chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


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venerdì 7 agosto 2015

CONTADINA con una BELLA TESTA

Il fatto che sia contadina dovrebbe renderla diversa da noi? 
Assurdo, vero? Eppure per secoli la nobiltà dei castelli e la borghesia dei liberi comuni ha continuato a pensarla così. E da questo pregiudizio è nata la saga di Bertoldo, contadino furbo, ma rozzo. Il quale, dopo essere entrato a far parte, come buffone, della corte di re Alboino, muore perché gli danno da mangiare le cose raffinate che mangia il padrone anziché i volgari fagioli a cui è abituato lui. L'epitaffio posto sulla sua tomba recita infatti:

In questa tomba tenebrosa e oscura giace un villan di sì deforme aspetto che più d' orso che d' uomo avea figura ma di tant' alto e nobil'intelletto che stupir fece il Mondo e la Natura. Mentr' egli visse, fu Bertoldo detto. Fu grato al Re, morì con aspri duoli per non poter mangiar rape e fagiuoli.

In buona sostanza: i contadini potevano essere particolarmente svegli, anche se non erano dottori. E infatti si dice: scarpe grosse cervello fino. Ma per quanto intelligenti, i villani restavano tuttavia pur sempre dei rozzi (villano viene da villa, ma è passato a significare persona maleducata, cafona, volgare). Tanto è vero che anche il loro stomaco si rifiutava, come nel caso di Bertoldo, di adeguarsi alle "buone maniere".



Tutto questo sproloquio, che testimonia il classismo insito nella nostra splendida civiltà rinascimentale, è servito alla redazione del blog per introdurre un nuovo personaggio: l'amica della moglie del Vignaiolo claudicante. La quale, come già sappiamo, è una signorina sicca sicca educata dalle suore e vissuta in Lomellina, ma che sa distinguere la gente volgare nell'animo dalla gente raffinata di dentro.

Ebbene sì, la nuova amica della moglie del Vignaiolo claudicante è una contadina. Ed essendo una contadina, dicono quelli del blog che si sono invaghiti di lei, è un po'diversa dai comuni mortali. Non nel senso dell'arguto, ma pur sempre rozzo Bertoldo. Bensì nel senso che è più in gamba, più sveglia, più perspicace, più ammodo della media della gente.


Recentemente questa contadina di Broni, che un tempo dev'essere stata proprio una bella ragazza, si è intrattenuta con la moglie del Vignaiolo claudicante sul tema di certe Cantine sociali un po' in odore di truffa. "Sono dei deficienti!". E' stata la sua lapidaria sentenza. Dopo di che ha spiegato che i recenti scandali sono in realtà roba vecchia. Nel senso che da queste parti, in fondo in fondo, si è sempre un po' barato e non si è mai saputo sollevarsi da terra e pensare il vino IN GRANDE, come pure meriterebbe.

Se anziché una contadina, la nostra fosse Roland Barthes direbbe: 

E' tutta solo una questione di cultura! C'è la tanto sbandierata cultura del Territorio, che spesso è solo puro marketing; c'è la cultura dei Pochi Maledetti Subito che si sposa con una produzione di massa, attenta soprattutto alla quantità. E c'è la cultura attenta alla qualità del prodotto, coltivato con metodi non violenti, su cui convergono le speranze degli ambientalisti e dei salutisti. 






martedì 4 agosto 2015

VITIGNI SUPER RESISTENTI

La moglie del vignaiolo claudicante, mentre è in vacanza a Follonica, ha letto un inquietante articolo sul Corriere della Sera: VINO, le piante che non si ammalano.



Avrebbe voluto segnalarlo al marito, il Vignaiolo claudicante, che in quel momento ronfava su una sedia a sdraio, al bordo della piscina del loro agriturismo, sotto un provvidenziale ombrellone.
Ma sapeva che il marito in fatto di vino e vigne era un presuntuoso e l'avrebbe guardata con occhi ironici di compatimento.
Il Santone di Calcababbio. Quello sì che le avrebbe dato retta. Ma in quel momento il Santone era in vacanza a Folgarida e loro due avevano deciso di non sentirsi per telefono per non destare sospetti.

Dunque, che fare?

Beh, ma perché quell'articolo era tanto inquietante?

Apparentemente raccontava cose entusiasmanti. Che a Milano era nato un sodalizio di Cavalieri delle nuove viti. I quali avevano in programma di selezionare vitigni resistenti alle malattie. Vitigni che non avessero bisogno, in altre parole, di essere innaffiati di fitofarmaci per essere protetti da insidie come la peronospera e l'oidio.


"Questo giornalista non dev'essere un enologo". 
Aveva pensato la moglie del vignaiolo claudicante. Peronospera e Oidio sono già stati sconfitti e da tempo. Così come è stata sconfitta nell'ottocento la Filossera, grazie alla pratica degli innesti: Barbatelle di viti autoctone capaci di dare vini di qualità innestate su radici americane, selvatiche e poco  appetibili, ma particolarmente resistenti alle malattie.

Ma cosa intendono fare esattamente questi Cavalieri delle nuove vitiBeh, intendono procedere a nuove pratiche di ibridazione, dato che nel frattempo insetti e funghi sono diventati più aggressivi e il rame e lo zolfo non bastano più, soprattutto nelle zone umide e quindi si rendono necessari trattamenti più pesanti e più inquinanti (spesso le viti crescono a ridosso delle abitazioni).

Ecco la notizia inquietante. Ecco ciò che ha gettato nell'angoscia più nera il nostro donnino sicco sicco, nata in Lomellina ed educata dalle suore.

"Ma come, io credevo che fosse il mais la coltivazione più bombardata dai pesticidi e invece qui si dice che le viti sono (testualmente) l'attività agricola in cui si fa il maggior uso di fitosanitari.



"Speriamo solo che queste pratiche genetiche" pensa il donnino sicco sicco "cioè che questa correzione del genoma, riesca a rendere immune dalle malattie la Moradella, che è la mia passione, ma che poverina, in Oltrepò è stata surclassata dalla Croatina (Bonarda) e dal volgare Barbera sabaudo". 

Tuttavia c'è un tarlo che, quieto quieto, silente silente, trapana il cervello del nostro donnino. 

"Ma siamo poi sicuri che nell'Oltrepò qualcuno sia interessato a queste nuove pratiche di coltivazione? Nelle colline dove vivono i Montagner mica si va tanto per il sottile in fatto di TRATTAMENTI. Speriamo solo di riuscire a sopravvivere nel frattempo all'assedio dei fitofarmaci e di non beccarci qualche accidente, in attesa che questi Cavalieri mettano a punto una nuova Moradella super resistente...".





martedì 9 giugno 2015

NON LO DICO IO: attenzione al gelato


Il vignaiolo claudicante e la moglie ieri avevano voglia di gelato. Faceva un caldo infernale e un gelato ci sarebbe stato proprio bene.


"Ma è cibo industriale!" esclama la signora vignaiola, che come sappiamo è stata educata dalle suore nella profonda Lomellina.
"Non è vero" risponde come al solito perentorio il vignaiolo. "Io conosco un posto che fa del gelato artigianale!".

"Ah, ho capito, quello sulla statale 10...".





"Vorrei un gelato con poco zucchero o meglio ancora, senza zucchero. Ce l'avete? " (vignaiola, ingenua).

"Certo che ce l'abbiamo. E' il gelato alla soia. E' fatto con un dolcificante" (gelataia, ambigua).

"OK, mi dia un cono da 2,50. Che dolcificante usate?" (vignaiola, curiosa).

"Il fruttosio" (gelataia, tronfia).

"Cosa, il fruttosio? ma siete matti. No, non lo voglio. Il fruttosio non è un dolcificante. Il fruttosio è peggio dello zucchero... Voi quanto ne mettete di fruttosio nel gelato?" (vignaiola, furente).

"Non ne ho la minima idea! (gelataia, risentita).


Chi ha ragione?

Secondo la regola che ci siamo imposti (Non lo dico io), rimandiamo a un blog che affronta la questione scientificamente. Possiamo però anticipare, per chi avesse fretta, le seguenti considerazioni.


1) la gelataia ha sbagliato a dire "dolcificante". Tutti sono dolcificanti, anche il tanto criticato zucchero raffinato (saccarosio). 

2) la vignaiola ci è cascata come un pollo.  Sentendo dire dolcificante ha pensato a un dolcificante "sintetico", tipo l'aspartame (che peraltro non è proprio esente da critiche e sospetti). E perciò si è tranquillizzata.

3) la gelataia appare poco informata o in cattiva fede, perché avrebbe dovuto sapere che il fruttosio a certe dosi (sovradosaggio), fa più male dello zucchero comune. Dunque non avrebbe dovuto tranquillizzare la vignaiola tirando in campo il fruttosio. 
Aggiungiamo che anche lei probabilmente è vittima del pregiudizio - abilmente sfruttato dal marketing - che spaccia il fruttosio come più naturale e quindi più sano dello zucchero normale. Cosa non vera perché il fruttosio non è ricavato dalla frutta ma è ricavato dal mais e per giunta con un procedimento industriale simile a quello per cui si ricava lo zucchero dalla barbabietola.


4) la vignaiola ha peccato di partito preso, perché non è vero che il fruttosio in assoluto è peggio dello zucchero. E' meglio perché ha un indice glicemico più basso (cioè viene assorbito più lentamente e perciò non fa impennare la glicemia). E' meglio perché dolcifica di più del saccarosio (si calcola nella misura del 33% in più). E' peggio perché se lo si usa continuativamente e alle stesse dosi del saccarosio, il minimo danno che produce è convertirsi in grassi. Ma può anche fare di peggio e contrastare il funzionamento dell'insulina.

5) il comportamento della commessa che non ha saputo specificare il dosaggio del fruttosio è comprensibile. Ci si augura solo che il gelataio che sta nel retro sappia il fatto suo in fatto di dosaggi. Legittimo tuttavia dubitarne. Le bustine di fruttosio che si trovano nei bar a prima vista non contengano meno fruttosio (in grammi) del saccarosio contenuto nelle bustine di zucchero. Quelle di saccarosio da noi visionate non riportano nessuna cifra, ma abbiamo letto  che dovrebbero contenere 4-5 gr. di zucchero circa. Quelle di fruttosio invece il peso lo portano stampigliato: 4 grammi. Decisamente troppo!

Dunque forse non è proprio una mossa vincente fidarsi di chi usa il il fruttosio al posto del saccarosio. 

Morale della favola

visto che a quanto pare è possibile fare del gelato senza usare latte e grassi, ma non è possibile fare del gelato senza usare un qualche tipo di zucchero, e visto che lo zucchero (saccarosio o fruttosio o altro) andrebbe evitato, o giovani, se ci tenete alla salute, in fatto di gelato è meglio che vi diate una certa qual calmata. 




Segnaliamo un altro sito che si occupa del fruttosio.



domenica 31 maggio 2015

QUANDO HA COMINCIATO a cambiare l'Oltrepò?

Ci sono elementi di continuità nella storia dell'Oltrepò. Uno di questi - forse il principale - è la sua vocazione vitivinicola.

Senza scomodare gli Etruschi, che sono lontanucci nel tempo e che hanno avuto il merito semplicemente di introdurre la vite nelle contrade dei Montagner, la viticoltura di queste colline è una costante dall'età moderna fino ai giorni nostri.


"Ma questo elemento di continuità a cosa si è ridotto, oggi? al solo fatto che qui si continua a coltivare la vite. Per il resto 'u passato è passato...".

"Dici poco! (è il vignaiolo claudicante che rintuzza l'affermazione provocatoria del romanziere di Pietra de' Giorgi"). Hai mai fatto caso che su queste colline non c'è una fabbrica. Neanche una? Il vigneto ha tenuto alla larga l'industria. Ha fatto da cordone sanitario. Niente cemento, niente Eternit..".

"Beh, se è per questo l'Eternit c'è anche in collina e parecchio. E non te lo schiodi, perché la gente qui non vuole spendere per la salute, neanche quando i soldi ci sarebbero...". (è il salutista Santone questa volta che interloquisce. Non a caso l'uomo ha testé compiuto 102 anni).   




L'allegra tavolata, riccamente imbandita di bei frutti dell'orto, è stata posizionata all'ombra di un fico gigantesco. Le zanzare ancora non hanno fatto la loro comparsa e le api non costituiscono certo un problema. Di Eternit qui non ce n'è, perché il romanziere di Pietra de' Giorgi l'ha fatto rimuovere da anni.

"Ma quando hanno cominciato le cose a cambiare qui?"

A Interloquire questa volta è una bella ragazza straniera che abita a Pietra e che collabora con la Barda nella gestione della casa.

"Difficile risponderti. Ci sono infatti diversi fattori che hanno inciso. Se guardiamo la demografia (eh? cos'è questa cosa?)... Massì, se guardiamo l'andamento della popolazione, le cose restano pressoché immutate fino agli anni Trenta. Prendi per esempio la Comunità Montana, che è quella che si è spopolata di più nell'ultimo dopoguerra. Bene, la Comunità montana nel 1861 aveva 28.573 abitanti e nel 1936 ne aveva 35.273. Dunque, la gente che faceva il contadino e che faceva l'allevatore, qui ci stava e ci stava volentieri, malgrado l'emigrazione transoceanica abbia picchiato duro anche qui".


"E poi?" (è la Barda questa volta che interloquisce, mentre massaggia il suo Samsung e coglie un fico dall'albero).

"Beh, malgrado nella Comunità montana  dopo il 1936 il flusso cominci ad invertirsi, nell'Oltrepò considerato complessivamente la popolazione cresce fino al 1951, anno in cui si raggiunge il top, con 162.564 abitanti. Poi, ahimè, inizia la "catastrofe", perché il boom industriale convince molti giovani a mollare la vanga e trasferirsi in città. I primi a muoversi naturalmente sono i Montagner veri e propri. Poi si schiodano gli abitanti dell'Alta collina e infine quelli della collina bassa. Nell'area oggi del DOC  nel 1861 ci vivevano 61.507 persone, che diventano 81.386 nel 1931, per tornare a 63.729 nel 2001....".
"Ahi! mi ha punto un ape!"


venerdì 17 aprile 2015

BEVIAMO IL ROSSO che hanno deciso gli INSETTI



Il vignaiolo claudicante è esterefatto. Sua moglie, la svenevole, la figlia di Maria, mentre lui sta centellinando davanti al camino un bicchiere di Buttafuoco, gli fa, a bruciapelo:

"Ma ti rendi conto che non sei tu a decidere che uva coltivare e che vino produrre?"

"A no!" fa il vignaiolo un po' annoiato (che sua moglie si metta a discettare di vino è  il colmo!).

"Proprio così, intelligentone. Tu forse  non te lo ricordi, ma tuo nonno alla fine dell'800 ha innestato gemme di vitigno autoctono su porta-innesti americani (che venivano anche chiamati PIEDE) e come lui hanno fatto tutti i viticultori dell'Oltrepò. Ma perché il nonno l'ha fatto, sentiamo un po', sapientone, perché l'ha fatto?".

Il vignaiolo è esterefatto. Questa volta in modo plurimo. Ma dove le ha imparate queste cose quella santerellina di mia moglie, lei che legge al massimo Proust e Musil e Kafka e Solidago...?

"Bé, te lo dico io perché l'ha fatto. Per rendere le viti resistenti ai funghi (oidio, peronospera) e agli insetti (filossera), che, come è noto, fra gli anni '80 dell'ottocento e la svolta del nuovo secolo hanno rischiato di mettere in ginocchio la nostra viticoltura".





Effettivamente... effettivamente.... pensa fra sé e sé il vignaiolo, spremendosi le meningi per far emergere qualche  ricordo dei lontani tempi di scuola, quando imparava da suo nonno e da suo padre (i suoi veri maestri) come ci si difende dalle minacce della natura matrigna.

"E' in questo periodo che il BARBERA (o la Barbera) diventa il re delle nostre colline. Un vitigno sabaudo,  che non è mica autoctono come lo era la povera MORADELLA (che Bacco l'abbia in gloria), la quale è stata abbandonata al suo destino perché non era in grado di resistere altrettanto bene all'oidio e alla peronospera e non era altrettanto compatibile con i porta innesti americani."

"Conclusione, se oggi, come tutti gli altri tuoi compari, tu scegli Croatina e Barbera, questo non lo si deve al fatto che pensi di ricavare vini più buoni (il barbera per esempio per me è un vino troppo aggressivo, e poi tende all' acido). Ma lo si deve  al fatto che hanno deciso così i funghi e gli insetti, imponendoti di coltivare non i vitigni migliori, ma quelli più resistenti".


AMEN



mercoledì 25 marzo 2015

QUANDO LA FINANZA... prende il sopravvento sul VINO







Alcuni articoli che ha letto in questi giorni sui giornali hanno indisposto il VIGNAIOLO claudicante. No, lui a Vinitaly non ci è andato, perché ha i suoi canali privilegiati di vendita e non gli piace la confusione. Sua moglie avrebbe voluto andarci, per fare un po' di shopping. Ma lui è stato irremovibile.

Ebbene, cosa dicevano questi articoli tanto irritanti ? Niente di tanto insolito, per questi tempi all'apparenza compassati e corretti, in realtà sinistri e inquietanti come i secoli del tramonto dell'impero romano.
Parlavano  del vino in termini di business.
Esaltavano le grandi corporation, come l'americana Constellation Brand, la sud africana Distell, l'australiana Treasury Wine e la cinese Yantai, nonché la nostrana Italian Wine Brand (IWB), che pur essendo italica porta un altisonante nome anglofono.
Deprecavano, fra le righe, il fatto che in Italia si preferisca il business di famiglia anziché la quotazione in borsa. Ma business di famiglia non significa artigianato di nicchia, giacché stiamo parlando, per citare solo i maggiori, di Campari, dei marchesi de' Frescobaldi, di Sandro Boscaini (il re dell'Amarone). Imprese che posseggono "gioielli di famiglia" sparsi in varie parti dell'Italia e del mondo.




Riassumendo, questa stampa in grisaglia  si rammaricava che il vino non si fosse del tutto piegato ancora agli imperativi della finanza. E che i grandi del vino made in Italy, pur disponendo di impianti di vinificazione, stoccaggio e imbottigliamento d'avanguardia, sparsi un po' dovunque,  pur ragionando in termini eminentemente manageriali e pur producendo  un giro di bottiglie di tutto rispetto, non fossero abbastanza giganti come lo sono le consorelle dei paesi capitalisticamente più forti. 

L'uva, la terra, il paesaggio, il vino... tutti accessori. Conclude amaramente il vignaiolo. Che ha un bel portafoglio gonfio anche lui (niente a che vedere, naturalmente, con i veri portafogli gonfi). Ma che tuttavia non riesce a digerire l'idea che le sue belle colline, la sua terra intrisa del sudore di generazioni di braccianti e di mezzadri, le sue case abbandonate, i buoi che non ci sono più... siano solo una remora alle magnifiche sorti e progressive dell'alta finanza.

Dalle nostre parti abita dunque un vignaiolo romantico? o abita piuttosto un vignaiolo socialista? 





sabato 14 marzo 2015

LA GRANDE BELLEZZA: i pozzi dimenticati




La moglie del vignaiolo claudicante è una sentimentale e una romantica. Suona il pianoforte, legge Proust, ama i paesaggi naturali.

Ma dove l'ha "comperata" una donna così, il vignaiolo claudicante?

Beh, neanche tanto lontano. Non nell'Oltrepò, certo, perché il vignaiolo è troppo benestante per sposare una donna delle sue parti. Un appezzamento di 101 pertiche,  un appezzamento di 235 pertiche, due rispettivamente di 411e di 195 pertiche, più altri poderi minori.  Un bel patrimonio agricolo, non c'è che dire.

Ma questa sorta di Mastro don Gesualdo della viticoltura cosa c'entra con una moglie svenevole, raffinata, cagionevole di salute, incline alle crisi mistiche e per giunta nata e cresciuta in un convento di suore della Lomellina?

Questione di stile. Dice il vignaiolo a se stesso, quando non ne può più della moglie che ha "comperato" in Lomellina e vorrebbe tanto aver sposato una robusta fattrice di Varzi, dai fianchi larghi, le tette prorompenti, la risata sempre pronta. In altre parole: se non vuoi sfigurare in società, ti tocca sopportare una moglie che, più che una donna, è un ectoplasma.

Okappa. Ma il pozzo in tutto questo cosa c'entra? perché la redazione del blog ha messo in testata la foto di un vecchio pozzo abbandonato, che presumibilmente si trova a Torricella?

Il pozzo c'entra, il pozzo c'entra. Perché la moglie del vignaiolo claudicante e benestante, girando per la campagna a far mazzi di fiorellini (la primavera è in procinto di sbocciare), s'è imbattuta più volte in questi vecchi pozzi abbandonati (chissà perché li hanno abbandonati?) e ha avuto una geniale idea: facciamo la festa dei pozzi!




Riepilogata in poche parole l'idea della sora Michela sarebbe questa.

"I pozzi sono stati abbandonati per qualche ragione che io ignoro, anche se Internet mi ha suggerito qualche dritta. La gente di oggi, che per le colline ci passa in macchina o in trattore, cosa vuoi che li noti questi poveri pozzi abbandonati! E però magari c'è dell'acqua che zampilla, là dentro. Magari c'è vita. L'acqua è destinata a scarseggiare nel futuro prossimo. Dunque un pozzo oggi rappresenta più di un reperto archeologico da ignorare: non ti curar di me, ma guarda e passa... Un pozzo oggi è speranza. Un pozzo è salvezza.

E allora perché non organizzare una festa dei pozzi, da celebrare in primavera? Orniamo di fiori i nostri vecchi pozzi e poi sediamoci tutti intorno a chiacchierare, ridere, scherzare e banchettare...

Una volta la natura veniva adorata come se fosse una dea. Oggi, povera natura, di dea non ha più niente. Piuttosto, incattivita com'è, sta diventando una matrigna. Dunque non si tratta più di propiziarsela, come si faceva illo tempore. Si tratta di proteggerla, di coccolarla. Si tratta di non dimenticarsi che esiste. Si tratta di ricordarsi che anche lei, come tutti, vuole ricevere la sua parte di attenzione..."