Il mondo attuale è un mondo di frontiere fluide, ma pur sempre di frontiere.
Frontiere fluide perché vengono continuamente violate malgrado molti le vorrebbero inviolabili. Anche se di inviolato, in fatto di frontiere, non c'è mai stato niente: né il Vallo di Adriano, né la Muraglia cinese, né la linea Maginot, nè il muro di Berlino.
I vini, al contrario degli uomini, vanno e vengono "liberamente", come vanno e vengono liberamente i nemici "naturali" del vigneto. Ma nessun ha nulla da ridire. Per loro non vale il concetto di frontiera. Caso mai vale il concetto di affidabilità e di resa.
Si è già detto della gloriosa e obliata Moradella. Bene. La Moradella è il vitigno più autoctono dell'Oltrepo, come il Barbaricino è il vero "uomo sardo".
Ma la Moradella ormai "non c'è più" e la cosa non ha impressionato o intristito nessuno.
-Moretto
-Vermiglio
-Rossera
-Crova
-Croatina
-Ughetta di Canneto...
La Croatina, degli autoctoni, è l'unico vitigno che oggi ha un posto e un ruolo di rilievo nell'Oltrepò. Anche in questo caso determinante si è rivelata la sua resistenza alle malattie. La Croatina significa Bonarda e il Bonarda, come si sa, è il vino che nella fantasia del consumatore identifica le colline dei Montagner nel loro insieme. Anche se per molto tempo è stata Rovescala l'epicentro e la patria di questa produzione.
Tutti gli altri vini della zona di autoctono hanno ben poco. Sono cioè degli "stranieri" che hanno varcato il vallo, ma che nessuno ha mai trattato alla stregua di indesiderabili.
Si è già detto del sabaudo Barbera, infiltratosi alla chetichella con l'annessione dell'Oltrepò al Piemonte (1748-1859) e poi assurto a leader della produzione locale, verso la fine dell'800, perché particolarmente resistente nei confronti dell'oidio.
A seguire, fra i non autoctoni, abbiamo il mediterraneo Moscato. Ma il caso più significativo è quello del Pinot nero, che fa la sua prima apparizione qui da noi solo intorno agli anni '80 dell'Ottocento e che in quegli anni è coltivato in una zona circoscritta: in quattro comuni soltanto dell'Oltrepò, fra cui Rocca de' Giorgi.
Il Pinot ha dato il via alla spumantistica italiana e col tempo ha stretto un connubio felice con Santa Maria della Versa, imponendo anch'esso per un certo tempo, ai bei tempi, l'equazione Spumante= Oltrepò.
Morale della favola: non vi sembra che questa storia di avvicendamenti (alcuni dei quali abbastanza recenti) offra parecchi elementi per dubitare del legame tanto sbandierato fra vino a Territorio? Un legame che molti vorrebbero (per ragioni di marketing) più stretto di quello che in realtà sia, dando a credere che Terroir e vino in certe zone vocate sia un abbinamento che affonda le sue radici nella notte dei tempi e nell'intima sostanza di una geografia e di una storia. Anziché essere, più banalmente, la conseguenza di scelte fatte volta per volta, spesso nel breve periodo, spesso di recente. Scelte che sono state dettate per lo più da ragioni economiche o, addirittura, politiche e che quindi con la cultura di una zona c'entrano come i cavoli a merenda.


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