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venerdì 6 marzo 2015

L'ECTOPLASMA di VINCENZO ricorda....

C'erano tanti animali e persone e piante e coltivazioni...

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è seduto sul comodino di Herulf, ovverosia del romanziere di Pietra de' Giorgi.
La Barda è andata a Tai chi ed Herulf si concede una pausa fra una stornellata celtica e l'altra.
Lo stomaco di Herulf brontola per la fame. Ma il desiderio di ascoltare la rievocazione dell'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è troppo forte.

Di che anni stiamo parlando, Vincenzo?

Cosa vuoi che ti dica. Non me lo ricordo. In me a volte convivono diversi ectoplasmi. C'è il "mio", che risale al primo Novecento. Poi c'è quello di mio padre, quello di mio nonno e quello del mio bisnonno. Alla fine si rimonta, pensa un po', al 1699, l'anno in cui il Collegio Borromeo di Pavia acquisisce la possessione di PEGAZZERA, dove è nata, si è riprodotta, è morta, è sepolta tutta la mia ascendenza.

Ah, la conosco! oggi è una prestigiosa location per eventi e per matrimoni. Si trova, se non sbaglio, sulla provinciale che collega Montalto con Casteggio.




Non so di cosa parli, Herulf, ehm, ehm.

Hai ripreso a balbettare, Vincenzo? ti capisco. Se tu la vedessi oggi, la Pegazzera, mica la riconosceresti. Roba per George Clooney, per Brad Pitt,  per Angelina Jolie...





Beh, ehm, allora la Pegazzera era una cosa seria, tremendamente seria. Pensa che l'Amministrazione del Collegio Borromeo l'aveva acquistata (meglio: permutata con la possessione di S. Maria della Strada, nel Siccomario) per evitare di dover comperare il vino. E poi al Collegio erano stufi di inondazioni e di saccheggi da parte delle soldatesche. I 300 metri di altitudine della Pegazzera erano una garanzia!

Vuoi dire che da quelle parti, alla fine del '600, si coltivava già l'uva?
Ma certo, scriteriato d'uno scrittore. La vite nell'Oltrepò l'hanno introdotta  gli Etruschi e i Greci. Poi si è continuato a coltivarla. Non alla maniera in cui la si coltiva oggi, beninteso....

Ecco, qui veniamo al discorso che mi interessa di più. Racconta, racconta. Com'era la campagna ai tuoi tempi?

Ma, dipende. Nel primo Settecento, ai tempi dei mio tris-tris-trisavolo, la porzione maggiore del coltivo era a GRANO (frumento, spelta, melica, orzo). Poi la vite ha cominciato a prendere il sopravvento. Ma attenzione: non si trattava di viticoltura allo stato puro. Alla Pegazzera fino al '900 vite, alberi e grano sono andati a braccetto. Diciamo che si facevano ombra a vicenda. I dotti chiamavano tutto questo aratorio avitato.

Rispetto alla vostra campagna di oggi, che è tutta un monotono susseguirsi di filari allo scoperto, allora il paesaggio era molto più vario. Intanto c'era il bosco. Bosco ceduo forte, da cui si ricavava il legname per la paleria delle viti e per la manutenzione degli edifici rurali. E c'era il zerbo, cioè la brughiera, che serviva a prevenire che il terreno argilloso franasse. Allora,  scusa se te lo dico, ma "noi" si era più più previdenti di quanto lo siate voi adesso. E poi c'erano gli animali, che adesso sono scomparsi del tutto (tranne i cani e i gatti).


(vacca di razza varzese)

Purtroppo alla Pegazzera quello che scarseggiava era il prato. Oltre ai cereali si coltivavano i legumi, che garantivano la salubrità del terreno e ci davano da mangiare a noi contadini.  Ma l'erba, che sarebbe servita a dar da mangiare alle bestie e quindi a garantirci del buon CONCIME, ricopriva una percentuale irrisoria.

Ma dimmi un po', Vincenzo. Passando di palo in frasca. Dove e come vivevate voi contadini alla Pegazzera? 

Aspetta un momento, fammi finire, che se no ti perdi il più bello. Quello che ti ho descritta fino ad ora è la situazione dei miei trisavoli. Quando io ho cominciato a lavorare di braccio si era già all'inizio del Novecento e la situazione stava proprio allora cambiando e di brutto. Il Collegio Borromeo aveva deciso infatti di investire nella VITE, dopo il fallimentare esperimento di investire nei gelsi e nella bachicoltura, un capitolo che si chiude alla fine dell'800.
Quando io ero piccolo il vigneto e il frumento stavano infatti cominciando ognuno ad andare per la sua strada e la vite si stava prendendo la fetta più grossa. Non solo. Anche gli alberi da frutto (meli, peri, ciliegi, pruni, albicocchi, fichi, noci) cominciavano allora ad essere sacrificati per far posto alle viti.

Ok. Vicenzo. Mi stai dicendo che nell'Oltrepò la VITICOLTURA INTENSIVA è roba già dei nostri nonni e che non c'è bisogno di aspettare il momento in cui i trattori, nel secondo dopoguerra, scacceranno i buoi per vedere le piantagioni di viti imporsi su tutto il resto. Ma la CASA, dimmi, com'era la tua casa?

Oddio, mi sono dimenticato di dirti che a mezzanotte io debbo scappare via. Se non mi trasformo in una pozza d'acqua e addio ectoplasma di Vincenzo.




Le notizie riportate in questo post sono tratte da un volume che purtroppo non è più in commercio:
I tempi della terra. Campi acque e case nel pavese rurale dalla fine del '500 ai nostri giorni. E' una miscellanea di articoli, fra cui uno, per l'appunto, sulla Pegazzera, scritto da Francesca Belloni. il volume risale al 1983 ed è nata in occasione di una mostra organizzata dalla Provincia di Pavia e intitolata I tempi della terra.






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