chi siamo e cosa vogliamo fare

Non siamo un ente, non siamo un'associazione di categoria, non siamo una testata giornalistica. Siamo free lance della parola che pubblichiamo senza una cadenza periodica. Vogliamo parlare di questa bellissima contrada, non per fare promozione turistica, ma per contribuire a migliorare le cose. Daremo qualche informazione, ma soprattutto pubblicheremo commenti e considerazioni. Il tutto in forma di "storie". Per alleggerire il discorso e distinguerci dai pomposi e autocelebrativi siti ufficiali. Le immagini inserite o sono nostre o sono tratte da Internet e pertanto si possono considerare di dominio pubblico.


venerdì 13 marzo 2015

IL RACCONTO DELLA SETTIMANA: sono tornati i Titani





(seguito della precedente puntata)


Le ossa spolpate di Mnemosine furono rinvenute da Oceano mentre il Titano seguiva le tracce di Febe, che da qualche giorno non si faceva viva nel rudimentale villaggio di capanne che i Titani avevano costruito sul monte Othrys.
Al vecchio Titano Mnemosine era pressoché indifferente. Ma il vecchio Titano intuiva che quella morte violenta della bella Titanide non poteva essere ignorata.

"Vuoi vedere che qualcuno di noi ha fatto il salto di qualità? Ma poi, non bastava eliminarla, Mnemosine? Perché spolparla, perché ridurla a un mucchietto di ossa sbiancate nella candeggina? Che turpitudine, che infamia. Chiunque sia stato, questo è cannibalismo...".

Quando TEIA prende la parola, ogni brusio tace e l'assemblea dei Titani si fa attenta.

"Titani. Io so chi è stato. Io l'ho visto. Ciò nonostante io non vi farò adesso il suo nome, perché chiunque sia stato, il fatto di saperlo non fa ormai nessuna differenza.

Vi invito a guardare ad occidente. Lo vedete quel fumo che si leva all'orizzonte? No. Non è un incendio boschivo. E' qualcosa di più. E' qualcosa di peggio. Sono le truppe al servizio di Zeus che stanno forgiando le loro armi per rivolgerle contro di noi e sostituire i Titani nel governo del mondo".

L'Olimpo è alle porte. Il monte Othrys diventerà ben presto una stalla a cielo aperto per le capre...".




martedì 10 marzo 2015

COME IN UN FILM DI ALMODOVAR








La locandiera ha deciso di appendere al chiodo il chador della cuciniera ligia alle regole.

"Basta con questo dogmatismo. Non ne posso più di gente che mi chiede la ricetta autentica, quella vera, quella corretta, quella omologata... Ma fatevela da voi la vostra stramaledetta ricetta, accidenti! Un po' di creatività, e che diamine!".

A dirla tutta trasgredire, quando si parla di cucina,  non sarebbe proprio nel  temperamento della nostra locandiera. Ma bisogna capirla, povera cocca. Anche i temperamenti tendenti all'ortodossia a volte non ne possono più delle regole. Oggi ha avuto 35 persone a pranzo. Ognuna delle 35 persone ha voluto un menu diverso. Fino qui passi. Fa parte del mestiere. Ma il colmo è stato raggiunto quando tutte e 35 le persone sedute nella sua salle à manger hanno preteso... tutte e 35 ... la ricetta autentica dei suoi tortellini all'aneto selvatico, la ricetta autentica del suo brasato alla malva e della sua crostata di melone bianco.

"Maledetta questa cucina del territoir".  Impreca la locandiera, gesticolando in modo più consono a una marinaio che a una signora. "Tutti son lì a voler sapere come si fa ESATTAMENTE quella tal cosa".

"Ma non hanno capito che la ricetta è una bufala?"

"Come la ricetta è una bufala?" interviene sorpresa e disorientata l'aiuto cucina, una ragazza sveglia ma ancora alle prime armi.



"Ascolta, ragazza, e impara. Tu sei ancora giovane e perciò puoi evitare di sclerotizzarti. Vivi disinvoltamente. Vivi come in un film di Almodovar. Non fare come me, non diventare schiava dei ricettari".

"Ma allora perché mia suocera mi sgrida quando io faccio il pesto macinando basilico e prezzemolo insieme?".

"Tua suocera con tutta probabilità è una dogmatica. Creatività ci vuole. Ci vuole trasgressione... In cucina il fanatismo serve solo a trasformare dei piatti meravigliosi, nati dalla fantasia di generazioni di cuciniere, in mausolei pomposi e atteggiati come il Vittoriale".




Qui la locandiera involontariamente fa un movimento circolare, a strappo, attorno alla vita, che ricorda il gesto che faceva Madame Bovary quando si liberava del busto.

"Prendiamo il caso del pesto. Secondo te, chi ha detto per primo: ragazze, il pesto va fatto così. E se non lo fate così vi sculaccio sul sedere?".

"Mah, sarà stato qualche cuoco genovese, belin...".

"Neanche per sogno. A codificare sua MAESTA' il pesto sono stati a metà dell'ottocento Giobatta RATTO e Emanuele ROSSI, il primo tipografo, il secondo giornalista. Sono stati loro  i primi  che hanno scritto, a distanza di un anno l'uno dall'altro, dei manuali di cucina genovese.
Beninteso le brave donne di Genova non avevano aspettato il Ratto e il Rossi e il pesto lo si mangiava già  da tempo. Ne erano ghiotti soprattutto i facchini del porto, che se lo portavano dietro nella schiscetta. Come avrai capito, era un condimento alla buona, per insaporire pasta, patate, zucchini, fagiolini, fave. Quello, insomma, che passava il convento. Poi sono arrivati i due letterati gastronomi e il pesto si è nobilitato. C'era bisogno di esaltare la genovesità anche in cucina e, trac, ecco che il pesto si è trasformato in MITO, come la Gioconda. Se leggi un manuale di cucina scoprirai che chi non  fa il pesto esattamente come hanno detto il Ratti e il Rossi, minimo minimo viene scomunicato".

"Ma allora faccio bene io che il pesto me lo reinvento ogni volta come mi gira, fregandomene di suocere e di libri di cucina...".

"Certo che fai bene cara. Solo evita magari di farlo con la marmellata...".







venerdì 6 marzo 2015

L'ECTOPLASMA di VINCENZO ricorda....

C'erano tanti animali e persone e piante e coltivazioni...

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è seduto sul comodino di Herulf, ovverosia del romanziere di Pietra de' Giorgi.
La Barda è andata a Tai chi ed Herulf si concede una pausa fra una stornellata celtica e l'altra.
Lo stomaco di Herulf brontola per la fame. Ma il desiderio di ascoltare la rievocazione dell'ectoplasma del mezzadro Vincenzo è troppo forte.

Di che anni stiamo parlando, Vincenzo?

Cosa vuoi che ti dica. Non me lo ricordo. In me a volte convivono diversi ectoplasmi. C'è il "mio", che risale al primo Novecento. Poi c'è quello di mio padre, quello di mio nonno e quello del mio bisnonno. Alla fine si rimonta, pensa un po', al 1699, l'anno in cui il Collegio Borromeo di Pavia acquisisce la possessione di PEGAZZERA, dove è nata, si è riprodotta, è morta, è sepolta tutta la mia ascendenza.

Ah, la conosco! oggi è una prestigiosa location per eventi e per matrimoni. Si trova, se non sbaglio, sulla provinciale che collega Montalto con Casteggio.




Non so di cosa parli, Herulf, ehm, ehm.

Hai ripreso a balbettare, Vincenzo? ti capisco. Se tu la vedessi oggi, la Pegazzera, mica la riconosceresti. Roba per George Clooney, per Brad Pitt,  per Angelina Jolie...





Beh, ehm, allora la Pegazzera era una cosa seria, tremendamente seria. Pensa che l'Amministrazione del Collegio Borromeo l'aveva acquistata (meglio: permutata con la possessione di S. Maria della Strada, nel Siccomario) per evitare di dover comperare il vino. E poi al Collegio erano stufi di inondazioni e di saccheggi da parte delle soldatesche. I 300 metri di altitudine della Pegazzera erano una garanzia!

Vuoi dire che da quelle parti, alla fine del '600, si coltivava già l'uva?
Ma certo, scriteriato d'uno scrittore. La vite nell'Oltrepò l'hanno introdotta  gli Etruschi e i Greci. Poi si è continuato a coltivarla. Non alla maniera in cui la si coltiva oggi, beninteso....

Ecco, qui veniamo al discorso che mi interessa di più. Racconta, racconta. Com'era la campagna ai tuoi tempi?

Ma, dipende. Nel primo Settecento, ai tempi dei mio tris-tris-trisavolo, la porzione maggiore del coltivo era a GRANO (frumento, spelta, melica, orzo). Poi la vite ha cominciato a prendere il sopravvento. Ma attenzione: non si trattava di viticoltura allo stato puro. Alla Pegazzera fino al '900 vite, alberi e grano sono andati a braccetto. Diciamo che si facevano ombra a vicenda. I dotti chiamavano tutto questo aratorio avitato.

Rispetto alla vostra campagna di oggi, che è tutta un monotono susseguirsi di filari allo scoperto, allora il paesaggio era molto più vario. Intanto c'era il bosco. Bosco ceduo forte, da cui si ricavava il legname per la paleria delle viti e per la manutenzione degli edifici rurali. E c'era il zerbo, cioè la brughiera, che serviva a prevenire che il terreno argilloso franasse. Allora,  scusa se te lo dico, ma "noi" si era più più previdenti di quanto lo siate voi adesso. E poi c'erano gli animali, che adesso sono scomparsi del tutto (tranne i cani e i gatti).


(vacca di razza varzese)

Purtroppo alla Pegazzera quello che scarseggiava era il prato. Oltre ai cereali si coltivavano i legumi, che garantivano la salubrità del terreno e ci davano da mangiare a noi contadini.  Ma l'erba, che sarebbe servita a dar da mangiare alle bestie e quindi a garantirci del buon CONCIME, ricopriva una percentuale irrisoria.

Ma dimmi un po', Vincenzo. Passando di palo in frasca. Dove e come vivevate voi contadini alla Pegazzera? 

Aspetta un momento, fammi finire, che se no ti perdi il più bello. Quello che ti ho descritta fino ad ora è la situazione dei miei trisavoli. Quando io ho cominciato a lavorare di braccio si era già all'inizio del Novecento e la situazione stava proprio allora cambiando e di brutto. Il Collegio Borromeo aveva deciso infatti di investire nella VITE, dopo il fallimentare esperimento di investire nei gelsi e nella bachicoltura, un capitolo che si chiude alla fine dell'800.
Quando io ero piccolo il vigneto e il frumento stavano infatti cominciando ognuno ad andare per la sua strada e la vite si stava prendendo la fetta più grossa. Non solo. Anche gli alberi da frutto (meli, peri, ciliegi, pruni, albicocchi, fichi, noci) cominciavano allora ad essere sacrificati per far posto alle viti.

Ok. Vicenzo. Mi stai dicendo che nell'Oltrepò la VITICOLTURA INTENSIVA è roba già dei nostri nonni e che non c'è bisogno di aspettare il momento in cui i trattori, nel secondo dopoguerra, scacceranno i buoi per vedere le piantagioni di viti imporsi su tutto il resto. Ma la CASA, dimmi, com'era la tua casa?

Oddio, mi sono dimenticato di dirti che a mezzanotte io debbo scappare via. Se non mi trasformo in una pozza d'acqua e addio ectoplasma di Vincenzo.




Le notizie riportate in questo post sono tratte da un volume che purtroppo non è più in commercio:
I tempi della terra. Campi acque e case nel pavese rurale dalla fine del '500 ai nostri giorni. E' una miscellanea di articoli, fra cui uno, per l'appunto, sulla Pegazzera, scritto da Francesca Belloni. il volume risale al 1983 ed è nata in occasione di una mostra organizzata dalla Provincia di Pavia e intitolata I tempi della terra.






giovedì 5 marzo 2015

L'ECTOPLASMA del MEZZADRO VINCENZO





L'ectoplasma non è un fantasma. L'ectoplasma è una forma corporea in tutti i sensi. Un po' fluida, a dire il vero. Quindi poco compatta, instabile. Ma è tridimensionale  e occupa uno spazio.

L'ectoplasma del mezzadro Vincenzo, difatti, era seduto sul comodino, nella camera da letto del romanziere di Pietra de' Giorgi, e muoveva nervosamente in su e in giù una gamba. Ogni tanto dal suo corpo gocciolava uno strano liquido.

"Mi sporchi il pavimento, accidenti! poi chi la sente la Barda!".

"Senti, razza - ehm - di ingrato. Sei stato tu -ehm- a chiamarmi. E adesso -ehm- vorresti rimproverarmi perché perdo un po' di liquido ectoplasmatico?".

Il romanziere di Pietra de' Giorgi, che d'ora in avanti chiameremo Herulf in omaggio a uno dei suoi personaggi romanzeschi, si stringe il mento con la mano sinistra (ebbene sì, è mancino) e borbotta:

"Dev'essere stata quella volta che mi sono lanciato in tutti quei porco qui, porco là, porco su, porco giù. Forse, senza saperlo, ho attivato una formula magica".

"Proprio così, caro Herulf. Dalle mie parti - ehm- , che adesso non ti sto a dire per non confonderti le idee, (ma sappi che si tratta di una dimensione parallela) quella mattina  che tu, dalla locandiera, ti sei messo a dire porco qui, porco là, porco su, porco giù, c'è stato- ehm- una specie di rivolta delle ectoplasme femmine, che hanno trovato francamente triviale il tuo modo di esprimerti.



"Conclusione -ehm- io  sono stato spedito qui, sulla superficie, dalla suprema sacerdotessa, per tentare - ehm - di calmare i tuoi bollenti spiriti e cercare insieme una soluzione al tuo problema".

"Ma scusa, da come vesti, per come parli (il tuo italiano è un po' stentato, ehm), si direbbe che tu, in vita, eri un contadino. O sbaglio?"

"Non sbagli, ehm. In vita ero ero per l'esattezza un mezzadro. Ed ero un mezzadro di quelli che stentavano a cavarsela. Perché -ehm - tenevo famiglia, ma non c'era nessun figlio maschio ad aiutarmi".




"Povero Vincenzo. Ma dimmi: dove sei vissuto, quando sei vissuto? perché ti sei preso la briga di scendere (o di salire, dimmelo tu...) sulla terra?".

Risponderò per prima alla tua ultima domanda. Sono salito dall'altra dimensione in cui "viviamo" noi ectoplasmi degli ultimi secoli (gli ectoplasmi dei secoli più antichi vivono in altre dimensioni diverse dalla nostra) per -ehm- aiutare te nella ricostruzione del passato contadino di questa bella campagna in cui tu - ehm - hai la fortuna di abitare".

"Mi stai dicendo che finalmente capirò qualcosa di quello che è successo qui nel passato e che darò finalmente un senso alla storia dei Montagner?"

"Bravo, ehm, proprio così. Ma ne parliamo domani. Perché adesso mi sto liquefacendo tutto...."

mercoledì 4 marzo 2015

OGGI PARLIAMO DI VOI: un cameriere molto seduttivo



Qualche tempo fa il TIPO di cui vogliamo parlarvi  lavorava come cameriere in una pizzeria a Stradella. La padrona, che parlava un italiano fluente, ma leggermente deutsche, era lì per intrattenere i clienti. Lui, che era lì per servire ai tavoli, intratteneva anche lui altrettanto bene i clienti.




Locale piccolo, ma estremamente accogliente.

Il romanziere di Pietra de' Giorgi ci portava spesso la Barda, a mangiare la pizza. Mai il sabato, per carità, che c'era tutta la società bene politicamente corretta di Stradella.

Mangiare la pizza... si fa per dire. Perché il cameriere non tollerava che tu mangiassi la pizza che TU avevi scelto dalla lista. No! Lui te ne consigliava sempre un'altra. Che effettivamente era fantastica.

La Barda mangiava la pizza che aveva scelto lei. Il romanziere di Pietra de' Giorgi, siccome non era insensibile alle lusinghe del cameriere, che lo guardava con certi occhi languidi, sceglieva la pizza scelta da LUI.




Poi il locale aveva chiuso.

Erano passati inverni, autunni, primavere, estati. I capelli del romanziere erano diventati quasi grigi (un bel grigio uniforme, a detta di molte signore). La Barda si era asciugata di coscia, perché faceva molta ginnastica e tai chi una volta alla settimana. Della pizzeria più nessuna notizia.

Finché una sera, parlando con un tipo di Pietra specializzato nell'happy hour, il romanziere era venuto a sapere che la pizzeria in questione non aveva affatto chiuso, ma aveva banalmente traslocato: dalla città in campagna. Da un buchetto contradaiolo alla splendida cornice di una villa.

"Dai che si va!" aveva detto la Barda. Detto fatto, erano andati. Ben contenti di rivedere dopo tanti anni dei vecchi "amici".

Dunque. Lei era sempre un po' deutsche di accento e qualche segnetto dell'età l'aveva recepito. Poca roba, beninteso. Quel tanto che dici: perbacco, non è invecchiata quasi per niente.

Lui, il cameriere, invece, era persino più giovane di prima.

"Dorian Gray!" aveva esclamato il colto romanziere di Pietra de' Giorgi.





"No, è solo questione di pizza! A questo proposito, mi permetta di consigliargliene una veramente strepitosa... prenda la numero 3. E' una bomba!".



martedì 3 marzo 2015

NEBBIE e MISTERI: i MONTAGNER da dove provengono?

Una nuova ipotesi si sta facendo strada all'Università di Pavia: i Montagner sarebbero di origine sarda!

A sostenerlo è un giovane ricercatore di Cagliari, che si trova a Pavia per un Master. Studioso di archeologia, ovviamente il ragazzo è specializzato in bronzetti nuragici.

Ma come è arrivato alle sue conclusioni lo studioso di bronzetti?

Prendendo le cose un po' alla lontana, lo spiega lui stesso al nostro redattore, che è andato ad intervistarlo apposta al collegio Ghislieri.

"Vedete, dopo il ritrovamento delle statue giganti di monte Prama, nella penisola del Sinis, tutta la storia dell'VIII secolo avanti Cristo va riscritta. I Greci non detengono più il primato nella statuaria a tutto tondo. Questo primato ora è diventato appannaggio dei Sardi antichi...".

"Ok, la conosciamo questa storia. Il ritrovamento della necropoli di monte Prama però risale al 1974 e anche se in Italia viaggiamo di solito lenti, non si tratta più di una novità. Molti suoi colleghi hanno ormai digerito il rospo e si sono rassegnati a rivalutare la civiltà nuragica. Ma tutto questo cosa c'entra con i MONTAGNER dell'Oltrepò pavese?"

Il tono di voce del nostro redattore è quasi isterico per l'impazienza. Il giovane archeologo, che assomiglia a un Mamuthones perché è un po' trascurato d'aspetto, si accinge a fare una dotta conferenza.



"Le faccio vedere una fotografia che ho scattato personalmente io sulla dorsale fra Pietra de' Giorgi e Montaldo pavese. Non mi dica poi che questo reperto non le suggerisce nuove sconvolgenti ipotesi circa l'origine dei Montagner, che secondo una tradizione ormai obsoleta discenderebbero dagli antichi Liguri, fusisi poi con i Celti e con i coloni romani".




"E allora? Non mi dirà per caso che ci vede un NURAGHE in questa massa di tralicci per le viti?"

"Ma ha preso per fesso? Certo che questo non è un nuraghe. La datazione col carbonio fa risalire questi tralicci al 1973. Ma guardi la forma. Guardi come sono impignati i tralicci. Non ci vede la sagoma di un pre-nuraghe?"

"E allora? foss'anche così, cosa minchia mi significa questa storia della forma?"

"Si vede che lei è un giovane ignorante e mi stupisco che l'abbiano chiamata a fare il redattore di quello splendido blog che voi avete nell'Oltrepò. Ma come? Non le risuona un campanellino? E' evidente che il vignaiolo che ha impignato questi tralicci,  nella sua memoria ancestrale aveva ben presente lo schema di uno pre-nuraghe. E perchè l'aveva ben presente? perché il vignaiolo in questione discende -nientemeno- dagli antichi abitatori del Sulcis...".

"Glielo concedo. Ma un solo vignaiolo di antica origine sarda non avvalora la sua tesi!".

"E allora, per cortesia, guardi questo reperto che stamattina ho disseppellito sulle Barosine. E' evidente che si tratta di una pintadera  nuragica, come quella che figura più sotto. Cos'altro potrebbe essere? Basta, ormai non ci sono più dubbi. I Montagner sono sardi d'Oltrepò!".









giovedì 26 febbraio 2015

SPERIAMO che non diventi un'altra OCCASIONE PERDUTA!



L'albergo diffuso non è un'invenzione del locandiere. Ricordate il suo concione su come rilanciare l'Oltrepò pavese? quello che fece esclamare ai redattori del blog: accidenti, ciabbiamo di fronte un Renzo Piano? Ebbene, il locandiere non solo non aveva inventato nulla di sana pianta, ma aveva fatto riferimento a una realtà viva e vitale, che  trova applicazione in altre regioni d'Italia: Friuli, Marche, Abruzzo...



Lo stupore dei redattori del blog nasceva probabilmente da due fatti:

1) l'idea che certe idee quasi avveniristiche potessero essere espresse da un semplice, per quanto intelligente, locandiere di provincia.
2) l'idea di introdurre una tale "virtuosa" forma di accoglienza in una landa bella, non c'è che dire, anzi, più che bella, superba. Ma ciononostante decisamente retrò come l'Oltrepò pavese.

E infatti...  l'idea  a un certo punto ha fatto capolino anche qui,  come racconta una ricerca commissionata dalla Coldiretti di Pavia (purtroppo senza intestazione e senza data).  Ma successivamente è abortita ed è sparita nel nulla.

Peccato, perché il  progetto (denominato Rete di Offerta Turistica Integrata) prevedeva di recuperare i cascinali e i rustici in stato di abbandono dell'Oltrepò e di riqualificarli in vista di una accoglienza "rurale" (Bed & Breakfast), cogliendo in questo modo due piccioni con una fava:

1) potenziare le strutture d'accoglienza,  un tantino carenti nel territorio
2) evitare interventi invasivi e sfregi al paesaggio.



Il progetto originario prevedeva una sorta di regia unica. E dunque era ambizioso, molto ambizioso. Forse è per questo che non se n'è fatto niente.

Ma come spesso succede, dal seme, finito nel letame, qualcosa è vegetato lo stesso.
I cascinali e i rustici, nella loro globalità sono rimasti a marcire sotto la pioggia. Ma qualcuno, a titolo individuale e privato, s'è mosso e seppur su scala minore ha trasformato vecchi edifici rurali in B&B.
A Pietra de' Giorgi ce n'è uno. A Redavalle un altro. Sicuramente ce ne sono di più, basterebbe andare a vedere  su che base nascono i B&B e gli Agroturismi censiti nel territorio.

La cosa importante è però che queste iniziative non vengano mollate a se stesse.
Se non si migliora lo stato delle strade, se non si inventa una segnaletica turistica adeguata, se non si rimette ordine nel paesaggio agrario, che è curato finché si tratta di vigna, ma  fai un passo oltre la vigna e comincia il disordine: erbacce, detriti, discariche etc etc. non c'è speranza. L'Oltrepò resterà una sorta di piccolo paradiso terrestre, molto amato dagli uccelli, ma snobbato dal turismo.









martedì 24 febbraio 2015

UN SOLO GIORNO DI PIOGGIA...




Un solo giorno di pioggia e sono venute subito a galla le magagne (dei privati e dell'amministrazione pubblica):

1) l'acqua anziché defluire ai lati tracima invadendo la sede stradale. 
2) masse di terreno fangoso smottano dai campi privi di barriere di contenimento, naturali o artificiali e ostruiscono le strade.

Viene da sorridere a pensare ciò che si è letto in questi giorni sui giornali a proposito del convegno che si è tenuto a Milano alla Bocconi:Oltre l'expo. Alleanze per nutrire il pianeta, organizzato dall'Associazione per l'agricoltura biodinamica.
Un consesso di virtuosi e una rassegna di pratiche virtuose. Interessanti, certo, come l'idea di prevenire le frane coltivando piante che mantengano la vitalità del terreno, come trifoglio e fagioli.
Ma nettamente in controtendenza rispetto alla  realtà.

Per fortuna al convegno c'era anche la Coldiretti, che è attivissima nella difesa non solo del made in Italy ma anche di una agricoltura corretta. Una Coldiretti alleata del biodinamico è già di per sé una speranza.




In questo punto il terreno era già franato pochi anni fa. Sono arrivate le ruspe e hanno prelevato il fango. Evidentemente non si è poi fatto nulla per evitare che il problema si ripresentasse. Chi avrebbe dovuto fare ciò che non si è fatto? Chi ha pagato i costi, allora, del movimento terra? E' stata comminata qualche multa? Qualcuno ci ha fatto una brutta figura?

Il grillo parlante tace. Il topino 2.0 smanetta al computer. Il Santone di Calcababbio è in meditazione. Il romanziere di Pietra de' Giorgi russa. La Locandiera cucina. Il locandiere chiacchiera con un cliente. Il Duca manipola una delle sue escort transilvane. Il Rasputin di Pecorara sta avvelenando il pozzo di un suo vicino. La Barda si esercita all'arpa. Sono le 15, piove e tutto va bene...





lunedì 23 febbraio 2015

IL PAESAGGIO dei Montagner: che EMOZIONE!




Cara sorella, rispondo alla domanda che tu,  da vera zabetta, mi hai rivolto l'altro giorno al telefono.

"Ma cosa ci trovi tu in  quel posto lì in cui ti sei cacciato a fare il Santone?"

E ti rispondo facendo un giro un po' lungo e contraccando con una domanda: cosa ne diresti di questo posto, che tu snobbi così tanto, se Cesare Pavese e Fenoglio ci avessero ambientato i loro libri?
Peccato, vero, che Pavese e Fenoglio abbiano scritto pagine langarole e non oltrepadane. Se no, ti immagini che luogo CULT sarebbe diventato questo posto?

Prevengo subito la tua acida obiezione: ormai nessuno legge più né Cesare Pavese né Fenoglio. Li leggono solo i ragazzini delle superiori a scuola, sbuffando come dei mantici. E a loro non gliene frega nulla delle colline che assomigliano a dei mammelloni (Pavese) e della dura vita di un giovane contadino che fa il servo di un mezzadro, perché in famiglia ci sono già troppo bocche da sfamare (Fenoglio).

Sarà vero, ma non esistono soltanto i giovani studenti sfaticati. Ci sono anche le persone che gradiscono una lettura "emozionale" del paesaggio e che perciò, davanti a una collina, ci vedono sì la bella vigna che produce, magari, del buon vino. Ma ci vedono anche il contadino che illo tempore l'ha concimata con il suo sudore e lo scrittore che l'ha immortalata.

Io, quando salgo da Calcababbio verso Preda (Pietra de' Giorgi), lemme lemme data l'età avanzata, e costeggio quel bel casolare che va in rovina giù nella valle alla mia destra, ecco, io in quel momento, come in un film di Olmi, vedo i contadini che menano i buoi verso le vigne e le contadine che radunano gli animali da cortile.




La sorella, che è in chat, risponde con ironia.
"Che bel quadretto idilliaco, fratello mio. Ma sei fuori di melone se veramente sbobini di queste scene campestri davanti a un rudere con le orbite vuote...".

Beh, tutto sta ad intendersi. Non è che io "vedo" proprio dei  fantasmi campagnoli. Me li immagino. Tutto qui. Cioè vedo il paesaggio non cogli occhi, ma con le EMOZIONI. E quindi quella valle lì, che adesso è tutta una geometria di filari, ben potati, ma senza una presenza umana neanche a cercarla con il lanternino, la rivivo nel suo momento di massimo fulgore, quando era una valle, ma era anche un paesaggio vibrante di vita animale e umana. Mi basta aver letto Pavese e Fenoglio. Mi basta aver impresso dentro di me una certa mappa emozionale del paesaggio aperto delle colline. Et voilà  "leggo" in chiave romanzesca anche questo paesaggio collinare.

"Ma lo stai che mi stai contagiando? Guarda, anziché andare a Berlino a fare baldoria, come avevo in programma (lo sai che mi sono separata e perciò debbo darmi un po' da fare), mi sa proprio che vengo a trovarti lì, la settimana prossima. Lì, nelle tue Langhe dell'Oltrepò. Naturalmente non mi sogno di soggiornare nella tua casupola fatiscente. Andrò in quell'agriturismo che hanno aperto da poco dove abiti tu e in cui fanno ogni tanto una conferenza".

Brava. Ma se vieni qui, restaci almeno quindici giorni. Non è che si possa assaporare il paesaggio di qui mettendo giù il bel piedino dalla macchina, scattando una foto e poi, via a cercare il salame di Varzi. Il paesaggio, per vederlo in modo emozionale, va vissuto. Ci devi dormire. Devi sentire i rapaci notturni che vanno a caccia. E la mattina dopo devi sentire la tortora che ti sveglia con il suo fraseggio (oddio, parlare di fraseggio nel caso della tortora è un po' uno sproposito; il fraseggio è quello delle rondini; ma le rondini non sono ancora arrivate).


Poi devi passeggiare sulla costa grossa, se è una bella giornata e osservare i vecchi casolari, le torri d'avvistamento, le gazze bianche e nere che passeggiano fra i filari. 



Alla sera, se sei fortunata, prima di cena ti puoi godere uno di quei tramonti invernali da urlo che si vedono qui nelle belle giornate fredde d'inverno....




Se poi vuoi riassaporare i sapori di una volta, ti invito dalla Locandiera, che a me fa un prezzo di favore perché, a differenza del romanziere di Pietra de' Giorgi, divoro le sue squisite pietanze tradizionali senza fiatare.



sabato 21 febbraio 2015

NEBBIE E MISTERI: la viticultura






"Quando mai ho avuto la brillante idea di mettermi a fare lo storico", esclama il romanziere di Pietra de' Giorgi davanti a uno stinco che gli ha imbandito la locandiera.

Ma come, l'uomo non era vegetariano?
Certo che è vegetariano. Solo che quando è in crisi, e di quelle brutte, sente il bisogno compulsivo di addentare della carne. E se c'è l'osso, meglio ancora. Davanti a lui una bottiglia di Buttafuoco mezza vuota. Le gote dell'ex romanziere sono rosse. Il naso idem. La mano che afferra il bicchiere è incerta.

La locandiera lo sbircia e lo sbircia anche una bella ragazza che ogni tanto serve ai tavoli e che dice "Ciao" in una maniera tutta sua, che sembra che faccia le fusa: entrambe temono che l'uomo possa partire in quarta con uno dei suoi tremendi concioni, che durano delle ore. La ragazza è pronta a scappar via, invocando la scusa che deve occuparsi della nipote. La locandiera anche lei è pronta a invocare una scusa: mi aspettano in piscina...
"Io non ci capisco niente. Maledizione! Mannaggia. Accidenti! Porco qui, porco qua, porco su, porco giù...."
Ma è possibile che nessuno mi sappia spiegare perché i vecchi casolari della collina sono stati abbandonati alle lucertole? (il romanziere non parla a voce alta, bofonchia. Per cui abbiamo messo in corsivo le sue considerazioni, considerandole alla stregua di pensieri).

E dire che mi sono dato un sacco da fare in questi giorni. Ho interpellato uno storico, di quelli veri, di quelli patentati, che abita qui in paese. Lo chiamano il PROFESSORE. Lui però  - curiosa contraddizione - si è  prevalentemente occupato della Bassa e comunque ha studiato i secoli remoti: il Quattrocento, il Cinquecento... il LIBRO che mi ha regalato, ben scritto, molto interessante, getta luce sull'economia del grande allevamento, ma di viticultura non ne parla. E non parla neanche dei Montagner.





Alla fine, ridotto alla disperazione ho interpellato un po' di gente del posto (chissà perché ultimamente, dove passo io si crea un fuggi fuggi generale....).

C'è chi dice che le cose sono cambiate negli anni '70. C'è chi dice che la colpa è dei finanziamenti della Comunità europea. Altri dicono che è stata la meccanizzazione a cambiare le cose. C'è chi dice che, con la morte dei vecchi, i vigneti di famiglia sono stati venduti e adesso tutto è in mano a pochi proprietari, che vivono in città e che fanno lavorare le vigne ai braccianti, come i fittavoli un tempo facevano lavorare le risaie alle mondine. 

Tuttavia  a me tutte queste, che mi sanno di congetture, non mi convincono affatto. Conosco tanti vignaioli di qui che non sono affatto dei latifondisti. Neanche loro, però, vivono nei casolari. Vivono in case normalissime e l'unica cosa di agricolo che gli vedi fare è andare su e giù col trattore (che ricoverano in un orrido capanno di cemento). Sarebbero coloni, questi? Ma per carità! E da quando hanno smesso di essere coloni,  continuando ad occuparsi di vigne e di vino? Mi fanno venire in mente gli operai, che prima erano in tuta blu, sporchi di grasso e che adesso sono signorini in tuta bianca e stan lì a schiscià el butun...
Domande, sempre e solo domande senza risposta. Possibile che la gente del posto abbia la memoria così labile? Possibile che non si ricordi quando i coloni hanno fatto fagotto e hanno abbandonato al loro destino tanti bei casolari? possibile che non mi sappiano dire quanto è cambiato il modo di produrre il vino da queste parti?

Ed è possibile che i libri che si trovano in giro, nelle edicole, sulle bancarelle, come l'ultimo che ho comperato, di Francesco Ogliari,  ti parlino della viticultura senza dire  un accidenti di concreto, limitandosi a rievocare nostalgicamente i bei tempi andati e le allegre brigate che tornavano stanche dalla vendemmia, tutti ammassati su carri agricoli a pianale, con motore ad avantreno

D'altronde, ecco come questo libro (vol. 5°: il lavoro) descrive romanticamente la vita delle mondine della Bassa pavese. 

"Il mondo delle mondariso, non di rado giovani e belle, è ben lontano dall'essere un mondo tetro, privo di allegria. Le ragazze alleggeriscono la tensione e la fatica cantando, raccontandosi, celiando, motteggiandosi l'una con l'altra, mentre il sole indora le loro figure".


(mani di mondina)


Se queste non sono TINTE ROSA! Ovvia, sembra di ascoltare gli altosonanti commenti  dei CINEGIORNALI  dell'Istituto Luce!