dei vari Comuni e della svariate Associazioni, Enti, Consorzi e vattalapesca che in teoria dovrebbero arricchire il tessuto della nostra rappresentatività.

Citatemi per cortesia una qualche iniziativa intelligente, perspicace, originale. Per l'appunto, creativa.
E non tirate fuori la scusa che mancano i soldi. Quello che manca non sono solo i soldi. Qui mancano -purtroppo- soprattutto le IDEE.




EXPO, perché stupirsi?

"Non ho imparato nulla visitando il padiglione del Burundi, del Ruanda, dell’Uganda. Nello Yemen hanno persino tentato, come in ogni mercato, di vendermi tre braccialetti con la tecnica dei venditori di strada: “Provali. Quale ti piace? Ti facciamo uno sconto”. Eppure i bambini e i ragazzi che lavorano nelle piantagioni di cacao africane sarebbero, secondo alcune stime, più di 200mila di età compresa tra i cinque e i quindici anni, vittime di una vera e propria “tratta”. L’Unicef ricorda che 150 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni nei Paesi in via di sviluppo, circa il 16% di tutti i bambini e i ragazzi in quella fascia di età, sono coinvolti nel lavoro minorile".

Così scrive Alex Corlazzoli su Il fatto quotidiano (27 agosto 2o15) in un articolo intitolato "Expo, perché non ci porterei i miei alunni".

Difficile a botta calda dargli torto. Expo non parla dei problemi che riguardano l'alimentazione (e la fame) nel mondo. Expo è una specie di fiera campionaria del folclore alimentare (i meno giovani ricorderanno le fiere campionarie di Milano degli anni '50). Expo non informa e non educa. Figurarsi... Expo fa marketing e intrattenimento.
Infatti chi ci va ci va per "divertirsi" con i giochini messi su dagli organizzatori e nell'ipotesi migliore per ammirare le cattedrali erette dagli archistar. Ci va come si va a una finale dei campionati mondiali di calcio. Tutto e solo Panem et circenses.


Detto questo, bisogna anche convenire che l'articolo di Corlazzoli emette un certo suono STONATO. E pur condividendo il suo "scandalo" ci si chiede: perché Corlazzoli si stupisce se l'Expo è questa inutile, variopinta, futile, commerciale, menzognera fiera della ristorazione globale? Expo non è un convegno sulla FAME NEL MONDO, che andrebbe sicuramente deserto. Expo non è fatto per i ragazzini che lavorano nei campi di cacao dell'Africa. Expo è fatto per i ragazzini dell'occidente opulento e i loro genitori. Che non vogliono sentire raccontare storie brutte di fame e di sfruttamento, ma vogliono sorridere passeggiando fra le specialità delle diverse parti del mondo.


Non si va forse tutti i capodanni ad abbronzarsi nelle località turistiche del terzo mondo, che vedi caso sono anche spesso le località della fame, dello sfruttamento, della criminalità organizzata? Una parte consistente di noi non fa viaggi di nozze o di piacere in parti del globo in cui le bambine vengono prostituite? E non penserete mica che dal bungalow di un atollo si vedano i poveri del mondo! Si vede caso mai il più bel tramonto del mondo, con una caipirinha in mano. Per non parlare degli abitini che le nostre ragazze provano con voluttà nei camerini di Zara o HM. Magari sono stati confezionati nel Bangladesh da piccole operaie mal pagate. Ma a chi vuoi che venga in mente? si palpeggia la stoffa. Mi sta bene? mi assottiglia il culo? Mi valorizza le gambe?  E via andare... 




Expo non è un'eccezione. Expo è la norma. 
Expo è l'Occidente. 


P.S. Tutto nasce probabilmente da quello slogan,  pretenzioso e ambiguo: nutrire il pianeta, energia per la vita. Slogan che sembra partorito da un ambientalista più che non da un uomo d'affari. Mentre Expo è soprattutto un affare. Sarebbe stato meglio uno slogan più onesto, tipo: venite a mangiare le cose buone del mondo. In questa maniera nessuno si sarebbe scandalizzato. Come nessuno si scandalizza se un ristorante si fa della pubblicità. E invece i promotori di Expo hanno voluto fare i furbetti, travestendosi da puri, da benintenzionati, da profeti, da verdi, da teorici della sostenibilità. Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto un certo La Trippa...


venerdì 14 agosto 2015

SCALE (a proposito di)

Ci sono scale e scale.
Ma qui non intendiamo alludere a quelle che salgono (in soffitta, in paradiso) e a quelle che scendono (in cantina, all'inferno).



Alludiamo alle scale che di recente un Predalino di buona volontà ha restaurato con le sue mani.




E alludiamo alle scale che NON sono state fatte (e che non sappiamo neanche se c'è il programma di fare) che collegherebbero la strada che, in basso, passa davanti alla Trattoria della Locandiera con la strada che, in alto, porta in Comune (ovverosia la via Vedaschi).



Alcuni Predalini che oziavano davanti al bar della piazza hanno interloquito: "Non c'è bisogno di fare delle scale in questo punto. Basta tornare un po' indietro, fare il giro della piazza e prendere la via Vedaschi. Si allunga un po' ma si arriva lo stesso a destinazione".


"Errore" ha interloquito piccato il Santone di Calcababbio. "Delle scale qui, oltre a far risparmiare tempo, consentirebbero a molti Predalini che ne hanno bisogno di fare un po' di ginnastica e di snellire in questo modo dei giro vita a volte proprio imponenti... E soprattutto consentirebbero ai più piccoli di evitare di accumulare precocemente un giro vita extra large".


sabato 8 agosto 2015

LA METAMORFOSI

Il Santone di Calcababbio, in vacanza a Folgarida e perciò privato della dolce presenza della sua nuova amica, la moglie del vignaiolo claudicante, sta facendo un curioso INVENTARIO.
Che cosa è cambiato negli ultimi 50 anni?

Più che camminare sui bricchi, il Santone preferisce stare a mollo nella vasca calda del wellness, da cui si gode la vista dell'Adamello.
La presenza, nella stessa vasca, di graziose signorine in bikini, un po' lo distrae, malgrado i suoi venerandi 102 anni e perciò deve ogni tanto riannodare i fili della sua meditazione.


Dunque, che cosa è cambiato negli ultimi 50 anni?

Ma perché il nostro Santone di Calcababbio, uomo di spicco nella tribù dei Montagner, si è posta questa curiosa domanda?
La ragione è presto detta: l'uomo sta rileggendo Der Zauberberg di Thomas Mann e pur essendo lui in questo preciso momento alloggiato in una quattro stelle, in cui non fa difetto la buona cucina, l'assistenza fisioterapica, il comfort, la civiltà, è lapalissiano che tutto, ma proprio tutto, è distante anni luce dalla belle epoque descritta  da Mann nel suo capolavoro.


Già. Ma allora avrebbe dovuto dire: che cosa è cambiato negli ultimi 100 anni (difatti si sta commemorando il centenario della prima guerra mondiale che pose fine alla belle epoque).
E invece no, perché il Santone di Calcababbio, in sintonia con Guido Mazzoni e i suoi destini generali, è convinto, anzi è  arci convinto che il vero cambiamento, meglio, LA METAMORFOSI, si collochi negli ultimi 50 anni. Vale a dire a partire suppergiù dal Sessantotto.

"Chi oggi asseconderebbe un energumeno come quello fotografato sotto che si sbraccia da un balcone, invita la folla a lasciare le proprie case, indossare una divisa, salire su una nave o intrappolarsi in un tank e rischiare la propria pelle per una causa "superiore", si chiami essa Nazione o Spazio vitale o Vittoria del Proletariato?".



"Diciamo la verità: la foto di questo tipo in divisa è più lontana dal nostro presente di quanto lo sia l'immagine di un centurione romano della X legione".



"Ma l'estraneità di questo tizio, rispetto all'animus di un cittadino occidentale di oggidì, non è una cosa che data da molto tempo. Solo 50 anni fa, infatti, in Italia si ammazzava gente inerme per la Nazione (?) o per la Classe (?) e commemorare le stragi di allora fa uno strano effetto, come se fossero cose che non ci riguardano per nulla. Si direbbe che l'i Pad (come sottolinea Mazzoni) ha trionfato su tutto.

(continua alla prossima puntata: il Santone di Calcababbio si sta gustando una tisana energizzante in compagnia di una ninfetta di 19 anni).


venerdì 7 agosto 2015

CONTADINA con una BELLA TESTA

Il fatto che sia contadina dovrebbe renderla diversa da noi? 
Assurdo, vero? Eppure per secoli la nobiltà dei castelli e la borghesia dei liberi comuni ha continuato a pensarla così. E da questo pregiudizio è nata la saga di Bertoldo, contadino furbo, ma rozzo. Il quale, dopo essere entrato a far parte, come buffone, della corte di re Alboino, muore perché gli danno da mangiare le cose raffinate che mangia il padrone anziché i volgari fagioli a cui è abituato lui. L'epitaffio posto sulla sua tomba recita infatti:

In questa tomba tenebrosa e oscura giace un villan di sì deforme aspetto che più d' orso che d' uomo avea figura ma di tant' alto e nobil'intelletto che stupir fece il Mondo e la Natura. Mentr' egli visse, fu Bertoldo detto. Fu grato al Re, morì con aspri duoli per non poter mangiar rape e fagiuoli.

In buona sostanza: i contadini potevano essere particolarmente svegli, anche se non erano dottori. E infatti si dice: scarpe grosse cervello fino. Ma per quanto intelligenti, i villani restavano tuttavia pur sempre dei rozzi (villano viene da villa, ma è passato a significare persona maleducata, cafona, volgare). Tanto è vero che anche il loro stomaco si rifiutava, come nel caso di Bertoldo, di adeguarsi alle "buone maniere".



Tutto questo sproloquio, che testimonia il classismo insito nella nostra splendida civiltà rinascimentale, è servito alla redazione del blog per introdurre un nuovo personaggio: l'amica della moglie del Vignaiolo claudicante. La quale, come già sappiamo, è una signorina sicca sicca educata dalle suore e vissuta in Lomellina, ma che sa distinguere la gente volgare nell'animo dalla gente raffinata di dentro.

Ebbene sì, la nuova amica della moglie del Vignaiolo claudicante è una contadina. Ed essendo una contadina, dicono quelli del blog che si sono invaghiti di lei, è un po'diversa dai comuni mortali. Non nel senso dell'arguto, ma pur sempre rozzo Bertoldo. Bensì nel senso che è più in gamba, più sveglia, più perspicace, più ammodo della media della gente.


Recentemente questa contadina di Broni, che un tempo dev'essere stata proprio una bella ragazza, si è intrattenuta con la moglie del Vignaiolo claudicante sul tema di certe Cantine sociali un po' in odore di truffa. "Sono dei deficienti!". E' stata la sua lapidaria sentenza. Dopo di che ha spiegato che i recenti scandali sono in realtà roba vecchia. Nel senso che da queste parti, in fondo in fondo, si è sempre un po' barato e non si è mai saputo sollevarsi da terra e pensare il vino IN GRANDE, come pure meriterebbe.

Se anziché una contadina, la nostra fosse Roland Barthes direbbe: 

E' tutta solo una questione di cultura! C'è la tanto sbandierata cultura del Territorio, che spesso è solo puro marketing; c'è la cultura dei Pochi Maledetti Subito che si sposa con una produzione di massa, attenta soprattutto alla quantità. E c'è la cultura attenta alla qualità del prodotto, coltivato con metodi non violenti, su cui convergono le speranze degli ambientalisti e dei salutisti. 






martedì 4 agosto 2015

VITIGNI SUPER RESISTENTI

La moglie del vignaiolo claudicante, mentre è in vacanza a Follonica, ha letto un inquietante articolo sul Corriere della Sera: VINO, le piante che non si ammalano.



Avrebbe voluto segnalarlo al marito, il Vignaiolo claudicante, che in quel momento ronfava su una sedia a sdraio, al bordo della piscina del loro agriturismo, sotto un provvidenziale ombrellone.
Ma sapeva che il marito in fatto di vino e vigne era un presuntuoso e l'avrebbe guardata con occhi ironici di compatimento.
Il Santone di Calcababbio. Quello sì che le avrebbe dato retta. Ma in quel momento il Santone era in vacanza a Folgarida e loro due avevano deciso di non sentirsi per telefono per non destare sospetti.

Dunque, che fare?

Beh, ma perché quell'articolo era tanto inquietante?

Apparentemente raccontava cose entusiasmanti. Che a Milano era nato un sodalizio di Cavalieri delle nuove viti. I quali avevano in programma di selezionare vitigni resistenti alle malattie. Vitigni che non avessero bisogno, in altre parole, di essere innaffiati di fitofarmaci per essere protetti da insidie come la peronospera e l'oidio.


"Questo giornalista non dev'essere un enologo". 
Aveva pensato la moglie del vignaiolo claudicante. Peronospera e Oidio sono già stati sconfitti e da tempo. Così come è stata sconfitta nell'ottocento la Filossera, grazie alla pratica degli innesti: Barbatelle di viti autoctone capaci di dare vini di qualità innestate su radici americane, selvatiche e poco  appetibili, ma particolarmente resistenti alle malattie.

Ma cosa intendono fare esattamente questi Cavalieri delle nuove vitiBeh, intendono procedere a nuove pratiche di ibridazione, dato che nel frattempo insetti e funghi sono diventati più aggressivi e il rame e lo zolfo non bastano più, soprattutto nelle zone umide e quindi si rendono necessari trattamenti più pesanti e più inquinanti (spesso le viti crescono a ridosso delle abitazioni).

Ecco la notizia inquietante. Ecco ciò che ha gettato nell'angoscia più nera il nostro donnino sicco sicco, nata in Lomellina ed educata dalle suore.

"Ma come, io credevo che fosse il mais la coltivazione più bombardata dai pesticidi e invece qui si dice che le viti sono (testualmente) l'attività agricola in cui si fa il maggior uso di fitosanitari.



"Speriamo solo che queste pratiche genetiche" pensa il donnino sicco sicco "cioè che questa correzione del genoma, riesca a rendere immune dalle malattie la Moradella, che è la mia passione, ma che poverina, in Oltrepò è stata surclassata dalla Croatina (Bonarda) e dal volgare Barbera sabaudo". 

Tuttavia c'è un tarlo che, quieto quieto, silente silente, trapana il cervello del nostro donnino. 

"Ma siamo poi sicuri che nell'Oltrepò qualcuno sia interessato a queste nuove pratiche di coltivazione? Nelle colline dove vivono i Montagner mica si va tanto per il sottile in fatto di TRATTAMENTI. Speriamo solo di riuscire a sopravvivere nel frattempo all'assedio dei fitofarmaci e di non beccarci qualche accidente, in attesa che questi Cavalieri mettano a punto una nuova Moradella super resistente...".





domenica 2 agosto 2015

LA CATTIVA LETTERATURA

Il dibattito sulla cattiva "letteratura", avviato dalla redazione del blog I Montagner, come certi dibattiti letterari scatenati un tempo dal Corriere della sera, ha dato la stura a reazioni alquanto vibrate un po' in ogni parte del mondo. 



"Ragazzi!" è stato il commento di uno dei redattori "Di questo passo rischiamo di diventare virali".

"Non ancora, non ancora. Molti pensano che si tratti di un dibattito sulla MORTADELLA. Bisogna attendere che capiscano che quello della mortadella è solo un esempio. Cattiva letteratura, ovvero letteratura commerciale = panino con la mortadella. Letteratura di qualità, ovvero letteratura tout court =Alta gastronomia".

"Non so se tutti coglieranno il paradosso insito in questo confronto. Ovverosia: il fatto che ci sia gente di gusto che sa comperare l'abitino giusto, bere il vino giusto, frequentare il ristorantino giusto e che poi, quando si mette a leggere (se legge) casca nella trappola degli editori commerciali e si immerge in certe trame insulse, scritte in un italiano annacquato, ignorando i pochi autori validi in circolazione".


"Il problema è capire il perché di questa schizofrenia: quella che chiamerei la sindrome dei sommelier illetterati".

 "Sentite cose ci scrive questo lettore: "Cari blogger, non vi sembra di esagerare con le vostre denunce? In fondo di autori validi ce ne sono anche in Italia: Moresco, Pincio, Lagioia... E poi c'è pure chi fa letteratura sperimentale, come quelli del SIC (Scrittura collettiva industriale)".


"Alt, al tempo. Qui si rischia di scatenare una rissa. E già mi vedo uffici legali che affilano i coltelli. 
Per Antonio Moresco, passi. E' un po' truce, ma sicuramente è uno scrittore con i contro-coglioni. Epperò: chi lo conosce e l'ha letto alzi la mano!
Circa il SIC, il romanzo da loro partorito (quando diciamo LORO ci riferiamo ai 115 autori che ci hanno messo mano), ovvero In territorio nemico,  più che un romanzo storico - quale ambisce ad essere - è un romanzo d'azione scritto in modo molto convenzionale.
Tommaso Pincio non l'ho mai letto. Nicola Lagioia secondo me è una bufala. Scrive a tratti persino in modo faticoso e poi nel romanzo che ha vinto il premio Strega (La Ferocia) ha scelto la strada facile della letteratura di genere e un banale antagonismo sociale quasi da fiction televisiva: il palazzinaro con la famiglia marcia, il contrasto fra genitori ricchi e figli viziati...".

"Comunque il problema è un altro: quanti leggono per convincimento personale e per autentica passione i migliori autori e quanti invece accettano supinamente ciò che gli propina l'astuto editore, sia che si tratti del romanzo di una bellina stagionata o del romanzo di un premio Strega?"