Il romanziere di Pietra de' Giorgi nei mesi scorsi si è documentato sull'Oltrepò pavese, per non rischiare di dire cazzate. Con la sua Ford Ka ha frequentato la biblioteca civica di Rivanazzano, gestita da due simpatiche bibliotecarie. E si è immerso nei libri di MAFFI. Il Maffi figlio, cioè Luciano.
Trentanovenne appena, ricercatore a Brescia, ha già al suo attivo diverse pubblicazioni, fra cui Storia di un territorio rurale, del 2010 e Natura docens, del 2012. Entrambi dedicati all'Oltrepò e all'economia della vite, della vigna, del vino.
Dal primo libro in particolare il romanziere di Pietra de' Giorgi ha attinto le notizie base su questo territorio, la sua storia, la sua economia. Scoprendo cose di cui non si parla abitualmente fra la gente del posto. Come il fatto, per esempio, che i vitigni che vengono coltivati in zona sono vitigni relativamente "giovani" per l'Oltrepò. Il Barbera addirittura è il risultato di una sorta di "conquista regia", perché si è cominciato a coltivarlo, soprattutto nell'Oltrepò occidentale (Casteggio e dintorni), a seguito dell'annessione al Piemonte di questa zona (1748-1859).
Insomma, i vitigni autoctoni, come la MORADELLA si sono un po' persi per strada (a tal punto si sono persi per strada che il nome non compare neanche su Google e se lo digiti ti rispondono "forse volevi cercare mortadella!"). Colpa anche delle epidemie di peronospera e filossera che hanno imperversato qui e altrove fra '800 e '900 e che hanno suggerito, come contromisura, di puntare sui vitigni più robusti e sull'innesto.
Il discorso sulla Moradella consente di passare di figlio in padre e cioè di accennare a MAFFI Mario, probabilmente l'enologo più importante che abbia in questo momento l'Oltrepò.
Un'intervista che questi ha rilasciato all'Associazione Italiana Sommellier nel luglio del 2012 è estremamente istruttiva, per tanti motivi.
Intanto perché ricorda, ma senza piaggeria, i bei tempi andati, quando c'erano in Oltrepò personaggi di levatura fuori del comune, come il duca Antonio Denari, il patron di Santa Maria della Versa.
Appresso, perché Maffi cerca di impostare un discorso critico, ma costruttivo, sul presente, che lui definisce il momento in cui il bicchiere da mezzo pieno si è rivelato in realtà mezzo vuoto.
L'unica cosa su cui il romanziere di Pietra de' Giorgi non concorda è l'insistenza sul Territorio. A parte che ormai lo si può definire un vezzo e un luogo comune. Ma soprattutto: cosa mai può voler dire Territorio, inteso come sembra intenderlo Maffi, ovverosia un unicum irripetibile di geologia, paesaggio, tradizioni, cultura, stili di vita, economia, cucina, tecniche agronomiche etc. Quando un Territorio come l'Oltrepò, lungi dall'essere oggi un passato che si perpetua è solo una sbiadita fotografia di quel passato, che ormai è morto e sepolto e del quale il presente non condivide più nulla se non la cornice naturale e l'archeologia?
Fare il vino senza pensare alla terra che si sta calpestando, come fanno le multinazionali, è certo una brutta cosa, anche se può rendere di più in termini monetari.
Ma fare il vino pensando di calpestare ancora la terra dell'Oltrepò storico rischia di essere o una ingenuità o una mossa di banale marketing.
In questo Oltrepò terziarizzato, a vocazione vitivinicola, ma nella forma che è comune a molte altre zone vitivinicole del mondo, per ragioni di tornaconto sono scomparsi i contadini e i buoi che ci hanno sudato sopra per secoli; sono scomparsi gli alberi da frutto che si maritavano con le viti; sono scomparse le coltivazioni di leguminose, grani, prato che alimentavano una economia locale quasi autosufficiente. Gli edifici in cui l'uomo contadino viveva gomito a gomito con la terra e produceva un vino autoctono, più ruspante certo di quello attuale, ma anche probabilmente più naturale, sono ormai dei ruderi melanconici, sostituiti dai capannoni in cemento.
In questo Oltrepò terziarizzato, a vocazione vitivinicola, ma nella forma che è comune a molte altre zone vitivinicole del mondo, per ragioni di tornaconto sono scomparsi i contadini e i buoi che ci hanno sudato sopra per secoli; sono scomparsi gli alberi da frutto che si maritavano con le viti; sono scomparse le coltivazioni di leguminose, grani, prato che alimentavano una economia locale quasi autosufficiente. Gli edifici in cui l'uomo contadino viveva gomito a gomito con la terra e produceva un vino autoctono, più ruspante certo di quello attuale, ma anche probabilmente più naturale, sono ormai dei ruderi melanconici, sostituiti dai capannoni in cemento.
Nell'era del marketing, riempirsi la bocca, come fanno certi fighetti, di WINE e di altre preziosità anglofone è francamente detestabile. Ma far finta di credere che qui da noi, dove i centri commerciali impazzano come nel resto del nord Italia, la Vacca Varzese bruchi ancora l'erba o San Colombano dorma ancora in una celletta del monastero di Bobbio, è forse ancora più detestabile.
E' questa una confusione che Maffi di certo non fa. Ma che purtroppo si legge in controluce in molte iniziative di promozione del Territorio.
E' questa una confusione che Maffi di certo non fa. Ma che purtroppo si legge in controluce in molte iniziative di promozione del Territorio.


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