chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


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mercoledì 1 aprile 2015

UN ALTRO PROGETTO finito nel nulla



Eccola qui la vecchia sede delle CANTINE SOCIALI RIUNITE  di Stradella. Affaccia su via Nazionale, prospiciente i binari ferroviari e dal davanti non si capisce neanche che è un rudere. Dentro però.... una pena infinita!



Il romanziere di Pietra de' Giorgi (Herulf) ci è entrato clandestinamente insieme all'ectoplasma del mezzadro Vincenzo, che le Cantine Sociali Riunite di Stradella se le ricorda, perché quando lui era un ragazzetto esistevano già, essendo state fondate nel 1902. O meglio: nel 1902 l'onorevole socialista Luigi Montemartini promosse una sorta di consorzio fra i produttori dello stradellino, che aprirono punti vendita a Pavia, Milano, Brescia, Cremona, Lodi, Piacenza, Genova. 

"Sarà questo l'edificio del consorzio del 1902?" si chiede Herulf. "Oppure questo è l'edificio della Federazione fra cantine sociali che venne fondata a Stradella nel 1909 e che riuniva le cantine di Montù, Santa Maria della Versa, Canneto, Scorzoletta, San Damiano, Montescano, Torrazza Coste?".

"Ma, il cartello dice Cantine Sociali Riunite..." balbetta Vincenzo.

"Ma come. Tu  non riesci a darmi una risposta su un quesito che riguarda la tua giovinezza? e poi, che ectoplasma sei? non percepisci delle vibrazioni? Fra queste pietre non cogli una storia?".

"Sai, io da giovane non ero molto preciso. Procedevo un tanto al chilo. Che ne so io se l'edificio è del 1902 o del 1909 o magari del 1943, quando furono istituite le Cantine sociali riunite di Stradella, Montù, San Damiano, Montescano. Qui, adesso, io ci sento solo puzza di umido, di piscio di gatto e di escrementi di topo.. .E poi, c'è una cosa che mi oscura la vista e che disturba la mia percezione del PASSATO-PRESENTE-PASSATO...".

"Parla, or dunque! non fare l'ectoplasma prezioso!".



"Sì, mi disturba il fatto di percepire che questo edificio era in pool position per essere restaurato e trasformato in un residence. Ne dava notizia con un certo trionfalismo la Provincia pavese nell'aprile del 2009. Erano passati ormai 30 anni dalla chiusura della Cantina sociale, quando questo progetto di recupero venne esposto dall'allora assessore Maurizio Visponetti. Adesso gli anni passati sono diventati almeno 36 e il rudere, dentro, sta cascando a pezzi...".

"Vuoi dire che la stessa cosa potrebbe capitare all'Enoteca regionale di Cassino Po?".





"Chi lo sa? certo Expo è alle porte e l'Enoteca è sempre in stallo. Per quanto... Ma lo sai che ho visto in questi giorni della gente aggirarsi nei dintorni dell'edificio?"

"Non saranno stati per caso degli ectoplasmi?"


domenica 22 marzo 2015

L'ECTOPLASMA VINCENZO sale in cattedra






Oggi l'ectoplasma di Vincenzo è apparso a Herulf in forma di gatto (ricordate? Herulf è lo pseudonimo del romanziere di Pietra de' Giorgi) .

"Miao, cioè Ciao Herulf. Come butta?".
"Discretamente. Ma tu cosa ci fai nei panni di un gatto?".

"Problemi di sintonizzazione della materia ectoplasmatica. Stamane stavo accarezzando il mio micio di allora, quello che avevo da ragazzo in campagna, è c'è stato un travaso di SUBSTANTIA fra di noi. Ma non ti preoccupare, sono sostanzialmente sempre IO (miao)".

"Vuoi che ti serva un piattino con il latte?".
"Sarebbe meglio un bicchiere di buona Bonarda, per esempio quella di Rovescala, che mi è sempre piaciuta di più. Non la posso bere, ma la posso odorare...".

"Vada per il Bonarda. Ne ho giusto una bottiglia di un'azienda di Rovescala che fa il bio-bio che più bio non si può. Sono una bella copia, vedessi. Si chiamano P. & P. Certo non hanno nulla del contadino, come te. E infatti vivono in un castello...".

"Dio buono, non son certo mezzadri. Ma lo sai dove si viveva noi, allora?  Non te ne ho ancora parlato?".

"No, per il dio bacco che non me ne hai parlato. Volevi farlo, ma poi ti sei liquefatto...".

"A  sì, adesso ricordo. Comunque. Visto che tu coltivi questo grande interesse, quasi una passione direi, per i vecchi RUDERI  abbandonati (e mi sa che dalle tue parti sei l'unico ad avere questa squisita sensibilità per l'antico) ti dirò allora, a mo' di premessa, che le case contadine dove, ovvia, si viveva noi al principio del secolo, non eran case, ma erano fabbriche...".

"Ma cosa mi stai dicendo? fabbriche in collina? per fortuna nessuno ci ha mai pensato a costruire una fabbrica in collina!".

"Cerca di capirmi allocco, altrimenti non ti faccio passare l'anno. Quando dico che eran fabbriche intendo dire che le nostre case, a differenza delle ville dei ricchi, che esistevano per la villeggiatura, servivano allo scopo principale di favorire il nostro lavoro. E perciò non facevano distinzione fra le stanze per i cristiani e le stanze per le bestie. Non che ci fosse proprio promiscuità, ma con le bestie si viveva gomito a gomito".



"Il termine giusto per definirle è CASE DI LAVORO, anche se in certi casi dovremmo chiamarle CASE DI MISERIA. Naturalmente non eran tutte uguali. C'erano quella che in un unico corpo di fabbrica univano stalla, fienile ed abitazione. Con la stalla a pian terreno, in modo che col calore animale si scaldava la dimora sovrastante. E poi c'erano quelle, un tantino meno misere, in cui i rustici erano separati,  a qualche distanza dalla casa, oppure erano posti ad angolo in modo da formare una sorta di corte".

"Accidenti, Vincenzo, mi stai spiegando le cose come se fossi un professore. Ma pazienza. Da te imparo finalmente a capire il linguaggio dei vecchi ruderi abbandonati".

"Sappi una cosa, mio caro Herulf. Comunque fossero fatte, queste case avevano sempre, tutte, un locale dedicato al vino, ovvero una cantina o una tinaia. Ma fammi odorare ancora un po' la Bonarda di P & P di Rovescala, che glie è bona, assai, per la miseria...".



venerdì 6 marzo 2015

L'ECTOPLASMA di VINCENZO ricorda....

C'erano tanti animali e persone e piante e coltivazioni...

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è seduto sul comodino di Herulf, ovverosia del romanziere di Pietra de' Giorgi.
La Barda è andata a Tai chi ed Herulf si concede una pausa fra una stornellata celtica e l'altra.
Lo stomaco di Herulf brontola per la fame. Ma il desiderio di ascoltare la rievocazione dell'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è troppo forte.

Di che anni stiamo parlando, Vincenzo?

Cosa vuoi che ti dica. Non me lo ricordo. In me a volte convivono diversi ectoplasmi. C'è il "mio", che risale al primo Novecento. Poi c'è quello di mio padre, quello di mio nonno e quello del mio bisnonno. Alla fine si rimonta, pensa un po', al 1699, l'anno in cui il Collegio Borromeo di Pavia acquisisce la possessione di PEGAZZERA, dove è nata, si è riprodotta, è morta, è sepolta tutta la mia ascendenza.

Ah, la conosco! oggi è una prestigiosa location per eventi e per matrimoni. Si trova, se non sbaglio, sulla provinciale che collega Montalto con Casteggio.




Non so di cosa parli, Herulf, ehm, ehm.

Hai ripreso a balbettare, Vincenzo? ti capisco. Se tu la vedessi oggi, la Pegazzera, mica la riconosceresti. Roba per George Clooney, per Brad Pitt,  per Angelina Jolie...





Beh, ehm, allora la Pegazzera era una cosa seria, tremendamente seria. Pensa che l'Amministrazione del Collegio Borromeo l'aveva acquistata (meglio: permutata con la possessione di S. Maria della Strada, nel Siccomario) per evitare di dover comperare il vino. E poi al Collegio erano stufi di inondazioni e di saccheggi da parte delle soldatesche. I 300 metri di altitudine della Pegazzera erano una garanzia!

Vuoi dire che da quelle parti, alla fine del '600, si coltivava già l'uva?
Ma certo, scriteriato d'uno scrittore. La vite nell'Oltrepò l'hanno introdotta  gli Etruschi e i Greci. Poi si è continuato a coltivarla. Non alla maniera in cui la si coltiva oggi, beninteso....

Ecco, qui veniamo al discorso che mi interessa di più. Racconta, racconta. Com'era la campagna ai tuoi tempi?

Ma, dipende. Nel primo Settecento, ai tempi dei mio tris-tris-trisavolo, la porzione maggiore del coltivo era a GRANO (frumento, spelta, melica, orzo). Poi la vite ha cominciato a prendere il sopravvento. Ma attenzione: non si trattava di viticoltura allo stato puro. Alla Pegazzera fino al '900 vite, alberi e grano sono andati a braccetto. Diciamo che si facevano ombra a vicenda. I dotti chiamavano tutto questo aratorio avitato.

Rispetto alla vostra campagna di oggi, che è tutta un monotono susseguirsi di filari allo scoperto, allora il paesaggio era molto più vario. Intanto c'era il bosco. Bosco ceduo forte, da cui si ricavava il legname per la paleria delle viti e per la manutenzione degli edifici rurali. E c'era il zerbo, cioè la brughiera, che serviva a prevenire che il terreno argilloso franasse. Allora,  scusa se te lo dico, ma "noi" si era più più previdenti di quanto lo siate voi adesso. E poi c'erano gli animali, che adesso sono scomparsi del tutto (tranne i cani e i gatti).


(vacca di razza varzese)

Purtroppo alla Pegazzera quello che scarseggiava era il prato. Oltre ai cereali si coltivavano i legumi, che garantivano la salubrità del terreno e ci davano da mangiare a noi contadini.  Ma l'erba, che sarebbe servita a dar da mangiare alle bestie e quindi a garantirci del buon CONCIME, ricopriva una percentuale irrisoria.

Ma dimmi un po', Vincenzo. Passando di palo in frasca. Dove e come vivevate voi contadini alla Pegazzera? 

Aspetta un momento, fammi finire, che se no ti perdi il più bello. Quello che ti ho descritta fino ad ora è la situazione dei miei trisavoli. Quando io ho cominciato a lavorare di braccio si era già all'inizio del Novecento e la situazione stava proprio allora cambiando e di brutto. Il Collegio Borromeo aveva deciso infatti di investire nella VITE, dopo il fallimentare esperimento di investire nei gelsi e nella bachicoltura, un capitolo che si chiude alla fine dell'800.
Quando io ero piccolo il vigneto e il frumento stavano infatti cominciando ognuno ad andare per la sua strada e la vite si stava prendendo la fetta più grossa. Non solo. Anche gli alberi da frutto (meli, peri, ciliegi, pruni, albicocchi, fichi, noci) cominciavano allora ad essere sacrificati per far posto alle viti.

Ok. Vicenzo. Mi stai dicendo che nell'Oltrepò la VITICOLTURA INTENSIVA è roba già dei nostri nonni e che non c'è bisogno di aspettare il momento in cui i trattori, nel secondo dopoguerra, scacceranno i buoi per vedere le piantagioni di viti imporsi su tutto il resto. Ma la CASA, dimmi, com'era la tua casa?

Oddio, mi sono dimenticato di dirti che a mezzanotte io debbo scappare via. Se non mi trasformo in una pozza d'acqua e addio ectoplasma di Vincenzo.




Le notizie riportate in questo post sono tratte da un volume che purtroppo non è più in commercio:
I tempi della terra. Campi acque e case nel pavese rurale dalla fine del '500 ai nostri giorni. E' una miscellanea di articoli, fra cui uno, per l'appunto, sulla Pegazzera, scritto da Francesca Belloni. il volume risale al 1983 ed è nata in occasione di una mostra organizzata dalla Provincia di Pavia e intitolata I tempi della terra.






giovedì 5 marzo 2015

L'ECTOPLASMA del MEZZADRO VINCENZO





L'ectoplasma non è un fantasma. L'ectoplasma è una forma corporea in tutti i sensi. Un po' fluida, a dire il vero. Quindi poco compatta, instabile. Ma è tridimensionale  e occupa uno spazio.

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo, difatti, era seduto sul comodino, nella camera da letto del romanziere di Pietra de' Giorgi, e muoveva nervosamente in su e in giù una gamba. Ogni tanto dal suo corpo gocciolava uno strano liquido.

"Mi sporchi il pavimento, accidenti! poi chi la sente la Barda!".

"Senti, razza - ehm - di ingrato. Sei stato tu -ehm- a chiamarmi. E adesso -ehm- vorresti rimproverarmi perché perdo un po' di liquido ectoplasmatico?".

Il romanziere di Pietra de' Giorgi, che d'ora in avanti chiameremo Herulf in omaggio a uno dei suoi personaggi romanzeschi, si stringe il mento con la mano sinistra (ebbene sì, è mancino) e borbotta:

"Dev'essere stata quella volta che mi sono lanciato in tutti quei porco qui, porco là, porco su, porco giù. Forse, senza saperlo, ho attivato una formula magica".

"Proprio così, caro Herulf. Dalle mie parti - ehm- , che adesso non ti sto a dire per non confonderti le idee, (ma sappi che si tratta di una dimensione parallela) quella mattina  che tu, dalla locandiera, ti sei messo a dire porco qui, porco là, porco su, porco giù, c'è stato- ehm- una specie di rivolta delle ectoplasme femmine, che hanno trovato francamente triviale il tuo modo di esprimerti.



"Conclusione -ehm- io  sono stato spedito qui, sulla superficie, dalla suprema sacerdotessa, per tentare - ehm - di calmare i tuoi bollenti spiriti e cercare insieme una soluzione al tuo problema".

"Ma scusa, da come vesti, per come parli (il tuo italiano è un po' stentato, ehm), si direbbe che tu, in vita, eri un contadino. O sbaglio?"

"Non sbagli, ehm. In vita ero ero per l'esattezza un mezzadro. Ed ero un mezzadro di quelli che stentavano a cavarsela. Perché -ehm - tenevo famiglia, ma non c'era nessun figlio maschio ad aiutarmi".




"Povero Vincenzo. Ma dimmi: dove sei vissuto, quando sei vissuto? perché ti sei preso la briga di scendere (o di salire, dimmelo tu...) sulla terra?".

Risponderò per prima alla tua ultima domanda. Sono salito dall'altra dimensione in cui "viviamo" noi ectoplasmi degli ultimi secoli (gli ectoplasmi dei secoli più antichi vivono in altre dimensioni diverse dalla nostra) per -ehm- aiutare te nella ricostruzione del passato contadino di questa bella campagna in cui tu - ehm - hai la fortuna di abitare".

"Mi stai dicendo che finalmente capirò qualcosa di quello che è successo qui nel passato e che darò finalmente un senso alla storia dei Montagner?"

"Bravo, ehm, proprio così. Ma ne parliamo domani. Perché adesso mi sto liquefacendo tutto...."