chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


lunedì 30 marzo 2015

FACCIAMO UN GIOCO....

La quantità di materiale che offre l'Oltrepò, in quanto a GRANDE BELLEZZA & GRANDE BRUTTEZZA, ci ha suggerito l'idea di un gioco.


REGOLAMENTO del GIOCO
Pubblicheremo, ogni tanto, delle immagini brutte pescate per strada e, insieme, immagini carine, simpatiche o decisamente belle, anch'esse pescate per strada.
Non diremo naturalmente il luogo, anche se il più delle volte sarà l'immagine stessa a denunciarlo.
Non diremo neanche: questa è l'immagine carina e questa è l'immagine orrida. Metteremo solo dei numeri e dovrete essere voi a stabilire  quale AGGETTIVO - fra quelli di volta in volta indicati da noi - si attagli di più alle varie immagini. 
 

Aggettivi di oggi: ridente/deturpante/triste/penoso



IMMAGINE 1

(deposito ci auguriamo provvisorio a bordo strada)



IMMAGINE 2


(cosa si festeggia?)




IMMAGINE 3


(scambiato per un cassonetto?)




IMMAGINE 4


(iniziato e mai finito)


domenica 29 marzo 2015

LA GRANDE BRUTTEZZA: c'è molino e molino...

Herulf è in vacanza a Rovereto e a Trento. La Barda era stanca dei concerti all'aperto del Brallo e voleva qualche distrazione cittadina.

Come la valle d'Aosta, anche il Trentino si vede che ha usufruito di particolari condizioni di favore. Anche se non è escluso che la "grande bellezza" che regna nelle sue vallate e nelle sue città si possa attribuire anche all'indole dei suoi abitanti e alla loro cultura.
Niente fuori posto. Tutto bello, ordinato, pulito. Tutto pregevole. Persino i vigneti sono esteticamente curati. Vigneti e alberi da frutto si alternano in un bell'ordine svizzero.

Una cosa ha colpito in particolare Herulf: un MOLINO!



Sì, avete capito. Un molino Dovremmo dire piuttosto un ex molino. Che svetta tutto pimpante nei pressi della stazione, a Trento. E' stato acquistato e poi ristrutturato nel 1989 dall'Università. Del vecchio edificio è rimasta la tipica struttura, la stessa che caratterizza il Molino che si trova a Broni (il Molino MANGIAROTTI). A due passi, anche lui, dalla stazione.
Ma che differenza!



Il primo ha avuto la fortuna di essere "salvato": è il passato che rivive una nuova vita. Il secondo, invece, la fortuna di uno sponsor illustre non l'ha avuta. Il molino Mangiarotti di Broni, perciò, è il passato che sopravvive malinconicamente. Prossimo alla rovina, brutto, sporco, trasandato. A rendere trasandato tutto il paesaggio dei dintorni.

Sembrerebbe che ai Montagner, per uno strano gusto masochistico, piaccia essere circondati da brutti complessi cementizi.

Conclude amaramente Herulf, ripensando ai tanti capannoni che imbruttiscono la ex statale 10 e ai tanti centri commerciali, sgraziati e dozzinali, che si snodano da Stradella a Voghera. Più numerosi quasi delle pompe di benzina.

Chissà se il Mulino Mangiarotti di Broni è parente del molino Mangiarotti di Bressana, chiuso nel 2011 e anch'egli - che ci risulti - mai recuperato.


mercoledì 25 marzo 2015

QUANDO LA FINANZA... prende il sopravvento sul VINO







Alcuni articoli che ha letto in questi giorni sui giornali hanno indisposto il VIGNAIOLO claudicante. No, lui a Vinitaly non ci è andato, perché ha i suoi canali privilegiati di vendita e non gli piace la confusione. Sua moglie avrebbe voluto andarci, per fare un po' di shopping. Ma lui è stato irremovibile.

Ebbene, cosa dicevano questi articoli tanto irritanti ? Niente di tanto insolito, per questi tempi all'apparenza compassati e corretti, in realtà sinistri e inquietanti come i secoli del tramonto dell'impero romano.
Parlavano  del vino in termini di business.
Esaltavano le grandi corporation, come l'americana Constellation Brand, la sud africana Distell, l'australiana Treasury Wine e la cinese Yantai, nonché la nostrana Italian Wine Brand (IWB), che pur essendo italica porta un altisonante nome anglofono.
Deprecavano, fra le righe, il fatto che in Italia si preferisca il business di famiglia anziché la quotazione in borsa. Ma business di famiglia non significa artigianato di nicchia, giacché stiamo parlando, per citare solo i maggiori, di Campari, dei marchesi de' Frescobaldi, di Sandro Boscaini (il re dell'Amarone). Imprese che posseggono "gioielli di famiglia" sparsi in varie parti dell'Italia e del mondo.




Riassumendo, questa stampa in grisaglia  si rammaricava che il vino non si fosse del tutto piegato ancora agli imperativi della finanza. E che i grandi del vino made in Italy, pur disponendo di impianti di vinificazione, stoccaggio e imbottigliamento d'avanguardia, sparsi un po' dovunque,  pur ragionando in termini eminentemente manageriali e pur producendo  un giro di bottiglie di tutto rispetto, non fossero abbastanza giganti come lo sono le consorelle dei paesi capitalisticamente più forti. 

L'uva, la terra, il paesaggio, il vino... tutti accessori. Conclude amaramente il vignaiolo. Che ha un bel portafoglio gonfio anche lui (niente a che vedere, naturalmente, con i veri portafogli gonfi). Ma che tuttavia non riesce a digerire l'idea che le sue belle colline, la sua terra intrisa del sudore di generazioni di braccianti e di mezzadri, le sue case abbandonate, i buoi che non ci sono più... siano solo una remora alle magnifiche sorti e progressive dell'alta finanza.

Dalle nostre parti abita dunque un vignaiolo romantico? o abita piuttosto un vignaiolo socialista? 





domenica 22 marzo 2015

L'ECTOPLASMA VINCENZO sale in cattedra






Oggi l'ectoplasma di Vincenzo è apparso a Herulf in forma di gatto (ricordate? Herulf è lo pseudonimo del romanziere di Pietra de' Giorgi) .

"Miao, cioè Ciao Herulf. Come butta?".
"Discretamente. Ma tu cosa ci fai nei panni di un gatto?".

"Problemi di sintonizzazione della materia ectoplasmatica. Stamane stavo accarezzando il mio micio di allora, quello che avevo da ragazzo in campagna, è c'è stato un travaso di SUBSTANTIA fra di noi. Ma non ti preoccupare, sono sostanzialmente sempre IO (miao)".

"Vuoi che ti serva un piattino con il latte?".
"Sarebbe meglio un bicchiere di buona Bonarda, per esempio quella di Rovescala, che mi è sempre piaciuta di più. Non la posso bere, ma la posso odorare...".

"Vada per il Bonarda. Ne ho giusto una bottiglia di un'azienda di Rovescala che fa il bio-bio che più bio non si può. Sono una bella copia, vedessi. Si chiamano P. & P. Certo non hanno nulla del contadino, come te. E infatti vivono in un castello...".

"Dio buono, non son certo mezzadri. Ma lo sai dove si viveva noi, allora?  Non te ne ho ancora parlato?".

"No, per il dio bacco che non me ne hai parlato. Volevi farlo, ma poi ti sei liquefatto...".

"A  sì, adesso ricordo. Comunque. Visto che tu coltivi questo grande interesse, quasi una passione direi, per i vecchi RUDERI  abbandonati (e mi sa che dalle tue parti sei l'unico ad avere questa squisita sensibilità per l'antico) ti dirò allora, a mo' di premessa, che le case contadine dove, ovvia, si viveva noi al principio del secolo, non eran case, ma erano fabbriche...".

"Ma cosa mi stai dicendo? fabbriche in collina? per fortuna nessuno ci ha mai pensato a costruire una fabbrica in collina!".

"Cerca di capirmi allocco, altrimenti non ti faccio passare l'anno. Quando dico che eran fabbriche intendo dire che le nostre case, a differenza delle ville dei ricchi, che esistevano per la villeggiatura, servivano allo scopo principale di favorire il nostro lavoro. E perciò non facevano distinzione fra le stanze per i cristiani e le stanze per le bestie. Non che ci fosse proprio promiscuità, ma con le bestie si viveva gomito a gomito".



"Il termine giusto per definirle è CASE DI LAVORO, anche se in certi casi dovremmo chiamarle CASE DI MISERIA. Naturalmente non eran tutte uguali. C'erano quella che in un unico corpo di fabbrica univano stalla, fienile ed abitazione. Con la stalla a pian terreno, in modo che col calore animale si scaldava la dimora sovrastante. E poi c'erano quelle, un tantino meno misere, in cui i rustici erano separati,  a qualche distanza dalla casa, oppure erano posti ad angolo in modo da formare una sorta di corte".

"Accidenti, Vincenzo, mi stai spiegando le cose come se fossi un professore. Ma pazienza. Da te imparo finalmente a capire il linguaggio dei vecchi ruderi abbandonati".

"Sappi una cosa, mio caro Herulf. Comunque fossero fatte, queste case avevano sempre, tutte, un locale dedicato al vino, ovvero una cantina o una tinaia. Ma fammi odorare ancora un po' la Bonarda di P & P di Rovescala, che glie è bona, assai, per la miseria...".



sabato 21 marzo 2015

OGGI PARLIAMO DI VOI: i cacciatori di FILOSSERA



Pietro Croce, contadino & Fausto Perotti, studente del Gallini di Voghera. Oggi vogliamo parlare di loro.

Ma come? Voi vi vantate di non fare nomi, di parlare per pseudonimi, di mascherare i vostri SOGGETTI dietro personaggi di fantasia... e ora ci date in pasto questi due. Che poi, chi diamine sono Pietro Croce e Fausto Perotti?

Ahimè, non sono... ERANO. Non sappiamo che età avesse il primo nel 1899. Ma il secondo, nel 1899, avrà avuto 17 anni o giù di lì. E dunque oggi ne avrebbe 133, di anni. Non male!
Non escludiamo tuttavia che da loro siano discesi dei figli e perciò non è escluso che da queste parti viva ancora qualche loro nipote.
A meno che il Croce e il Perotti non siano emigrati in America, perché quando la filossera cominciò, all'inizio del Novecento, a fare vittime, desertificando le aree avitate, molti vignaioli presero il Rex e se ne andarono a N.Y.

Tuttavia Croce e Perotti non avevano paura della filossera, perché erano, loro due, il tim che dava la caccia alla filossero nell'area di Stradella. Dei GHOSTBUSTER, insomma, di larve e insetti.




La filossera, che a differenza della peronospera, non era un fungo, ma un insetto, era comparsa in Italia nel 1879. Poi aveva cominciato a infettare le viti ed era arrivata, come una peste bubbonica, anche nell'Oltrepò pavese, giungendovi nel 1897 (Redavalle). Sua specialità: attaccare le radici delle viti, minando la pianta dal di sotto. Il lavoro sporco non lo faceva tuttavia l'insetto. Lo facevano le larve, dopo che si erano dischiuse le uova. Le larve erano ghiotte della linfa della vite e perciò la prosciugavano dall'interno. Un lavoro assolutamente vampiresco.

Bene, Croce e Perotti, formatisi al Consorzio antifilosserico vogherese, avevano esattamente il compito di ispezionare le vigne, andando a mettere il naso nelle radici delle piante per vedere se erano infestate dal malefico vermetto.
La storia non ci dice quanti parassiti abbiano individuato e distrutto i due Ghostbuster. Ma sicuramente hanno dato il loro contributo all'eradicazione di questa pericolosa "infezione".


venerdì 20 marzo 2015

NEBBIE e MISTERI: l'ingorgo di Internet





L'ubriaco del paese ha una personalità decisamente paranoica. Ecco a mo' di esempio, l'ultimo sogno che ha fatto.

Le strade assomigliano a quelle della mia città, ma non sono le stesse. La gente è odiosa. O non mi risponde o mi sfotte. Incontro due ragazze che mi prendono sotto braccio e mi portano a casa loro. Mangio insieme alle ragazze una pastasciutta. Poi mi metto a conversare con loro stravaccato su un divano. Allungo maldestramente una mano fra le cosce della brunetta e per questo mi sento definire dalla biondina un maniaco sessuale, un pappone, un morto di fame. Lascio a gambe levate questo consesso di isteriche e finisco diritto sotto un TIR....

Ma cosa c'entra l'ingorgo con il sogno dell'ubriaco del paese? C'entra, perché l'ubriaco del paese è convinto che ci sia in corso, nell'Oltrepò, una guerra commerciale fra provider che provoca un permanente INGORGO informatico.

Com'è che il mio provider un giorno sì e un giorno no non risponde all'appello? Com'è che prima andava tutto liscio e adesso va tutto storto? Vuoi vedere che qualcuno gli sta mettendo i bastoni fra le ruote?
Ci vuol niente a gettare un sassolino fra gli ingranaggi. Un dipendente licenziato. Un concorrente di pochi scrupoli. Se poi tu non sei particolarmente accuorto e non  proteggi a dovere la tua STRUTTURA, allora sono C..... amari, mio caro.

Cosa suggerisce all'ubriaco del paese questa idea bislacca di una guerra commerciale a base di BIT?
La paranoia, sicuramente. Ma anche il fatto che in collina le fibre ottiche non arrivano e, quindi, tutto si gioca via etere (WI-FI). Che ci sia in corso uno scontro... aereo?





domenica 15 marzo 2015

LA GRANDE BRUTTEZZA: trascurare il paesaggio







"Il vino (come qualsiasi altro prodotto) dev'essere espressione e immagine del TERRITORIO. Ma a sua volta il territorio dev'essere all'altezza del prodotto che esprime".

Leggendo questa frase lapidaria il santone di Calcababbio si guarda intorno e si domanda: ci siamo o non ci siamo?
Il suo viso esprime scetticismo.
Ha appena finito di scorrere un articolo di Alessandro Disperati su Il Periodico, in cui il pubblicista lamenta la decadenza dell'Oltrepò pavese, che non è riuscito neanche a metter piede in Expo.
In Expo non ci sarà il salame di Varzi, ma probabilmente neanche il vino dell'Oltrepò, che pure è una realtà economica di rilievo, se non altro in termini quantitativi.

Il presidente della Confraternita Salame di Varzi Giorgio Perdoni punta il dito contro i produttori, che si accontentano di vendere nel supermercato sotto casa e che non hanno la capacità  di pensare  a un profilo alto per un prodotto eccellente. Che le maggiori salumerie italiane (es. Peck di Milano) ma anche la catena di qualità Eataly, allo stato attuale delle cose, o ignorano o snobbano.

SMENTITA: dobbiamo dare torto a Giorgio Perdoni, che  su Il Periodico di marzo dice di non "aver visto" il salame di Varzi nella catena di alta qualità EATALY. A smentirlo, sulla Repubblica del 20.03.2015 campeggia una grande pagina pubblicitaria di EATALY SMERALDO e fra i cibi proposti, oltre al salame Milano Peveri, c'è anche il salame di Varzi Stazione dei Sapori.

Il santone di Calcababbio non ne sa niente di salame e anche il vino lo bazzica poco. Però se ne intende di PAESAGGIO e quello che vede intorno non lo lascia certo tranquillo.





Qui non si tratta di indovinare o di cannare il marketing. Qui è in gioco l'AMORE. L'amore per la propria terra, per la propria casa, per la propria strada. Il disordine che si vede in giro, il degrado, l'incuria, lo sporco dicono una cosa soltanto: gli abitanti dell'Oltrepò se ne strafottono della BELLEZZA che hanno intorno e anziché valorizzarla, le voltano le spalle e gettano (metaforicamente) la bottiglietta di plastica fuori dal finestrino, nei campi.



"Ma come sei moralista" lo rimbrotta immediatamente il grillo parlante. "Tu ne fai una questione di affezione/disaffezione, di indole, di insensibilità. E invece il discorso da fare sarebbe un altro:

Quanti soldi sono stati elargiti per l'Oltrepò dalla Regione, dalla Comunità Europea, dallo Stato? come sono stati spesi questi soldi? Che progetti sono stati messi in pista in questi anni. E quando dico questi anni dico almeno dal 1978, quando si è costituito l'Ufficio Speciale dell'Oltrepò, e dal 1982, quando si è dato vita al piano Acquater per il riassetto del territorio. Inoltre: che iniziative sono state prese a livello provinciale per promuovere l'Oltrepò in Expo?

"No, non ci siamo". Il Santone tentenna la sua testa tutta calva. "Tu hai ragione a porre queste domande. Ma quale risposta vuoi che dia a queste domande l'uomo della strada? Hai visto che fatica sta facendo il sergente La Nivola per capirci qualcosa nel ginepraio delle istituzioni? Ci vorrebbe una apposita commissione di studio di cittadini volonterosi. Una Associazione disinteressata, fuori dal coro, che si tiri su le maniche e cominci a scartabellare un po' di carta... E comunque la difficoltà di districarsi non può essere una assoluzione. Prima di tutto occupiamoci del decoro della nostra casa, della pulizia della nostra strada, del buon governo del nostro paesetto... Il resto verrà dopo".

"Bravo Santone. Ben detto. E via, fondiamola subito questa Associazione. Propongo di chiamarla il GRILLO PARLANTE. Ci stai? Tu fai il presidente e io faccio il segretario".





sabato 14 marzo 2015

LA GRANDE BELLEZZA: i pozzi dimenticati




La moglie del vignaiolo claudicante è una sentimentale e una romantica. Suona il pianoforte, legge Proust, ama i paesaggi naturali.

Ma dove l'ha "comperata" una donna così, il vignaiolo claudicante?

Beh, neanche tanto lontano. Non nell'Oltrepò, certo, perché il vignaiolo è troppo benestante per sposare una donna delle sue parti. Un appezzamento di 101 pertiche,  un appezzamento di 235 pertiche, due rispettivamente di 411e di 195 pertiche, più altri poderi minori.  Un bel patrimonio agricolo, non c'è che dire.

Ma questa sorta di Mastro don Gesualdo della viticoltura cosa c'entra con una moglie svenevole, raffinata, cagionevole di salute, incline alle crisi mistiche e per giunta nata e cresciuta in un convento di suore della Lomellina?

Questione di stile. Dice il vignaiolo a se stesso, quando non ne può più della moglie che ha "comperato" in Lomellina e vorrebbe tanto aver sposato una robusta fattrice di Varzi, dai fianchi larghi, le tette prorompenti, la risata sempre pronta. In altre parole: se non vuoi sfigurare in società, ti tocca sopportare una moglie che, più che una donna, è un ectoplasma.

Okappa. Ma il pozzo in tutto questo cosa c'entra? perché la redazione del blog ha messo in testata la foto di un vecchio pozzo abbandonato, che presumibilmente si trova a Torricella?

Il pozzo c'entra, il pozzo c'entra. Perché la moglie del vignaiolo claudicante e benestante, girando per la campagna a far mazzi di fiorellini (la primavera è in procinto di sbocciare), s'è imbattuta più volte in questi vecchi pozzi abbandonati (chissà perché li hanno abbandonati?) e ha avuto una geniale idea: facciamo la festa dei pozzi!




Riepilogata in poche parole l'idea della sora Michela sarebbe questa.

"I pozzi sono stati abbandonati per qualche ragione che io ignoro, anche se Internet mi ha suggerito qualche dritta. La gente di oggi, che per le colline ci passa in macchina o in trattore, cosa vuoi che li noti questi poveri pozzi abbandonati! E però magari c'è dell'acqua che zampilla, là dentro. Magari c'è vita. L'acqua è destinata a scarseggiare nel futuro prossimo. Dunque un pozzo oggi rappresenta più di un reperto archeologico da ignorare: non ti curar di me, ma guarda e passa... Un pozzo oggi è speranza. Un pozzo è salvezza.

E allora perché non organizzare una festa dei pozzi, da celebrare in primavera? Orniamo di fiori i nostri vecchi pozzi e poi sediamoci tutti intorno a chiacchierare, ridere, scherzare e banchettare...

Una volta la natura veniva adorata come se fosse una dea. Oggi, povera natura, di dea non ha più niente. Piuttosto, incattivita com'è, sta diventando una matrigna. Dunque non si tratta più di propiziarsela, come si faceva illo tempore. Si tratta di proteggerla, di coccolarla. Si tratta di non dimenticarsi che esiste. Si tratta di ricordarsi che anche lei, come tutti, vuole ricevere la sua parte di attenzione..."


venerdì 13 marzo 2015

IL RACCONTO DELLA SETTIMANA: sono tornati i Titani





(seguito della precedente puntata)


Le ossa spolpate di Mnemosine furono rinvenute da Oceano mentre il Titano seguiva le tracce di Febe, che da qualche giorno non si faceva viva nel rudimentale villaggio di capanne che i Titani avevano costruito sul monte Othrys.
Al vecchio Titano Mnemosine era pressoché indifferente. Ma il vecchio Titano intuiva che quella morte violenta della bella Titanide non poteva essere ignorata.

"Vuoi vedere che qualcuno di noi ha fatto il salto di qualità? Ma poi, non bastava eliminarla, Mnemosine? Perché spolparla, perché ridurla a un mucchietto di ossa sbiancate nella candeggina? Che turpitudine, che infamia. Chiunque sia stato, questo è cannibalismo...".

Quando TEIA prende la parola, ogni brusio tace e l'assemblea dei Titani si fa attenta.

"Titani. Io so chi è stato. Io l'ho visto. Ciò nonostante io non vi farò adesso il suo nome, perché chiunque sia stato, il fatto di saperlo non fa ormai nessuna differenza.

Vi invito a guardare ad occidente. Lo vedete quel fumo che si leva all'orizzonte? No. Non è un incendio boschivo. E' qualcosa di più. E' qualcosa di peggio. Sono le truppe al servizio di Zeus che stanno forgiando le loro armi per rivolgerle contro di noi e sostituire i Titani nel governo del mondo".

L'Olimpo è alle porte. Il monte Othrys diventerà ben presto una stalla a cielo aperto per le capre...".




martedì 10 marzo 2015

COME IN UN FILM DI ALMODOVAR








La locandiera ha deciso di appendere al chiodo il chador della cuciniera ligia alle regole.

"Basta con questo dogmatismo. Non ne posso più di gente che mi chiede la ricetta autentica, quella vera, quella corretta, quella omologata... Ma fatevela da voi la vostra stramaledetta ricetta, accidenti! Un po' di creatività, e che diamine!".

A dirla tutta trasgredire, quando si parla di cucina,  non sarebbe proprio nel  temperamento della nostra locandiera. Ma bisogna capirla, povera cocca. Anche i temperamenti tendenti all'ortodossia a volte non ne possono più delle regole. Oggi ha avuto 35 persone a pranzo. Ognuna delle 35 persone ha voluto un menu diverso. Fino qui passi. Fa parte del mestiere. Ma il colmo è stato raggiunto quando tutte e 35 le persone sedute nella sua salle à manger hanno preteso... tutte e 35 ... la ricetta autentica dei suoi tortellini all'aneto selvatico, la ricetta autentica del suo brasato alla malva e della sua crostata di melone bianco.

"Maledetta questa cucina del territoir".  Impreca la locandiera, gesticolando in modo più consono a una marinaio che a una signora. "Tutti son lì a voler sapere come si fa ESATTAMENTE quella tal cosa".

"Ma non hanno capito che la ricetta è una bufala?"

"Come la ricetta è una bufala?" interviene sorpresa e disorientata l'aiuto cucina, una ragazza sveglia ma ancora alle prime armi.



"Ascolta, ragazza, e impara. Tu sei ancora giovane e perciò puoi evitare di sclerotizzarti. Vivi disinvoltamente. Vivi come in un film di Almodovar. Non fare come me, non diventare schiava dei ricettari".

"Ma allora perché mia suocera mi sgrida quando io faccio il pesto macinando basilico e prezzemolo insieme?".

"Tua suocera con tutta probabilità è una dogmatica. Creatività ci vuole. Ci vuole trasgressione... In cucina il fanatismo serve solo a trasformare dei piatti meravigliosi, nati dalla fantasia di generazioni di cuciniere, in mausolei pomposi e atteggiati come il Vittoriale".




Qui la locandiera involontariamente fa un movimento circolare, a strappo, attorno alla vita, che ricorda il gesto che faceva Madame Bovary quando si liberava del busto.

"Prendiamo il caso del pesto. Secondo te, chi ha detto per primo: ragazze, il pesto va fatto così. E se non lo fate così vi sculaccio sul sedere?".

"Mah, sarà stato qualche cuoco genovese, belin...".

"Neanche per sogno. A codificare sua MAESTA' il pesto sono stati a metà dell'ottocento Giobatta RATTO e Emanuele ROSSI, il primo tipografo, il secondo giornalista. Sono stati loro  i primi  che hanno scritto, a distanza di un anno l'uno dall'altro, dei manuali di cucina genovese.
Beninteso le brave donne di Genova non avevano aspettato il Ratto e il Rossi e il pesto lo si mangiava già  da tempo. Ne erano ghiotti soprattutto i facchini del porto, che se lo portavano dietro nella schiscetta. Come avrai capito, era un condimento alla buona, per insaporire pasta, patate, zucchini, fagiolini, fave. Quello, insomma, che passava il convento. Poi sono arrivati i due letterati gastronomi e il pesto si è nobilitato. C'era bisogno di esaltare la genovesità anche in cucina e, trac, ecco che il pesto si è trasformato in MITO, come la Gioconda. Se leggi un manuale di cucina scoprirai che chi non  fa il pesto esattamente come hanno detto il Ratti e il Rossi, minimo minimo viene scomunicato".

"Ma allora faccio bene io che il pesto me lo reinvento ogni volta come mi gira, fregandomene di suocere e di libri di cucina...".

"Certo che fai bene cara. Solo evita magari di farlo con la marmellata...".







venerdì 6 marzo 2015

L'ECTOPLASMA di VINCENZO ricorda....

C'erano tanti animali e persone e piante e coltivazioni...

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è seduto sul comodino di Herulf, ovverosia del romanziere di Pietra de' Giorgi.
La Barda è andata a Tai chi ed Herulf si concede una pausa fra una stornellata celtica e l'altra.
Lo stomaco di Herulf brontola per la fame. Ma il desiderio di ascoltare la rievocazione dell'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è troppo forte.

Di che anni stiamo parlando, Vincenzo?

Cosa vuoi che ti dica. Non me lo ricordo. In me a volte convivono diversi ectoplasmi. C'è il "mio", che risale al primo Novecento. Poi c'è quello di mio padre, quello di mio nonno e quello del mio bisnonno. Alla fine si rimonta, pensa un po', al 1699, l'anno in cui il Collegio Borromeo di Pavia acquisisce la possessione di PEGAZZERA, dove è nata, si è riprodotta, è morta, è sepolta tutta la mia ascendenza.

Ah, la conosco! oggi è una prestigiosa location per eventi e per matrimoni. Si trova, se non sbaglio, sulla provinciale che collega Montalto con Casteggio.




Non so di cosa parli, Herulf, ehm, ehm.

Hai ripreso a balbettare, Vincenzo? ti capisco. Se tu la vedessi oggi, la Pegazzera, mica la riconosceresti. Roba per George Clooney, per Brad Pitt,  per Angelina Jolie...





Beh, ehm, allora la Pegazzera era una cosa seria, tremendamente seria. Pensa che l'Amministrazione del Collegio Borromeo l'aveva acquistata (meglio: permutata con la possessione di S. Maria della Strada, nel Siccomario) per evitare di dover comperare il vino. E poi al Collegio erano stufi di inondazioni e di saccheggi da parte delle soldatesche. I 300 metri di altitudine della Pegazzera erano una garanzia!

Vuoi dire che da quelle parti, alla fine del '600, si coltivava già l'uva?
Ma certo, scriteriato d'uno scrittore. La vite nell'Oltrepò l'hanno introdotta  gli Etruschi e i Greci. Poi si è continuato a coltivarla. Non alla maniera in cui la si coltiva oggi, beninteso....

Ecco, qui veniamo al discorso che mi interessa di più. Racconta, racconta. Com'era la campagna ai tuoi tempi?

Ma, dipende. Nel primo Settecento, ai tempi dei mio tris-tris-trisavolo, la porzione maggiore del coltivo era a GRANO (frumento, spelta, melica, orzo). Poi la vite ha cominciato a prendere il sopravvento. Ma attenzione: non si trattava di viticoltura allo stato puro. Alla Pegazzera fino al '900 vite, alberi e grano sono andati a braccetto. Diciamo che si facevano ombra a vicenda. I dotti chiamavano tutto questo aratorio avitato.

Rispetto alla vostra campagna di oggi, che è tutta un monotono susseguirsi di filari allo scoperto, allora il paesaggio era molto più vario. Intanto c'era il bosco. Bosco ceduo forte, da cui si ricavava il legname per la paleria delle viti e per la manutenzione degli edifici rurali. E c'era il zerbo, cioè la brughiera, che serviva a prevenire che il terreno argilloso franasse. Allora,  scusa se te lo dico, ma "noi" si era più più previdenti di quanto lo siate voi adesso. E poi c'erano gli animali, che adesso sono scomparsi del tutto (tranne i cani e i gatti).


(vacca di razza varzese)

Purtroppo alla Pegazzera quello che scarseggiava era il prato. Oltre ai cereali si coltivavano i legumi, che garantivano la salubrità del terreno e ci davano da mangiare a noi contadini.  Ma l'erba, che sarebbe servita a dar da mangiare alle bestie e quindi a garantirci del buon CONCIME, ricopriva una percentuale irrisoria.

Ma dimmi un po', Vincenzo. Passando di palo in frasca. Dove e come vivevate voi contadini alla Pegazzera? 

Aspetta un momento, fammi finire, che se no ti perdi il più bello. Quello che ti ho descritta fino ad ora è la situazione dei miei trisavoli. Quando io ho cominciato a lavorare di braccio si era già all'inizio del Novecento e la situazione stava proprio allora cambiando e di brutto. Il Collegio Borromeo aveva deciso infatti di investire nella VITE, dopo il fallimentare esperimento di investire nei gelsi e nella bachicoltura, un capitolo che si chiude alla fine dell'800.
Quando io ero piccolo il vigneto e il frumento stavano infatti cominciando ognuno ad andare per la sua strada e la vite si stava prendendo la fetta più grossa. Non solo. Anche gli alberi da frutto (meli, peri, ciliegi, pruni, albicocchi, fichi, noci) cominciavano allora ad essere sacrificati per far posto alle viti.

Ok. Vicenzo. Mi stai dicendo che nell'Oltrepò la VITICOLTURA INTENSIVA è roba già dei nostri nonni e che non c'è bisogno di aspettare il momento in cui i trattori, nel secondo dopoguerra, scacceranno i buoi per vedere le piantagioni di viti imporsi su tutto il resto. Ma la CASA, dimmi, com'era la tua casa?

Oddio, mi sono dimenticato di dirti che a mezzanotte io debbo scappare via. Se non mi trasformo in una pozza d'acqua e addio ectoplasma di Vincenzo.




Le notizie riportate in questo post sono tratte da un volume che purtroppo non è più in commercio:
I tempi della terra. Campi acque e case nel pavese rurale dalla fine del '500 ai nostri giorni. E' una miscellanea di articoli, fra cui uno, per l'appunto, sulla Pegazzera, scritto da Francesca Belloni. il volume risale al 1983 ed è nata in occasione di una mostra organizzata dalla Provincia di Pavia e intitolata I tempi della terra.






giovedì 5 marzo 2015

L'ECTOPLASMA del MEZZADRO VINCENZO





L'ectoplasma non è un fantasma. L'ectoplasma è una forma corporea in tutti i sensi. Un po' fluida, a dire il vero. Quindi poco compatta, instabile. Ma è tridimensionale  e occupa uno spazio.

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo, difatti, era seduto sul comodino, nella camera da letto del romanziere di Pietra de' Giorgi, e muoveva nervosamente in su e in giù una gamba. Ogni tanto dal suo corpo gocciolava uno strano liquido.

"Mi sporchi il pavimento, accidenti! poi chi la sente la Barda!".

"Senti, razza - ehm - di ingrato. Sei stato tu -ehm- a chiamarmi. E adesso -ehm- vorresti rimproverarmi perché perdo un po' di liquido ectoplasmatico?".

Il romanziere di Pietra de' Giorgi, che d'ora in avanti chiameremo Herulf in omaggio a uno dei suoi personaggi romanzeschi, si stringe il mento con la mano sinistra (ebbene sì, è mancino) e borbotta:

"Dev'essere stata quella volta che mi sono lanciato in tutti quei porco qui, porco là, porco su, porco giù. Forse, senza saperlo, ho attivato una formula magica".

"Proprio così, caro Herulf. Dalle mie parti - ehm- , che adesso non ti sto a dire per non confonderti le idee, (ma sappi che si tratta di una dimensione parallela) quella mattina  che tu, dalla locandiera, ti sei messo a dire porco qui, porco là, porco su, porco giù, c'è stato- ehm- una specie di rivolta delle ectoplasme femmine, che hanno trovato francamente triviale il tuo modo di esprimerti.



"Conclusione -ehm- io  sono stato spedito qui, sulla superficie, dalla suprema sacerdotessa, per tentare - ehm - di calmare i tuoi bollenti spiriti e cercare insieme una soluzione al tuo problema".

"Ma scusa, da come vesti, per come parli (il tuo italiano è un po' stentato, ehm), si direbbe che tu, in vita, eri un contadino. O sbaglio?"

"Non sbagli, ehm. In vita ero ero per l'esattezza un mezzadro. Ed ero un mezzadro di quelli che stentavano a cavarsela. Perché -ehm - tenevo famiglia, ma non c'era nessun figlio maschio ad aiutarmi".




"Povero Vincenzo. Ma dimmi: dove sei vissuto, quando sei vissuto? perché ti sei preso la briga di scendere (o di salire, dimmelo tu...) sulla terra?".

Risponderò per prima alla tua ultima domanda. Sono salito dall'altra dimensione in cui "viviamo" noi ectoplasmi degli ultimi secoli (gli ectoplasmi dei secoli più antichi vivono in altre dimensioni diverse dalla nostra) per -ehm- aiutare te nella ricostruzione del passato contadino di questa bella campagna in cui tu - ehm - hai la fortuna di abitare".

"Mi stai dicendo che finalmente capirò qualcosa di quello che è successo qui nel passato e che darò finalmente un senso alla storia dei Montagner?"

"Bravo, ehm, proprio così. Ma ne parliamo domani. Perché adesso mi sto liquefacendo tutto...."

mercoledì 4 marzo 2015

OGGI PARLIAMO DI VOI: un cameriere molto seduttivo



Qualche tempo fa il TIPO di cui vogliamo parlarvi  lavorava come cameriere in una pizzeria a Stradella. La padrona, che parlava un italiano fluente, ma leggermente deutsche, era lì per intrattenere i clienti. Lui, che era lì per servire ai tavoli, intratteneva anche lui altrettanto bene i clienti.




Locale piccolo, ma estremamente accogliente.

Il romanziere di Pietra de' Giorgi ci portava spesso la Barda, a mangiare la pizza. Mai il sabato, per carità, che c'era tutta la società bene politicamente corretta di Stradella.

Mangiare la pizza... si fa per dire. Perché il cameriere non tollerava che tu mangiassi la pizza che TU avevi scelto dalla lista. No! Lui te ne consigliava sempre un'altra. Che effettivamente era fantastica.

La Barda mangiava la pizza che aveva scelto lei. Il romanziere di Pietra de' Giorgi, siccome non era insensibile alle lusinghe del cameriere, che lo guardava con certi occhi languidi, sceglieva la pizza scelta da LUI.




Poi il locale aveva chiuso.

Erano passati inverni, autunni, primavere, estati. I capelli del romanziere erano diventati quasi grigi (un bel grigio uniforme, a detta di molte signore). La Barda si era asciugata di coscia, perché faceva molta ginnastica e tai chi una volta alla settimana. Della pizzeria più nessuna notizia.

Finché una sera, parlando con un tipo di Pietra specializzato nell'happy hour, il romanziere era venuto a sapere che la pizzeria in questione non aveva affatto chiuso, ma aveva banalmente traslocato: dalla città in campagna. Da un buchetto contradaiolo alla splendida cornice di una villa.

"Dai che si va!" aveva detto la Barda. Detto fatto, erano andati. Ben contenti di rivedere dopo tanti anni dei vecchi "amici".

Dunque. Lei era sempre un po' deutsche di accento e qualche segnetto dell'età l'aveva recepito. Poca roba, beninteso. Quel tanto che dici: perbacco, non è invecchiata quasi per niente.

Lui, il cameriere, invece, era persino più giovane di prima.

"Dorian Gray!" aveva esclamato il colto romanziere di Pietra de' Giorgi.





"No, è solo questione di pizza! A questo proposito, mi permetta di consigliargliene una veramente strepitosa... prenda la numero 3. E' una bomba!".



martedì 3 marzo 2015

NEBBIE e MISTERI: i MONTAGNER da dove provengono?

Una nuova ipotesi si sta facendo strada all'Università di Pavia: i Montagner sarebbero di origine sarda!

A sostenerlo è un giovane ricercatore di Cagliari, che si trova a Pavia per un Master. Studioso di archeologia, ovviamente il ragazzo è specializzato in bronzetti nuragici.

Ma come è arrivato alle sue conclusioni lo studioso di bronzetti?

Prendendo le cose un po' alla lontana, lo spiega lui stesso al nostro redattore, che è andato ad intervistarlo apposta al collegio Ghislieri.

"Vedete, dopo il ritrovamento delle statue giganti di monte Prama, nella penisola del Sinis, tutta la storia dell'VIII secolo avanti Cristo va riscritta. I Greci non detengono più il primato nella statuaria a tutto tondo. Questo primato ora è diventato appannaggio dei Sardi antichi...".

"Ok, la conosciamo questa storia. Il ritrovamento della necropoli di monte Prama però risale al 1974 e anche se in Italia viaggiamo di solito lenti, non si tratta più di una novità. Molti suoi colleghi hanno ormai digerito il rospo e si sono rassegnati a rivalutare la civiltà nuragica. Ma tutto questo cosa c'entra con i MONTAGNER dell'Oltrepò pavese?"

Il tono di voce del nostro redattore è quasi isterico per l'impazienza. Il giovane archeologo, che assomiglia a un Mamuthones perché è un po' trascurato d'aspetto, si accinge a fare una dotta conferenza.



"Le faccio vedere una fotografia che ho scattato personalmente io sulla dorsale fra Pietra de' Giorgi e Montaldo pavese. Non mi dica poi che questo reperto non le suggerisce nuove sconvolgenti ipotesi circa l'origine dei Montagner, che secondo una tradizione ormai obsoleta discenderebbero dagli antichi Liguri, fusisi poi con i Celti e con i coloni romani".




"E allora? Non mi dirà per caso che ci vede un NURAGHE in questa massa di tralicci per le viti?"

"Ma ha preso per fesso? Certo che questo non è un nuraghe. La datazione col carbonio fa risalire questi tralicci al 1973. Ma guardi la forma. Guardi come sono impignati i tralicci. Non ci vede la sagoma di un pre-nuraghe?"

"E allora? foss'anche così, cosa minchia mi significa questa storia della forma?"

"Si vede che lei è un giovane ignorante e mi stupisco che l'abbiano chiamata a fare il redattore di quello splendido blog che voi avete nell'Oltrepò. Ma come? Non le risuona un campanellino? E' evidente che il vignaiolo che ha impignato questi tralicci,  nella sua memoria ancestrale aveva ben presente lo schema di uno pre-nuraghe. E perchè l'aveva ben presente? perché il vignaiolo in questione discende -nientemeno- dagli antichi abitatori del Sulcis...".

"Glielo concedo. Ma un solo vignaiolo di antica origine sarda non avvalora la sua tesi!".

"E allora, per cortesia, guardi questo reperto che stamattina ho disseppellito sulle Barosine. E' evidente che si tratta di una pintadera  nuragica, come quella che figura più sotto. Cos'altro potrebbe essere? Basta, ormai non ci sono più dubbi. I Montagner sono sardi d'Oltrepò!".