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martedì 4 agosto 2015

VITIGNI SUPER RESISTENTI

La moglie del vignaiolo claudicante, mentre è in vacanza a Follonica, ha letto un inquietante articolo sul Corriere della Sera: VINO, le piante che non si ammalano.



Avrebbe voluto segnalarlo al marito, il Vignaiolo claudicante, che in quel momento ronfava su una sedia a sdraio, al bordo della piscina del loro agriturismo, sotto un provvidenziale ombrellone.
Ma sapeva che il marito in fatto di vino e vigne era un presuntuoso e l'avrebbe guardata con occhi ironici di compatimento.
Il Santone di Calcababbio. Quello sì che le avrebbe dato retta. Ma in quel momento il Santone era in vacanza a Folgarida e loro due avevano deciso di non sentirsi per telefono per non destare sospetti.

Dunque, che fare?

Beh, ma perché quell'articolo era tanto inquietante?

Apparentemente raccontava cose entusiasmanti. Che a Milano era nato un sodalizio di Cavalieri delle nuove viti. I quali avevano in programma di selezionare vitigni resistenti alle malattie. Vitigni che non avessero bisogno, in altre parole, di essere innaffiati di fitofarmaci per essere protetti da insidie come la peronospera e l'oidio.


"Questo giornalista non dev'essere un enologo". 
Aveva pensato la moglie del vignaiolo claudicante. Peronospera e Oidio sono già stati sconfitti e da tempo. Così come è stata sconfitta nell'ottocento la Filossera, grazie alla pratica degli innesti: Barbatelle di viti autoctone capaci di dare vini di qualità innestate su radici americane, selvatiche e poco  appetibili, ma particolarmente resistenti alle malattie.

Ma cosa intendono fare esattamente questi Cavalieri delle nuove vitiBeh, intendono procedere a nuove pratiche di ibridazione, dato che nel frattempo insetti e funghi sono diventati più aggressivi e il rame e lo zolfo non bastano più, soprattutto nelle zone umide e quindi si rendono necessari trattamenti più pesanti e più inquinanti (spesso le viti crescono a ridosso delle abitazioni).

Ecco la notizia inquietante. Ecco ciò che ha gettato nell'angoscia più nera il nostro donnino sicco sicco, nata in Lomellina ed educata dalle suore.

"Ma come, io credevo che fosse il mais la coltivazione più bombardata dai pesticidi e invece qui si dice che le viti sono (testualmente) l'attività agricola in cui si fa il maggior uso di fitosanitari.



"Speriamo solo che queste pratiche genetiche" pensa il donnino sicco sicco "cioè che questa correzione del genoma, riesca a rendere immune dalle malattie la Moradella, che è la mia passione, ma che poverina, in Oltrepò è stata surclassata dalla Croatina (Bonarda) e dal volgare Barbera sabaudo". 

Tuttavia c'è un tarlo che, quieto quieto, silente silente, trapana il cervello del nostro donnino. 

"Ma siamo poi sicuri che nell'Oltrepò qualcuno sia interessato a queste nuove pratiche di coltivazione? Nelle colline dove vivono i Montagner mica si va tanto per il sottile in fatto di TRATTAMENTI. Speriamo solo di riuscire a sopravvivere nel frattempo all'assedio dei fitofarmaci e di non beccarci qualche accidente, in attesa che questi Cavalieri mettano a punto una nuova Moradella super resistente...".





giovedì 28 maggio 2015

IL VINO NON CONOSCE TERRITORIO

Il mondo attuale è un mondo di frontiere fluide, ma pur sempre di frontiere.  
Frontiere fluide perché vengono continuamente violate malgrado molti le vorrebbero inviolabili. Anche se di inviolato, in fatto di frontiere, non c'è mai stato niente: né il Vallo di Adriano, né la Muraglia cinese, né la linea Maginot, nè il muro di Berlino.






I vini, al contrario degli uomini, vanno e vengono "liberamente", come vanno e vengono liberamente i nemici "naturali" del vigneto. Ma nessun ha nulla da ridire. Per loro non vale il concetto di frontiera. Caso mai vale il concetto di affidabilità e di resa. 

Si è già detto della gloriosa e obliata Moradella. Bene. La Moradella è il vitigno più autoctono dell'Oltrepo, come il Barbaricino è il vero "uomo sardo". 
Ma la Moradella  ormai "non c'è più" e la cosa non ha impressionato o intristito nessuno. 

A seguire, nell'elenco dei vini indigeni, abbiamo:

-Moretto
-Vermiglio
-Rossera
-Crova
-Croatina
-Ughetta di Canneto...


La Croatina, degli autoctoni, è l'unico vitigno che oggi ha un posto e un ruolo di rilievo nell'Oltrepò. Anche in questo caso determinante si è rivelata la sua resistenza alle malattie. La Croatina significa Bonarda e il Bonarda, come si sa, è il vino che nella fantasia del consumatore identifica le colline dei Montagner nel loro insieme. Anche se per molto tempo è stata Rovescala l'epicentro e la patria di questa produzione.





Tutti gli altri vini della zona di autoctono hanno ben poco. Sono cioè degli "stranieri" che hanno varcato il vallo, ma che nessuno ha mai trattato alla stregua di indesiderabili.
Si è già detto del sabaudo Barbera, infiltratosi alla chetichella con l'annessione dell'Oltrepò al Piemonte (1748-1859) e poi assurto a leader della produzione locale, verso la fine dell'800, perché particolarmente resistente nei confronti dell'oidio.
A seguire, fra i non autoctoni, abbiamo il mediterraneo Moscato. Ma il caso più significativo è quello del Pinot nero, che fa la sua prima apparizione qui da noi solo intorno agli anni '80 dell'Ottocento e che in quegli anni è coltivato in una zona circoscritta: in quattro comuni soltanto dell'Oltrepò, fra cui Rocca de' Giorgi. 

Il Pinot ha dato il via alla spumantistica italiana e col tempo ha stretto un connubio felice con Santa Maria della Versa, imponendo anch'esso per un certo tempo, ai bei tempi, l'equazione Spumante= Oltrepò.
Morale della favola: non vi sembra che questa storia di avvicendamenti (alcuni dei quali abbastanza recenti) offra parecchi elementi per dubitare del legame tanto sbandierato fra vino a Territorio? Un legame che molti vorrebbero (per ragioni di marketing) più stretto di quello che in realtà sia, dando a credere che Terroir e vino in certe zone vocate sia un abbinamento che affonda le sue radici nella notte dei tempi e nell'intima sostanza di una geografia e di una storia. Anziché essere, più banalmente, la conseguenza di scelte fatte volta per volta, spesso nel breve periodo, spesso di recente. Scelte che sono state dettate per lo più da ragioni economiche o, addirittura, politiche e che quindi con la cultura di una zona c'entrano come i cavoli a merenda.