La Provincia pavese è uscita in questi giorni con un articolo in cui si "denuncia" il preoccupante utilizzo in Lomellina, per concimare i terreni agricoli, dei fanghi di depurazione. Tuttavia non si tratta del primo intervento sul tema e dalla lettura degli articoli precedenti si comprende che il problema è aggravato dal sospetto che i fanghi sparsi sul terreno a mo' di concime non sarebbero proprio comme il faut.
Cosa di cui non c'è da stupirsi per niente: siamo in Italia! Dove c'è l'abitudine di fare affari a scapito della salute dei consumatori (amianto e Terra dei fuochi insegnano)
Si, avete capito bene. Parliamo di quei fanghi di assai poco nobile provenienza che restano come "imbarazzante" deposito alla fine del processo di depurazione delle acque reflue urbane. E che poi opportunamente trattati, tramite compostaggio, da ditte specializzate, possono essere reimpiegati in agricoltura al posto dei concimi chimici o di quelli organici (stallatico), realizzando a quanto pare un notevole risparmio.
Acque reflue urbane: il miscuglio di acque reflue domestiche, di acque reflue industriali, e/o di quelle cosiddette di ruscellamento (meteoriche di dilavamento, acque di lavaggio delle strade, ecc.) convogliate in reti fognarie, anche separate, e provenienti da agglomerato. Le acque di ruscellamento contengono varie sostanze microinquinanti, quali idrocarburi, pesticidi, detergenti, detriti di gomma (Wikipedia).
Certo, occorre che siano rispettate alcune norme, che sono state fissate dalla Comunità europea, dal nostro Ministero dell'agricoltura e dalle Regioni.
Ma una volta rispettate le norme, c'è il via libera al loro impiego.
Noi non sappiamo se i sindaci della Lomellina contrari all'impiego dei fanghi abbiano le prove che le rassicurazioni fornite in merito dall'Arpa siano superficiali, irresponsabili o addirittura colpose, come qualcuno ha insinuato.
Caso strano, però, l'utilizzo dei fanghi di depurazione trattati non è consentito in agricoltura biologica.
E sinceramente ci chiediamo il perché. I testi che abbiamo letto non lo spiegano. Lo affermano e basta. I fanghi di depurazione sono forse equiparati ai concimi chimici?
Certo questa esclusione, se fosse nota al pubblico, metterebbe in agitazione la coscienza del consumatore comune, che si fida della merce esposta ad abundantiam nei supermercati (l'area bio, oltre ad essere confinata in un angoletto, dove vivacchia tristanzuola, è per il momento frequentata solo da un pubblico scelto).
Cosa comporta il fatto che io comperi un peperone non biologico? Significa forse che la sua pianta è stata concimata con fanghi di depurazione? Significa forse che mi sto "avvelenando" (un sacco di concime chimico fa sicuramente meno paura di una palata di fanghi, che oltretutto puzzano come la merda)?
Cosa comporta il fatto che io comperi un peperone non biologico? Significa forse che la sua pianta è stata concimata con fanghi di depurazione? Significa forse che mi sto "avvelenando" (un sacco di concime chimico fa sicuramente meno paura di una palata di fanghi, che oltretutto puzzano come la merda)?
Postilla
In questi stessi giorni mi è capitato fra le mani un elegante rivista di una nota catena di supermercati italiani. Si tratta di una pubblicazione raffinata, che esibisce intriganti ricette d'autore che ti fanno venire l'acquolina in bocca a solo guardarle. L'editoriale in prima pagina è altamente rassicurante: vogliamo parlare con voi del mangiar bene e dell'arte di cucinare. Vogliamo farvi vedere che cosa si può ottenere con i prodotti freschissimi che potete trovare nei nostri punti vendita.
Ora: che garanzia ha il consumatore, conquistato da questa elegante pubblicazione che i prodotti che trova sugli scaffali di questa nota catena di supermercati non provengano da campi concimati con i fanghi di depurazione?
Mica c'è scritto sugli scaffali. C'è scritto Italia. Cosa che ormai purtroppo non rappresenta più una garanzia.
fto Il Santone di Calcababbio


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